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Chiara Inesia


mercoledì 30 aprile 2008

MANIFESTO TEORICO DELLA ZOOANTROPOLOGIA

di Roberto Marchesini


Premessa


La zooantropologia nasce come specifica disciplina di analisi:
a) del rapporto di dialogo con il non-umano (interazione relazionale tra uomo e animale),
b) dei contributi referenziali (beneficialità dell’incontro-confronto) che tale rapporto produce.

Già da questa definizione è evidente che la zooantropologia non è semplicemente lo studio del rapporto uomo-animale perché ammette due evidenze di novità:
1) che tra umano e non-umano ci possa essere un rapporto dialogico ossia uno scambio di contenuti con reciprocazioni e affiliazioni;
2) che il non-umano possa ricoprire un ruolo referenziale per l’uomo.

La zooantropologia parte da presupposti teorici assolutamente innovativi rispetto al panorama precedente e di conseguenza sviluppa a) un campo applicativo (ambiti di attività) e b) una metodologia di lavoro (metodo) non sovrapponibili alle tradizionali aree di lavoro e agli approcci non relazionali-referenziali, per esempio della zootecnia. La zooantropologia non è pertanto semplicemente un’area tematica o un focus di ricerca interdisciplinare, ma un nuovo modo di concepire:
1) l’incontro tra l’essere umano e l’animale non-umano,
2) l’ordine di contributi che l’uomo può ricevere nella partnership con l’animale.

Rispetto al punto 1 la zooantropologia ammette “un incontro relazionale” nel senso pieno del termine ossia di interscambio di contenuti e di ruoli, riguardo al punto 2 introduce “un contributo referenziale” accanto a quello zootecnico di tipo performativo. L’approccio zooantropologico si discosta da alcuni paradigmi tradizionali di lettura del non-umano nel rapporto con l’uomo quali:
a) la trasformazione dell’animale in cosa (non reificazione),
b) la riduzione della diversità del non-umano (non antropomorfizzazione),
c) la negligenza verso la pluralità degli eterospecifici (non categorizzazione),
d) l’utilizzo dell’animale come mezzo (non strumentalizzazione).

In zooantropologia parliamo di:
1) animale “alterità” ovvero riconosciuto nei predicati di soggettività, diversità, peculiarità;
2) animale “partner” ossia coinvolto nel processo relazionale e non utilizzato come produttore di performance.

Gli aspetti più importanti introdotti dalla zooantropologia sono i seguenti:
1) il principio di relazione ovvero l’ammissione, accanto alla semplice reattività-proiezione verso lo stimolo animale, di eventi dialogici e intersoggettivi tra l’uomo e il partner animale;
2) il principio di referenza, vale a dire il riconoscere, oltre ai tradizionali apporti performativi o zootecnici richiesti all’animale, un altro genere di contributi che scaturiscono dal dialogo con l’animale o dal fare riferimento all’animale;
3) il principio di dimensionalità della relazione ossia il ritenere la struttura di relazione non un’entità generica e uniforme ma un’entità configurabile e quindi capace di presentarsi all’interno di un range di possibilità con altrettanti esiti referenziali;
4) il principio di specificità, vale a dire l’ammissione che la relazione con l’animale occupa un posto specifico proprio in virtù della diversità dell’animale che pertanto dev’essere salvaguardata.

La zooantropologia offre i propri strumenti interpretativi per la valutazione delle tendenze generali dell’uomo verso gli eterospecifici – quindi formula teorie sui processi di domesticazione, sugli utilizzi semiotici e simbolici della zoomorfia e si occupa anche delle interazioni non relazionali – tuttavia il fulcro di interesse di ricerca e applicazione di tale disciplina è focalizzato sulle interazioni relazionali e sui contributi referenziali che queste mettono a disposizione.


1) Rapporto umano e non-umano e tipologie di interazione

Nel concetto generico di rapporto uomo-animale si comprendono in realtà diverse tipologie di interazione:
a) quella reattiva, dove l’animale è uno stimolo (avversativo o appetitivo) che induce-suscita una risposta;
b) quella proiettiva, dove l’animale viene letto come icona (segno, simbolo, surrogato) e il suo profilo è in un certo qual modo creato dall’uomo;
c) quella di utilizzo, dove l’animale diviene un prestatore d’opera o uno strumento da sfruttare;
d) quella dialogica, dove l’animale è in grado di dire qualcosa di nuovo all’uomo attraverso l’interscambio (entità referenziale).

Analizzando queste possibilità vediamo che solo il punto “d” prevede una struttura veramente relazionale perché è l’unica a dare la parola all’interlocutore non-umano. Si può dialogare infatti solo a patto di non essere trasformati in cose o strumenti e solo se viene riconosciuto il proprio carattere di specificità e diversità, ossia uno statuto di alterità. La zooantropologia in tal senso distingue due tipi di rapporto uomo-animale:
1) l’interazione non-relazionale (situazioni “a”, “b” e “c”) dove cioè l’animale non è riconosciuto nei suoi predicati di alterità e, a seconda del predicato mancante, può trasformarsi in oggetto, icona o categoria;
2) l’interazione relazionale (situazione “d”) o propriamente “relazione” dove vi è il riconoscimento dello statuto di alterità e si instaura un dialogo, ossia un evento di incontro/confronto o un processo affiliativo.

Per comprendere la zooantropologia occorre perciò rifarsi a una modalità di osservazione del rapporto uomo-animale molto più raffinata, capace di distinguere le diverse situazioni con l’obiettivo di porre in risalto l’importanza e la produttività delle situazioni “d”. Ovviamente questo tipo di interazione non è estensibile ad ogni evento di incontro con i non-umani, ma allo stesso modo trattare le situazioni “d” come gli altri eventi non relazionali non permette di capire cosa realmente accade tra i due partner nelle situazioni relazionali. La zooantropologia offre perciò coordinate più specifiche per decodificare quelle situazioni dove gli enti in interazione si pongono in una situazione di interscambio dialogico e in una reciproca assunzione di ruoli. Pertanto in zooantropologia con la parola “relazione” si intende un evento interattivo molto ben caratterizzato dove l’animale non è trasformato in cosa, icona o strumento ma riconosciuto come alterità, dove cioè ha un ruolo attivo nel processo di incontro-confronto. La relazione è una situazione non scontata perché richiede al partner umano la capacità di evitare le tendenze “a”, “b” e “c”, e allo stesso tempo ammettere il proprio bisogno di un interscambio con il non-umano. Per la zooantropologia le caratteristiche relazionali e il valore referenziale dell’incontro dialogico tra l’essere umano e il non-umano rappresentano uno specifico, in altri termini hanno delle peculiarità tali da renderle “non sovrapponibili” ad altre tipologie di relazione, pertanto non è corretto applicare gli strumenti interpretativi del rapporto interumano per leggere la referenza animale. La relazione con l’alterità animale è quindi qualcosa che per la sua forte caratterizzazione merita un discorso a parte, di qui il bisogno di una disciplina specifica che analizzi:
1) il modo relazionale, vale a dire il piano di incontro-confronto tra uomo e animale;
2) i contributi relazionali, ovvero le referenze che si rendono disponibili nel processo di incontro-confronto.

Perché si realizzi quella struttura dialogica e intersoggettiva che la zooantropologia chiama relazione è necessario rivoluzionare il modo di vedere l’incontro tra l’uomo e il non-umano, vale a dire:
a) il ruolo dell’animale nell’interazione,
b) l’apertura dell’uomo al non-umano.


2) Ruolo dell’animale

In zooantropologia per parlare di relazione si richiede che il partner animale sia riconosciuto nei suoi caratteri di:
1) soggetto ossia non ridotto a oggetto o strumento,
2) diverso ovvero non antropomorfizzato e non approcciato per proiezione,
3) peculiare vale a dire portatore di una specifica prospettiva sul mondo e non ridotto a categoria.

Queste tre caratteristiche (predicati) vengono definite dalla zooantropologia come “statuto di alterità” dell’animale e sono il requisito di base per parlare di relazione. Come secondo aspetto è necessario riconoscere all’animale un ruolo di partner, cioè un pieno coinvolgimento nel processo relazionale e il godimento di una beneficialità dal processo relazionale, vale a dire non un mero utilizzo e tanto meno uno sfruttamento. Come si è detto in zooantropologia l’animale ha un ruolo attivo giacché il suo carattere di alterità lo rende interprete dell’evento interattivo. Possiamo dire che la novità della zooantropologià sta proprio nella capacità di guardare all’animale in modo nuovo sia sotto il profilo del riconoscimento del carattere di alterità sia nell’ammissione di un ruolo di partnership. I predicati di alterità rappresentano una sfida rispetto ai tradizionali modelli di interpretazione del non-umano. Assegnare una soggettività al non-umano significa superare la tendenza a reificare l’animale, trattandolo come:
a) oggetto-prodotto da consumare;
b) macchina produttrice di prestazioni da utilizzare;
c) materiale da sottoporre a processi di attribuzione di significato.

Riconoscere la diversità del non-umano vuol dire mettere in discussione la tendenza proiettiva (sono io ad attribuirti un profilo) e costruire un percorso di conoscenza e di empatia, evitando:
a) l’antropomorfizzazione ossia l’assegnazione di caratteristiche umane all’alterità animale;
b) la trasformazione in icona ovvero l’attribuzione arbitraria di caratteristiche frutto dell’elaborazione culturale;
c) la semplificazione in stereotipo con caduta del carattere di ente complesso.

Infine parlare di peculiarità dell’animale non-umano significa evitare la costruzione di una categoria animale o “animalità” oppositiva all’uomo e uniforme-solida nei suoi caratteri dove l’animale assume il carattere di “cifra regressiva” e non viene riconosciuto nel carattere di specie-specificità e quindi di singola prospettiva sul mondo. I predicati di alterità rendono l’animale attore nel processo dialogico sia perché la soggettività del non-umano sostiene una parte attiva sia perché la diversità e la peculiarità danno voce al non-umano. Per la zooantropologia tanto la reificazione quanto l’antropomorfizzazione conducono a una strumentalizzazione del non-umano che pertanto non viene messo nelle condizioni di poter realizzare il ruolo di partner del processo produttivo. Parlare di “partner animale” significa evitare la trasformazione del non-umano in mezzo, prodotto o performer, e di sostenere il pieno protagonismo dell’eterospecifico ovvero la valorizzazione delle sue qualità. Il ruolo attivo dell’animale trasforma l’incontro-confronto in un processo biunivoco, dotato di intersoggettività, realizzato attraverso una partecipazione piena (valorizzata nei suoi caratteri) dell’interlocutore non-umano. L’intersoggettività della relazione, che ovviamente non significa simmetricità o pariteticità di relazione, comporta l’accettazione dell’altro nella sua pienezza e, da parte dell’uomo, il mettersi in gioco nell’evento di incontro-confronto.


3) Il concetto di referenza animale


Ammettere una relazione e non una semplice reazione-proiezione verso lo stimolo animale significa implicitamente sostenere un ruolo referenziale da parte del non-umano, giacché le relazioni producono referenze. Per referenza s’intende un contributo non di ordine performativo (la prestazione data dall’animale) ma riferito alla relazione (lo stato di relazione che si viene a instaurare). L’apporto referenziale si realizza cioè come dialogo e attraverso il dialogo, pertanto dipende dal modo relazionale attivato. Il contributo referenziale determina dei benefici:
a) nello stato momentaneo o funzionale della persona (benefici espressivi);
b) nei percorsi di cambiamento o di configurazione del suo Sé, siano essi educativi o terapeutici.

L’interlocutore animale, assumendo un ruolo attivo e peculiare nella relazione, fa emergere nell’uomo delle condizioni specifiche sotto il profilo motivazionale, emozionale, rappresentazionale, etc. ossia modifica il suo stato nel qui e ora (ambito funzionale) e consente un percorso di cambiamento (ambito configurale). L’apporto referenziale riguarda l’orientamento, il sostegno, l’esempio, l’ispirazione, lo scacco, l’osmosi emozionale, la trasmissione di risposte utili. Una referenza è un’entità che mi dà aiuto - nei processi formativi, assistenziali ed espressivi - attraverso la sua presenza dialogica ovvero ponendosi in relazione attiva con me. Una referenza è perciò un contributo differente dalla prestazione perché deriva dalla relazione e non dall’utilizzo dell’animale. Orbene secondo la zooantropologia la relazione non è mai fine a se stessa ma, sviluppando referenze, essa va considerata produttiva (non necessariamente beneficiale) e in questa produzione il ruolo dell’animale è quello di partner non di strumento. In una produzione referenziale l’animale è coinvolto (inserito nel processo relazionale) non utilizzato. Il concetto di “referenza animale” sta alla base della zooantropologia, in un certo senso è il suo concetto portante, punto di confluenza della ricerca teorica, fondamento della progettualità applicativa. Per referenza animale s’intende pertanto il complesso di contenuti che scaturiscono dalla relazione o dal fare riferimento all’animale come alterità. Questi contenuti o valenze relazionali sono i mattoni con cui si costruiscono i diversi progetti di zooantropologia applicata. Questi ultimi si basano, per l’appunto, sulla capacità di rendere disponibili e utilizzare al meglio i contenuti referenziali propri della relazione uomo-animale. L’analisi della referenza animale e la chiarezza sul ruolo referenziale dell’alterità animale è il punto critico che contraddistingue l’approccio zooantropologico, il carattere distintivo e di svolta apportato dalla zooantropologia. Vi è una differenza immediata e facilmente riconoscibile tra chi ha fatto propri i dettati della zooantropologia e individua il proprio focus sulla referenza animale e coloro i quali impostano ancora il loro modello di ricerca sull’animale come strumento (tipico dell’approccio zootecnico) o sull’animale come medium (tipico dell’approccio antropologico o psico-pedagogico). Secondo la zooantropologia il valore della referenza animale è riconducibile proprio al carattere di diversità e peculiarità dell’eterospecifico ovvero alla capacità di operare slittamenti sull’uomo attraverso una diversa prospettiva sul mondo.


4) Apertura dell’uomo verso la referenza animale

Per quanto concerne l’uomo la zooantropologia parte da presupposti altrettanto rivoluzionari, prendendo in considerazione un bisogno referenziale o comunque un’apertura referenziale dell’uomo verso l’eterospecifico. Volendo sostenere una beneficialità non di ordine performativo è infatti necessario ammettere:
1) che per l’uomo l’animale possa assumere un ruolo referenziale ovvero essere capace di apportare contenuti nel porsi in una condizione di incontro-confronto,
2) che tale referenza abbia un valore proprio in quanto portatrice di contenuti nuovi rispetto alla relazione interumana;
3) che la referenza animale abbia un significato necessario e insostituibile per la realizzazione del profilo umano (antropo-poiesi) e della persona.

Questi tre presupposti vengono definiti dalla zooantropologia come “fondamento beneficiale” della relazione uomo-animale. L’interrogativo a questo punto riguarda l’importanza della referenza non-umana poiché è evidente che c’è una differenza notevole tra considerare tale referenza:
a) sostitutiva o parzialmente vicariante la mancanza di altre referenze;
b) utile ma non strettamente pertinente i bisogni referenziali dell’uomo;
c) pertinente solo in certe condizioni di problematicità della persona o in certe fasi dello sviluppo;
d) necessaria per promuovere il benessere della persona e realizzare i predicati umani.

La zooantropologia propende per l’ipotesi “d” ovvero sottolinea l’importanza della relazione con il non-umano per costruire le qualità dell’uomo e perseguire il suo benessere. Per la zooantropologia la referenza animale nella formazione della persona è necessaria come un amminoacido essenziale in una dieta. In altri termini la zooantropologia parte da un presupposto di non autosufficienza referenziale dell’uomo. Questo non toglie che i suoi campi applicativi, ovvero di utilizzo della beneficialità referenziale, si siano sviluppati soprattutto a fronte del referto “c” – si veda la pet therapy. La zooantropologia riporta l’animale al centro del discorso antropologico, riconosce cioè il bisogno dell’uomo della referenza animale. Questo presupposto trascina con sé altre considerazioni riferibili al ruolo antropologico della relazione con l’animale, ove la zooantropologia assegna un posto ben specifico e peculiare a questa esperienza come fattore costitutivo ed essenziale e non come elemento secondario o surrogatorio. Qui si può riscontrare un’importante differenza tra l’approccio non zooantropologico che vede nella relazione con l’animale un’opzione di vicarianza di un deficit di relazioni umane e l’approccio zooantropologico che vede nella relazione con l’animale un apporto specifico. Mentre nel primo caso per ottenere l’apporto beneficiale di vicarianza si deve incentivare l’antropomorfizzazione del non umano, nell’approccio zooantropologico si deve evitare l’antropomorfizzazione del non umano per rendere disponibili le referenze specifiche. In altri termini, per la zooantropologia il rapporto con l’animale non deve essere interpretato come sostituto di altre relazioni ma occorre valutarlo nella sua specificità, ossia proprio nella differenza rispetto al rapporto interumano.


5) Tipologie di contributi beneficiali offerti dal rapporto con l’animale


La zooantropologia sottolinea l’importanza di differenziare l’utilizzo performativo dell’animale, ovvero la richiesta di prestazioni (implicito anche nella definizione di “animale da affezione”), dalle contribuzioni referenziali o utilizzo della relazione. I contributi performativi (zootecnici) esitano dall’indirizzo di utilizzo che viene dato all’animale (“animale da”) e dalla sua trasformazione a oggetto-strumento per l’uomo. I contributi referenziali (zooantropologici) esitano dal tipo di relazione che si viene a instaurare tra il partner umano e il partner non-umano. Quindi le attività e i prodotti della zooantropologia applicata sono di natura diversa dalle attività e dai prodotti di ordine zootecnico ossia impostati su:
1) indirizzi di prestazioni ritagliati dalla complessità performativa del non umano;
2) l’utilizzo dell’animale come prodotto, materiale o performer.

Altra differenza fondamentale è tra l’utilizzo sostitutivo dell’animale per colmare una mancanza di relazioni umane (surrogazione) o per emendare un’incapacità di relazionarsi con l’essere umano (vicarianza) e l’approccio zooantropologico di valorizzazione della diversità e peculiarità dell’eterospecifico. Infine la zooantropologia intende la beneficialità relazionale come esito di una struttura di incontro-confronto specificata nei suoi contenuti referenziali (struttura configurata o specificata nelle sue dimensioni) non come contribuzione generalista esito dell’incontro tra l’essere umano e l’alterità animale. Queste considerazioni ci portano a mettere in rilievo la presa di distanza dell’approccio zooantropologico da alcuni orientamenti tradizionali di interpretazione della beneficialità:
a) l’idea che il contributo beneficiale esiti dalla prestazione messa in atto dall’animale e dall’utilizzo dell’animale;
b) l’idea che il beneficio sia dato dalla capacità dell’animale di surrogare o vicariare una mancanza di referenti umani e nella misura in cui l’eterospecifico si presti a essere antropomorfizzato;
c) l’idea che la beneficialità sia imputabile ai processi di significazione attribuiti in modo proiettivo dall’uomo;
d) l’idea che la relazione sia beneficiale in modo generalista ovvero che la relazione con l’animale sia un’entità uniforme, sempre beneficiale o comunque capace di sviluppare sempre la stessa beneficialità.

Come il contributo performativo si misura sulla tipologia di prestazione, allo stesso modo per la zooantropologia il contributo referenziale si misura sulla tipologia di relazione ovvero sulle dimensioni di relazione attivate nel processo di incontro-confronto con il partner non-umano. La relazione è pertanto un’entità configurabile e dal tipo di configurazione che assume produce contribuzioni referenziali specifiche. Per la zooantropologia non ha senso dire che “l’animale fa bene”, quasi fosse una vitamina da assumere, e nemmeno sostenere che “la relazione con l’animale fa bene” ovvero che ogni incontro-confronto con l’alterità sviluppi dei contributi beneficiali. Per la zooantropologia la beneficialità referenziale:
a) si realizza solo se vi è il riconoscimento al non-umano dei tre predicati di alterità,
b) ha un connotato di reciprocità tra i due partner di relazione,
c) ha un profilo specifico che la differenzia dalle relazioni interumane e dai processi proiettivi,
d) è relativa alla configurazione dimensionale assunta dalla relazione.

Per apportare i propri contributi referenziali la relazione dev’essere prima di tutto attivata, ossia i due partner devono essere messi nelle migliori condizioni per incontrarsi, quindi configurata sui bisogni specifici di referenza. Se è vero che la beneficialità si realizza solo a fronte di una specificazione dimensionale, è altrettanto vero per la zooantropologia che esiste un carattere di peculiarità dell’incontro con il non umano: il valore di soglia ossia la capacità di decentrare. Sotto questo aspetto la referenza animale deve agire come operatore di cambiamento, come volano di mobilitazione, come motore di slittamenti. In virtù di questa capacità la produttività relazionale può essere applicata o trovare applicazione nelle diverse situazioni ove l’uomo desidera o ha necessità di modificare il suo stato, come nell’ambito educativo (percorso formativo) o in quello assistenziale (percorso terapeutico).


6) I fattori della beneficialità referenziale

Secondo la zooantropologia la relazione uomo-animale va considerata secondo due aspetti specifici:
1) la capacità di suscitare un processo di decentramento ovvero di essere una sorta di soglia per la persona, vale a dire un luogo di apertura, contaminazione, scacco, calamita, capace di mettere in discussione la chiusura e l’autoreferenza;
2) la capacità di mettere in salienza le più importanti componenti motivazionali della persona e quindi di dimensionarsi secondo specifici giochi di ruolo e transazioni motivazionali, tonificando aree particolari del profilo psicologico della persona a seconda della configurazione di relazione implementata.

Partiamo dal primo punto. La relazione uomo-animale è un “rapporto di soglia” ossia un evento di incontro-confronto incentrato sul modello dell’ospitalità, intesa quest’ultima come momento di accoglienza (ospitare qualcuno) e momento di pellegrinaggio (farsi ospitare). Un rapporto di soglia è caratterizzato cioè da un processo di decentramento che mette in relazione il soggetto con l’alterità costruendo da una parte una migliore consapevolezza identitaria (il luogo dove posso ospitare) dall’altra una maggiore apertura al mondo (la voglia di intraprendere il viaggio conoscitivo). Questo perché la relazione si realizza con un ente (l’animale) che si pone come una soglia (un luogo di passaggio) tra il conosciuto (l’immedesimazione) e l’incognito (l’eccentramento) dove la relazione (incontro-confronto) è già di per sé un evento produttivo da valorizzare e da utilizzare. Consideriamo ora il secondo punto. La relazione è dimensionale e dimensionabile: si basa cioè su una definizione di ruoli specifici da parte dei partner di relazione, ruoli fondati su una base motivazionale che sostiene e trova gratificazione all’interno dell’evento relazionale. Per questo motivo secondo l’approccio zooantropologico ogni relazione ha una sua configurazione dimensionale capace di definire un profilo specifico di referenza. Per la zooantropologia le diverse dimensioni di relazione mettono a disposizione degli specifici referenziali, pertanto la beneficialità della relazione va commisurata sulla coerenza dello specifico referenziale rispetto ai bisogni, alle vulnerabilità, agli obiettivi del fruitore di attività di zooantropologia applicata. Se il carattere di soglia accende il valore e la potenza-fruibilità della referenza animale, solo la definizione dimensionale mi assicura che l’apporto referenziale sia adeguato per quel fruitore: non vi sono solo potenzialità beneficiali nella relazione uomo-animale proprio perché il volano referenziale è alto (grazie al significato di soglia) e perché sotto il profilo motivazionale vi è un forte coinvolgimento della persona. La zooantropologia applicata pertanto utilizza i contenuti referenziali che scaturiscono dalla relazione in quanto 1) evento di soglia e 2) struttura dimensionata e per questo l’impostazione zooantropologica nei diversi progetti applicativi ha una connotazione molto differente rispetto alle prassi e agli obiettivi di seduta. La zooantropologia applicata realizza la beneficialità referenziale della relazione uomo-animale, valutando:
a) gli aspetti generali della referenza animale, come rapporto di soglia
b) gli aspetti specifici riferibili alla dimensione di relazione che si va a implementare.


7) Realizzare la beneficialità referenziale


Per l’approccio zooantropologico è pertanto necessario da una parte favorire le potenzialità di soglia della relazione con l’alterità animale dall’altra configurare la relazione in modo tale da attivare solo le dimensioni beneficiali e comunque evitare quelle compromissorie per i due partner di relazione. Riguardo al potenziamento di soglia in zooantropologia si lavora:
a) sulla centripetazione dei due partner di relazione, ossia sulla facilitazione del processo di incontro-confronto con emergenza dell’altro come centro di interesse;
b) sul contenimento delle tendenze proiettive, ossia sulla riduzione della traduzione iconica o antropomorfica dell’animale, e sul riconoscimento della peculiarità dell’apporto referenziale animale;
c) sul contenimento delle tendenze reificatorie, vale a dire sulla valorizzazione del carattere di soggettività dell’animale, del suo ruolo attivo nel processo interattivo, del coinvolgimento nella prassi beneficiale, del carattere referenziale della contribuzione.

Per quanto concerne la configurazione della relazione si agisce sulle “prassi di esplicitazione” relazionale ovvero sulle azioni-attività con-su il partner animale capaci di accendere una particolare dimensione di relazione. L’analisi dimensionale è centrale nella ricerca teorica sulle diverse variabili di relazione, ma diviene ancor più pregnante nelle attività di zooantropologia applicata: in questi progetti non si propone infatti una relazione in modo aspecifico ma una matrice relazionale, capace di sviluppare contenuti particolari e ben definiti. La relazione è pertanto configurata attraverso una matrice di attività-azioni reciprocate tra i due partner. L’idea che la relazione uomo-animale, proprio perché sostenuta da un preciso assetto motivazionale, sia dimensionale apre la strada a un nuovo continente di ricerca, per larghi tratti inesplorato. Le diverse dimensioni infatti declinano in modo unico e peculiare il rapporto di soglia, creano cioè contesti di confronto e processi di decentramento assai differenti, in grado cioè di sviluppare contenuti referenziali diversi. La specificazione del contributo referenziale attraverso la definizione configurale della relazione è sotto il profilo applicativo ciò che differenzia in modo esplicito l’approccio zooantropologico e parimenti ciò che dà alla zooantropologia gli strumenti per correlare le attività proposte e i contributi offerti alle specifiche necessità del fruitore. Questo significa che in zooantropologia ci si interroga e ci si preoccupa prima di tutto dell’orizzonte dimensionale della relazione, vale a dire di tarare nel modo giusto la matrice relazionale a seconda dei bisogni del fruitore di relazione. Non c’è più solo il corretto modo di rapportarsi con un cane o con un gatto - prerequisiti questi, ma non il focus di interesse della zooantropologia - vi è la definizione di un contesto dimensionale opportuno per quell’evento relazionale. Quando si fanno attività di pet therapy, solo per fare un esempio, secondo l’approccio zooantropologico non ci si deve preoccupare solo se la persona sta interagendo in modo corretto con quell’animale, bensì chiedersi prima di tutto se la configurazione di relazione (l’insieme delle dimensioni attivate) sviluppa dei contenuti referenziali beneficiali o compromissori per quel particolare utente. Pertanto quando si costruisce un progetto di zooantropologia applicata ci si interroga sulle dimensioni relazionali che si intendono attivare a fronte dei bisogni espressi dalla contingenza del fruitore. La zooantropologia applicata ha pertanto un compito molto delicato che possiamo riassumere nel modo seguente: dimensionare al meglio il modo relazionale attraverso la definizione di “copioni di esplicitazione”, ovvero una collezione di attività-azioni con-su reciprocate tra i due partner. Dimensionare al meglio significa cose differenti a seconda del tipo di rapporto con cui dobbiamo confrontarci cosicché in zooantropologia applicata dividiamo i progetti relazionali in situazioni di:
1) pet relationship, ove uomo e animale si incontrano al di fuori di un processo di affiliazione (proprietà) e in situazioni/progetti specifici - come nell’area didattica o in quella assistenziale - in cui si devono implementare solo alcune dimensioni relazionali;
2) pet ownership, ossia il rapporto con l’animale di proprietà e affiliazione, ove la relazione diviene un progetto di vita in comune e pertanto si devono bilanciare le diverse componenti di relazione ossia creare un equilibrio tra le diverse dimensioni;
3) pet partnership, ove uomo e animale lavorano insieme - come nel rapporto tra operatore di zooantropologia applicata e il suo animale - e pertanto vi deve essere un accordo totale o di partnership dove la relazione diviene integrazione e i due si rappresentano come un’unica entità.

Dimensionare al meglio significa pertanto:
a) nella pet relationship: individuare le dimensioni coerenti con l’obiettivo di beneficialità referenziale del progetto e, di conseguenza, istruire le attività adeguate per implementarle;
b) nella pet ownership: bilanciare le diverse componenti e costruire un equilibrio relazionale tra l’animale e il nucleo affiliativo che lo ospita;
c) nella pet partnership: costruire un percorso di integrazione e di accordo performativo implementando le dimensioni collaborative tra animale e pet partner.

L’analisi dimensionale è pertanto “il problema” della zooantropologia applicata, tenendo conto che dimensioni differenti danno prodotti referenziali diversi e strutture affiliative assai differenti. Pertanto in zooantropologia applicata non solo si mettono in concreto le acquisizioni dell’indagine teorica ma si sviluppa nel modo corretto la produttività referenziale attraverso la configurazione di relazione, esattamente come in zootecnia si sviluppa la produttività performativa attraverso lo sviluppo delle vocazioni-attitudini.


8) Il metodo in zooantropologia applicata

La zooantropologia è pertanto una disciplina in tutto e per tutto concreta che lavora sulla relazione uomo-animale e lo fa in un modo specifico, ossia con peculiari criteri, leve e strumenti di intervento e applicazione. Possiamo pertanto parlare di “fondamenti della zooantropologia applicata” (o Canone di zooantropologia applicata) centrati sulla definizione:
1) di un ruolo referenziale specifico attribuito all’alterità animale,
2) di una struttura configurabile alla relazione uomo-animale.

Il metodo zooantropologico si basa quindi sulla configurazione della relazione (definizione delle dimensioni da implementare) al fine di mettere a disposizione non una referenzialità generica ma ben definiti “specifici referenziali”. Non viene perciò prescritta in modo aspecifico una relazione con il non-umano ma una particolare configurazione di relazione capace di sviluppare specifici referenziali utili per i due partner di relazione. Il metodo zooantropologico si basa pertanto sull’individuazione:
a) degli specifici referenziali relativi alle diverse configurazioni di relazione e in particolare alle singole dimensioni di relazione;
b) delle leve che consentono di configurare una relazione al fine di rendere disponibili particolari specifici referenziali.

La zooantropologia ha dato il via a un’autentica rivoluzione grazie ai concetti di referenza animale e di indirizzo dimensionale della relazione. Un momento centrale nell’ufficializzazione del metodo zooantropologico è stato l’estensione nel 2002 del documento Carta Modena, Carta dei Valori e dei Principi sulla Pet Relationship, dove si è chiaramente rilevato il ruolo attivo, soggettivo e di partnership, dell’animale nelle attività di zooantropologia applicata e parimenti si è sottolineato che il contributo beneficiale deriva dalla relazione ed è di tipo referenziale. Ora, al di là di ogni valutazione circa le attività di ordine zootecnico che hanno una loro specificità applicativa, quando parliamo di attività educative e assistenziali che hanno nell’animale il loro centro referenziale ci riferiamo a un ordine di attività che implementano un processo relazionale e che si sostanziano nel processo relazionale stesso. In tal senso qualunque intervento che possa compromettere lo statuto di soggettività o far decadere tale statuto porta a inficiare l’intervento o può divenire addirittura compromissorio per il fruitore stesso del servizio educativo-assistenziale. Zootecnia e zooantropologia si occupano di ambiti differenti della partnership uomo-animale perché istituiscono ruoli differenti dell’animale all’interno dell’attività. In zootecnia abbiamo l’utilizzo e la messa a punto di qualità performative al fine di utilizzare le prestazioni dell’animale per ottenere dei benefici per l’uomo. In zooantropologia abbiamo la costruzione di un evento relazionale che va configurato in modo tale da sviluppare benefici referenziali per entrambi i partner. Pertanto qualunque ibridazione tra i due domini di attività è da considerarsi dannosa – soprattutto per quanto concerne le attività zooantropologiche – per questo motivo non si devono mai includere nelle filiere zootecniche gli animali coinvolti nelle attività zooantropologiche (come peraltro stabilito nell’articolo 5 di Carta Modena) ma altresì sarebbe da evitare un’attività mista (zootecnica e zooantropologica) da parte della stessa struttura anche con filiere separate. Gli ambiti applicativi della zooantropologia riguardano due campi di attività:
1) l’area consulenziale o servizi volti a favorire i processi affiliativi e di integrazione sociale dell’animale nell’ecumene;
2) l’area interventistica o servizi volti a utilizzare il portato referenziale della relazione con l’animale a scopo beneficiale.

Per quanto concerne l’area 1 possiamo chiaramente distinguere due ambiti generali di attività: 1a) l’ambito dei servizi di consulenza alla pet-ownership, a sua volta suddivisibile nei servizi di formazione della pet-ownership (training) e di correzione della pet-ownership (sistemica); 2a) l’ambito dei servizi di integrazione sociale dell’animale o zooantropologia urbana. Per quanto concerne l’area 2 possiamo chiaramente distinguere due ambiti generali di attività: 2a) l’ambito dei servizi di referenza a scopo educativo, suddivisibile a sua volta nei servizi formativi, disciplinari, didattici, rieducativi; 2b) l’area dei servizi di referenza a scopo assistenziale, suddivisibile a sua volta nei servizi di benessere, integrazione, emendazione, coadiuvanza.
In tutte queste aree di attività l’approccio zooantropologico si discosta nettamente da quello tradizionale perché:
a) basato sull’istituzione relazionale,
b) applicato alla relazione,
c) realizzato attraverso la relazione,
d) fondato sul contributo referenziale.

Orbene una stessa attività – per esempio il pet training o la pet therapy – può essere realizzata con l’approccio tradizionale o con quello zooantropologico: la differenza è rilevante, a tal punto che è corretto ritenerli due servizi in tutto e per tutto differenti. Di certo lo sviluppo di una comunità di professionisti (veterinari, psicologi, educatori, pet trainer) che operano secondo l’approccio zooantropologico sta modificando il profilo della richiesta-proposta con cui il mercato stesso si trova a doversi confrontare. Credo che nei prossimi anni sarà sempre più chiara e riconoscibile la differenza tra chi opera con il metodo zooantropologico (relazionale-referenziale) e chi è rimasto a coordinate performative, surrogatorie e di utilizzo dell’animale. La zooantropologia ha modificato il modo di guardare l’animale e di fondarne la presenza nella società umana onde favorire e allargare i processi di partnership e far conoscere il valore sociale di questo rapporto. Le trasformazioni metodologiche impresse dalla zooantropologia non sono intuitive, vanno conosciute perché si discostano notevolmente dai concetti tradizionali di utilizzo performativo. Non vi è dubbio d’altro canto che questa trasformazione sia in linea con le direttrici etiche e scientifiche che leggono il rapporto uomo-animale attraverso focali di rispetto del carattere di senzienza, riconoscimento della diversità, valorizzazione della partnership. Pertanto se è vero che la zooantropologia parte da un suo statuto epistemico intorno al concetto di referenza animale, è altrettanto vero che esiste un milieu di contiguità e coerenza con le ricerche in bioetica animale e nelle scienze cognitive animali, anche queste tese a riconoscere un ruolo attivo all’alterità animale.

sabato 26 aprile 2008

ASTROLOGIA EVOLUTIVA

di Lidia Fassio


L'Astrologia è una materia complessa che presuppone la conoscenza di un vero e proprio linguaggio: quello dei simboli.
Infatti, l’astrologia, riunisce in sè il simbolismo planetario con quello psicologico ed introduce pian piano alla lettura del tema natale, vera e propria mappa della psiche di una persona che permette di comprendere le potenzialità, il vissuto in termini soggettivi (e non oggettivi), le aspettative, le forze che sono in gioco e il progetto vitale; è un vero e proprio strumento di lavoro che può accompagnare a capire piu' in profondità se' stessi mettendo in evidenza le difficoltà che si possono incontrare nel viaggio verso la scoperta di sé e le potenzialità che invece possono accompagnare il proprio cammino nonché la comprensione dei punti difficili.

Fin dai tempi del Dr. Jekyll e Mr. Hyde l'uomo ha percepito di avere svariate sfaccettature all'interno della sua personalità: la psiche sembra essere un grande diamante che riflette luci diverse in grado anche di lasciare del tutto sconcertato l'ignaro soggetto che si vede mosso ed agito da forze interiori che appaiono incontrastabili.
Il grande Stevenson anticipò con il suo bellissimo romanzo quello che la psicanalisi avrebbe poi reso palese attraverso i due capostipiti Freud e Jung.
Stevenson ipotizzò nel suo romanzo due personalità indipendenti in lotta all'interno di un individuo ed in grado di lacerarlo profondamente.
Più avanti nel tempo, Roberto Assagioli - fondatore della psicosintesi - ipotizzò che possiamo ritrovare molte " sub personalità" all'interno di un individuo anche se spesso le stesse non sono integrate in quello che comunemente chiamiamo il senso dell’IO.
Gli esseri umani non nascono con un senso di identità già formato; i bambini lavorano a lungo per crearlo e così, nel lungo percorso educativo, molte cose di se' sono illuminate e quindi integrate nella coscienza e nell'IO, altre sono modificate o de-formate ed altre ancora, purtroppo, sono rimosse e cadono nel gran calderone dell'inconscio dove non perdono di forza, ma cominciano ad esercitare un potere sottile e conturbante al di fuori della coscienza, creando interferenze nelle direzioni che l'IO vorrebbe dare alla vita.

Tuttavia, proprio la psicologia del profondo ci insegna che noi abbiamo un Sé interiore che ha un grande potere unificante e che conosce perfettamente il nostro progetto per cui sa esattamente che cosa dobbiamo diventare e si incaricherà per così dire di attirare nella vita del soggetto quelle esperienze che possono portarlo sulla strada della conoscenza della sua "vera identità.
Il nostro SE’ tuttavia, per un lungo periodo, è una parte che sembra celata all'interno poiché sfugge alla coscienza che non la riconosce ed anzi, si comporta prima come se non esistesse e, in seguito, come se fosse una parte antagonista; ciononostante sarà proprio da questa parte che possiamo chiamare "centro - cuore" che scaturiranno quegli stimoli diretti ad orientare l'uomo verso il conoscere e il conoscersi di più.

Gli stimoli possono essere estremamente intensi, suggestivi ed affascinanti, ma possono essere anche inquietanti e creare molte contraddizioni: in tutti i casi avranno sempre un unico scopo che è quello di spingerci a guardarci dentro, a cercare di comprendere da dove scaturisce quel materiale che sembra rivelare una vastità che contrasta fortemente con il senso di limite e di definizione dell'IO.
Questa fase è quella in cui noi sembriamo invertire la tendenza iniziale che spingeva verso il mondo esterno; infatti, avviene una sorta di richiamo che ci affascina e ci spinge a percorrere le strade suggerite dalle immagini interne che emergono attraverso i sogni e attraverso forti conflitti che non possono essere ignorati.

Questi momenti sono quelli in cui simbolicamente noi ci mettiamo in viaggio - è il viaggio dell'Eroe - che si mette in moto per cercare la sua strada che consiste nel cercare l'altra parte di sé, quella che da segni di esistere ma che non è ancora manifesta; il viaggio ha anche lo scopo di comprendere e di carpire il senso della vita e del progetto del SE' ; il viaggio non è facile in se' - comporta una vita intera - e di sicuro non è facile comprendere attraverso quali vie dobbiamo inoltrarci per vivere al meglio le nostre potenzialità senza cadere nell'illusione di cambiare o di tradire ciò che siamo alla base.

Sappiamo bene che da un seme di mela non potrà mai nascere un pero tuttavia, noi umani proprio in virtù della libertà d’azione e di una gran presunzione di sapere, troppo spesso nasciamo meli e vogliamo diventare peri.
Altre volte, la scarsa fiducia nelle possibilità ci porta ad adeguarci a modelli che non ci appartengono e che finiscono per appiattirci su una serie di maschere che finiranno per deprivarci di ogni significato fino a non riconoscerci più e ad avere vere e proprie crisi di identità.


L'astrologia evolutiva / psicologica si pone come disciplina che può avvalersi di tutte le potenzialità della materia più antica in assoluto (l'astrologia) unendo al tempo stesso le conoscenze della psicologia e di altre discipline umanistiche quali il mito, l'analogia e il simbolismo.
L'astrologia evolutiva-psicologica, definita anche astrologia umanistica, si pone così tra le tante discipline di autoconoscenza.
Essa, infatti, si interessa essenzialmente del "seme"; lungi infatti dall'idea - troppo spesso comune ma fortemente erronea - che l’astrologia si interessi della conoscenza del futuro e che possa pre-vedere quel che accadrà ad una persona; questo infatti ipotizzerebbe la mancanza di libero arbitrio e l'idea che l’uomo sia in realtà una marionetta in mano a qualcosa o qualcuno che abbia il potere di dirigerlo e di determinarlo.

Questo, a mio avviso, è quanto di più deleterio e dannoso per l'uomo; credere di non avere un libero arbitrio, favorisce per lo più l'idea di poter sfuggire alle scelte e alle conseguenti responsabilità che il senso di libertà comporta.
Lo studio dell'astrologia evolutiva / umanistica e psicologica allontana da questa visione e accompagna a percepire i sottili legami che l'uomo ha con ciò che lo circonda e, soprattutto, con l'universo di cui è parte; conduce per mano a comprendere che noi nasciamo con un determinato potenziale e che proprio questo dovrà essere sviluppato e ci ricorda altresì che ciò che noi faremo di questo potenziale dipenderà dalla nostra capacità di metterci in gioco, dall'idea che noi abbiamo della vita, dal significato che daremo al nostro vissuto e dalla voglia di affrontare ciò che all'interno, sembra non rispondere ai nostri desideri o progetti coscienti.

Questo non nega la nostra ereditarietà biologica e psichica, per cui è anche vero che, sulla base di queste due istanze, noi ci svilupperemo secondo delle linee guida che sembrano essere intrinseche alla nascita ma, è altrettanto vero che molto di ciò che noi saremo dipenderà dal nostro particolare modo di mischiare questo potenziale e di portarlo ad esprimersi al massimo o al minimo e dipenderà altresì dal modo particolare con cui interpreteremo la realtà che, altro non è, se non il personale modo con cui vediamo e leggiamo i fatti e gli eventi della vita.

Il tema natale letto attraverso gli occhi dell'astrologia evolutiva / umanistica, diventa un modello energetico che è il riflesso di un modello più allargato e più grande. Universale.

Il tema natale è dunque la mappa del modello che si è organizzato dentro la nostra psiche in cui sono rintracciabili tutti i simboli a partire dall'Io (Sole) con tutte le funzioni indispensabili per il suo sviluppo (cognitive - affettive - affermative, ecc.).
Partendo dai concetti base della psicologia sappiamo anche che l'IO non è nient'altro che il riflesso o la parte esterna di quel centro profondo e misterioso che si chiama SE' che cercherà di portare all'integrazione di tutte le funzioni dentro l'IO affinché il soggetto in questione possa sentire di essere parte di un' unità e di una totalità.

Sappiamo che la coscienza, nel suo processo di strutturazione ha dovuto discriminare, accogliere alcuni contenuti e respingerne altri e il tema natale nella sua particolare combinazione tra le varie funzioni rappresenta esattamente il "seme" di tutto ciò e riflette quella precisa organizzazione giungendo a evidenziare le difficoltà che si sono incontrate nella strutturazione e in quali momenti della vita determinati fattori (archetipi) si sono costellati e in quali altri si attiveranno per dare alla coscienza un'opportunità di riconoscerli e di integrarli.

Sappiamo anche che la psiche e l'inconscio usano un linguaggio simbolico, e l'astrologia altro non è che una delle tante chiavi di letture di questo modello simbolico e del particolare modo in cui si è miscelato al nostro interno.
Gli strumenti che l'astrologia usa, pianeti - segni e case, sono semplicemente simboli che rappresentano le linee basilari di sviluppo di un’individualità; il tema natale è il riflesso in piccolo di ciò che accade in grande (è il così sopra così sotto degli antichi); ognuno di noi riflette dunque qualcosa che sta nel cielo e nel suo seme di base e questa può essere definita la sua essenza unica e speciale.

In questo il tema natale si rivela qualcosa di profondamente utile per l'individuo perché puo' fornire una chiave di lettura di ciò che potenzialmente si è e di quale è il progetto che dovremo in qualche modo portare a termine e conseguire alla fine della nostra vita.
Per questo sembra un "viaggio", perché la vita non è nient'altro che un cammino verso la scoperta e il riappropriarci di ciò che potenzialmente era già presente alla nascita ma che, nel percorso d’educazione e d’integrazione con il collettivo, abbiamo dovuto trasformare e spesso ignorare.

Il viaggio non è nient'altro che la nostra individuazione termine coniato da Jung per indicare il processo che porta all'integrazione di tutti gli aspetti della personalità che prima tendevano a muoversi in modo incoerente e caotico, sotto la grande regia dell'IO.

Ovviamente in tutto questo non vi è nulla d’esoterico, nulla di nascosto e nulla di magico. Il tema natale è una lettura a cui tutti possono giungere imparando a conoscere il linguaggio simbolico e imparando a decodificare i vari ingredienti che sono in esso contenuti sotto forma di simboli.


da http://www.eridanoschool.it/

mercoledì 23 aprile 2008

ABISSI DI UNA DONNA


Hai toccato il mio cuore
una lacrima scende

Posso capire il tuo dolore
fino a quel dove
la vita ti ha condotta
fino alla via
che al bivio ti ha indotta
a scegliere amore invece che morte
a scegliere di vivere oltre la sorte


di Chiara Inesia Sampaolesi


JENNIFER LOPEZ - SOLA

Dime porque te me vas y nada puedo hacer
Que pecado cometi para marcharte asi, de mi
Se que esta es la ultima vez que me veras y te vere

Ya no es facil olvidar, perdi la oportunidad
No me puedo perdonar, sigo mi camino

Y sigo sola, conmigo caminando a solas
Mi mundo se derrumba todo
Me queda seguir, esperar y cambiar y llorar y dejarlo todo
Quitarme el llanto de mis ojos,
Alimentando esta ilusion y soportando este dolor

Caminar por las calles y ver
Que las cosas no pueden volver
Ver la gente a mi lado pasar
Sin que puedan y quieran pensar

Y tal vez sea una nueva estacion
Que me pone de nuevo en el rol
protagonico fin de terror
con el miedo de la involuntad

De mirarme y querer escapar
De creer y volver a caer
Del delirio de la decepcion
y esta vez disparaste a matar

Ya no es facil olvidar, perdi la oportunidad
No me puedo perdonar, sigo mi camino

[Repetir Coro]

Sola, Sola
Siguiendo sola

[Repetir Coro]

JENNIFER LOPEZ - QUE HICISTE

Ayer los dos soñábamos con un mundo perfecto
Ayer a nuestros labios les sobraban las palabras
Porque en los ojos nos espiábamos el alma
y la verdad no vacilaba en tu mirada

Ayer nos prometimos conquistar el mundo entero
Ayer me juraste que este amor sería eterno
Por que una vez equivocarse es suficiente
Para aprender lo que es amar sinceramente

¿Que hiciste? Hoy destruiste con tu orgullo una esperanza
Hoy empañaste con tu furia mi mirada
Borraste toda nuestra historia con tu rabia
Y confundiste tanto amor que te entregaba
Con un permiso para así romperme el alma

¿Que Hiciste? Nos obligaste a destruir las madrugadas
Y nuestras noches las ahogaron tus palabras
Mis ilusiones acabaron con tus farsas
Se te olvidó que era el amor lo que importaba
Y con tus manos derrumbaste nuestra casa

Mañana que amanezca un día nuevo en mi universo
Mañana no veré tu nombre escrito entre mis versos
No escucharé palabras de arrepentimiento
Ignorare sin pena tu remordimiento

Mañana olvidaré que ayer yo fui tu fiel amante
Mañana ni siquiera habrá razones para odiarte
Yo borraré todos tus sueños en mis sueños
Que el viento arrastre para siempre tus recuerdos

¿Que Hiciste? Hoy destruiste con tu orgullo una esperanza
Hoy empañaste con tu furia mi mirada
Borraste toda nuestra historia con tu rabia
Y confundiste tanto amor que te entregaba
Con un permiso para así romperme el alma

¿Que Hiciste? Nos obligaste a destruir las madrugadas
Y nuestras noches las ahogaron tus palabras
Mis ilusiones acabaron con tus farsas
Se te olvido que era el amor lo que importaba
Y con tus manos derrumbaste nuestra casa

. . . . . .
Y confundiste tanto amor que te entregaba
Con un permiso para así romperme el alma

¿Que Hiciste? Nos obligaste a destruir las madrugadas
Y nuestras noches las ahogaron tus palabras
Mis ilusiones acabaron con tus farsas
Se te olvido que era el amor lo que importaba
Y con tus manos derrumbaste nuestra casa...


Che Hai Fatto

Entrambi ieri sognavamo un mondo perfetto
dalle nostre labbra ieri uscivano le parole
perchè guardandoci negli occhi ci spiavamo l'anima
e la verità non vacillava nel tuo sguardo

ieri c'eravamo promessi di conquistare l'intero mondo
ieri tu mi avevi giurato che quest'amore
sarebbe durato in eterno
perchè sbagliarsi una volta è sufficiente
per imparare che cosa significa amare veramente

che hai fatto? oggi hai distrutto la speranza con il tuo orgoglio
oggi hai oscurato il mio sguardo con la tua furia
hai cancellato tutta la nostra storia con la tua collera
e hai confuso il tanto amore che ti stringeva
con un permesso per distruggermi l'anima

che hai fatto? ci hai obbligati a distruggere le albe
e le nostre notti le hanno cancellate le tue parole
le mie illusioni hanno fatto terminare le tue farse
hai dimenticato che era l'amore la cosa che importava
e con le tue mani hai distrutto la nostra casa

domani sarà un nuovo giorno nel mio universo
non vedrò il tuo nome scritto nei miei versi
non ascolterò le parole di pentimento
ignorerò senza dolore il tuo rimorso

domani dimenticherò che ieri sono stata la tua amante fedele
domani non ci saranno nemmeno motivi per odiarti
cancellerò tutti i tuoi sogni dai miei
che il vento trascini via per sempre i tuoi ricordi

che hai fatto? oggi hai distrutto la speranza con il tuo orgoglio
oggi hai oscurato il mio sguardo con la tua furia
hai cancellato tutta la nostra storia con la tua collera
e hai confuso il tanto amore che ti stringeva
con un permesso per distruggermi l'anima

che hai fatto? ci hai obbligati a distruggere le albe
e le nostre notti le hanno cancellate le tue parole
le mie illusioni hanno fatto terminare le tue farse
hai dimenticato che era l'amore la cosa che importava
e con le tue mani hai distrutto la nostra casa

e hai confuso il tanto amore che ti stringeva
con un permesso per distruggermi l'anima

che hai fatto? ci hai obbligati a distruggere le albe
e le nostre notti le hanno cancellate le tue parole
le mie illusioni hanno fatto terminare le tue farse
hai dimenticato che era l'amore la cosa che importava
e con le tue mani hai distrutto la nostra casa




PIMPINELA - OLVIDAME Y PEGA LA VUELTA

ELLA :
HACE DOS AÑOS Y UN DÍA QUE VIVO SIN ÉL,
HACE DOS AÑOS Y UN DÍA QUE NO LO HE VUELTO A VER,
Y AUNQUE NO HE SIDO FELIZ
APRENDÍ A VIVIR SIN SU AMOR,
PERO AL IR OLVIDANDO
DE PRONTO UNA NOCHE VOLVIÓ...
QUIÉN ES ?

EL : SOY YO...

ELLA : QUÉ VIENES A BUSCAR ?

EL : A TI...

ELLA : Y ES TARDE...

EL : POR QUÉ ?

ELLA : PORQUE AHORA SOY YO
LA QUE QUIERE ESTAR SIN TI...
POR ESO VETE,
OLVIDA MI NOMBRE,
MI CARA, MI CASA,
Y PEGA LA VUELTA

EL : JAMÁS TE PUDE COMPRENDER...

ELLA :
VETE, OLVIDA MIS OJOS, MIS MANOS,
MIS LABIOS, QUE NO TE DESEAN

EL : ESTÁS MINTIENDO YA LO SÉ...

ELLA : VETE, OLVIDA QUE EXISTO,
QUE ME CONOCISTE, Y NO TE SORPRENDAS,
OLVIDA DE TODO QUE
TÚ PARA ESO TIENES EXPERIENCIA...

EL : EN BUSCA DE EMOCIONES
UN DÍA MARCHÈ
DE UN MUNDO DE SENSACIONES QUE NO ENCONTRE,
Y AL DESCUBRIR QUE ERA TODO
UNA GRAN FANTASIA VOLVI,
PORQUE ENTENDI QUE QUERIA LAS COSAS
QUE VIVEN EN TI...

ELLA : ADIOS...

EL : AYUDAME...

ELLA : NO HAY NADA MAS QUE HABLAR...

EL : PIENSA EN MI...

ELLA : ADIOS...

EL : POR QUÉ ?

ELLA : PORQUE AHORA SOY YO
LA QUE QUIERE ESTAR SIN TI...
POR ESO VETE, OLVIDA MI NOMBRE,
MI CARA, MI CASA,
Y PEGA LA VUELTA

EL : JAMÁS TE PUDE COMPRENDER...

ELLA : VETE, OLVIDA MIS OJOS,
MIS MANOS, MIS LABIOS,
QUE NO TE DESEAN

EL : ESTAS MINTIENDO YA LO SE...

ELLA : VETE, OLVIDA QUE EXISTO,
QUE ME CONOCISTE,Y NO TE SORPRENDAS,
OLVIDA DE TODO
QUE TU PARA ESO TIENES EXPERIENCIA...


DIMENTICAMI E VATTENE

LEI:
SONO DUE ANNI E UN GIORNO CHE VIVO SENZA DI LUI
SONO DUE ANNI E UN GIORNO CHE NON LO VEDO PIÙ
E ANCHE SE NON SONO STATA FELICE,
HO IMPARATO A VIVERE SENZA IL SUO AMORE
PERÒ MENTRE LO DIMENTICAVO,
IMPROVVISAMENTE UNA NOTTE TORNÒ:
...CHI È?

LUI: SONO IO

LEI: CHE VIENI A CERCARE

LUI: TE…

LEI: ORMAI È TARDI

LUI: PERCHÉ?

LEI:
PERCHÉ ADESSO SONO IO
QUELLA CHE VUOLE STARE SENZA DI TE
PER QUESTO VATTENE,
DIMENTICA IL MIO NOME,
LA MIA FACCIA, LA MIA CASA,
E TORNA DA DOVE SEI VENUTO

LUI: NON TI HO MAI CAPITA

LEI:
VATTENE, DIMENTICA I MIEI OCCHI, LE MIE MANI,
LE MIE LABBRA, CHE NON TI DESIDERANO

LUI: STAI MENTENDO LO SO!

LEI: VATTENE, DIMENTICA CHE ESISTO, CHE MI HAI CONOSCIUTO, E NON TI SORPRENDERE,
DIMENTICA TUTTO
CHE TU IN QUESTE COSE HAI ESPERIENZA…

LUI: IN CERCA DI EMOZIONI
UN GIORNO ME NE SONO ANDATO
IN UN MONDO DI SENSAZIONI CHE NON HO TROVATO
E ORA SCOPRENDO CHE ERA TUTTO
UNA GRAN FANTASIA SONO TORNATO
PERCHÉ HO CAPITO CHE VOGLIO LE COSE
CHE VIVONO IN TE…

LEI: ADDIO…

LUI: AIUTAMI

LEI: NON ABBIAMO ALTRO DA DIRCI

LUI: PENSAMI

LEI: ADDIO…

LUI: PERCHÉ?

LEI: PERCHÉ ORA SONO QUELLA
CHE VUOLE STARE SENZA DI TE,
PER QUESTO VATTENE,
DIMENTICA IL MIO NOME,
LA MIA FACCIA, LA MIA CASA
E TORNA DA DOVE SEI VENUTO

LUI: NON TI HO MAI CAPITA

LEI: VATTENE, DIMENTICA I MIEI OCCHI,
LE MIE MANI, LE MIE LABBRA,
CHE NON TI DESIDERANO

LUI: STAI MENTENDO, LO SO

LEI: VATTENE, DIMENTICA CHE ESISTO,
CHE MI HAI CONOSCIUTA, E NON TI SORPRENDERE, DIMENTICA TUTTO,
CHE TU IN QUESTE COSE ESPERIENZA…




martedì 22 aprile 2008

JERRY RIVERA - VUELA MUY ALTO

Se que has dado de ti
lo que has podido
y a veces no se engaña el corazon
por un capricho
este no era el lugar
ni nuestro destino
mejor no ser amantes
si tan solo ser amigos
no hay quien pueda contar
las piedras de un rio
ni la arena del mar
ni lo que yo perdido
si un dia fuiste aquella
la dueña de mi alma
hoy tiengo que ser fuerte y
dejar que tu te vayas

Aunque me *arranques la piel*
vuela muy alto
no te detendre
y cada quien que tome su camino
aunque me arranques la piel
vuela muy lejos
dios sabe porque, porque
nos despedimos
por el tu bien y el mio

Y si te digo adios
no es porque quiera
te dejo ser feliz
aunque muera de pena

Aqui no hay pecadores
ni hay delito
no era tu obligacion amarme
te lo he dicho
gracias por tanto y todos
te llevare muy dentro
tu has sido lo mejor
y yo de nada me arrepiento

Aunque me arranques la piel
vuela muy alto
no te detendre
y cada quien que tome su camino
aunque me arranques la piel
vuela muy lejos
dios sabe porque, porque
nos despedimos
por el tu bien y el mio

Y si te digo adios
no es porque quiera
te dejo ser feliz
aunque muera de pena

Adios, adios y que te vaya bien
adios, adios y que te vaya bien
y a mi me queda esos dias
para recordar
adios, adios, te vas
adios, adios, y que te vaya bien
es duro yo lo se
y aunque no siendo mas
se que ambos lo intentamos
lo quisimos y aqui estamos
dejandonos en un adios la vida

Aunque me arranques la piel
vuela muy alto
no te detendre
y cada quien que tome su camino
aunque me arranques la piel
vuela muy lejos
dios sabe porque, porque
nos despedimos
por el tu bien y el mio

Y si te digo adios
no es porque quiera
te dejo ser feliz
aunque muera de pena
adios, adios y que te vaya bien


VOLA IN ALTO

So che hai dato di te
quello che hai potuto
ed a volte non si inganna il cuore
per un capriccio
questo non era il posto
né il nostro destino
meglio non essere amanti
se tanto si può solo essere amici
non c'è chi possa contare
le pietre di un fiume
né la sabbia del mare
né quello che io ho perso
se tu sei stata un giorno
la padrona della mia anima
oggi devo essere forte e
lasciare che tu vada via

Benché mi spezzi il cuore *(strappi la pelle)
vola in alto
non ti fermerò
e che ognuno prenda la sua strada
benché mi spezzi il cuore *
vola lontano
dio sa perché, perché
ci salutiamo
per il bene tuo ed il mio

E se ti dico addio
non è perché lo voglio
ti lascio essere felice
benché muoia di pena

Qui non ci sono peccatori
né c'è delitto
non eri obbligata ad amarmi
te l'ho detto
grazie per tutto quanto
ti porterò dentro me
tu sei stata la cosa migliore
ed io non mi pento di niente

Benché mi spezzi il cuore *
vola in alto
non ti fermerò
e che ognuno prenda la sua strada
benché mi spezzi il cuore *
vola lontano
dio sa perché, perché
salutiamoci
per il bene tuo ed il mio

E se ti dico addio
non è perché lo voglio
ti lascio essere felice
benché muoia di pena

Addio, addio e che ti vada bene
addio, addio e che ti vada bene
ed a me rimangono quei giorni
da ricordare
addio, addio, tu vai via
addio, addio, e che ti vada bene
è duro e io lo so
e benché non saremo più insieme
so che entrambi lo abbiamo tentato
e anche voluto, e qui
la vita lasceremo in un addio