BENVENUTI!

Benvenuti nel mio blog!
E' mio grande piacere, con questo spazio, mettere a disposizione di tutti ciò che più amo: POESIA, MUSICA, SPORT, MEDICINA, PSICOLOGIA, SAGGEZZA POPOLARE e tanto altro
.
Cari saluti!

Chiara Inesia


Visualizzazione post con etichetta ARTICOLI di MEDICINA. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ARTICOLI di MEDICINA. Mostra tutti i post

giovedì 15 maggio 2008

EPIGENETICA

di Brona McVittie, traduzione di Marzia Massimi

Come l'epigenetica dà forma alla vita


“…viene voglia di chiedersi se questo nastro attorcigliato di zuccheri e basi puriniche e pirimidiniche sia, effettivamente, Dio.”
James Watson

Sono passati più di 50 anni dalla scoperta della struttura a doppia elica del DNA da parte di James Watson e Francis Crick. Questa scoperta, insieme alla diffusione della teoria darwiniana dell’evoluzione, ha contribuito a rendere di dominio pubblico l’idea che il DNA codifica caratteristiche ereditarie. Basti pensare al risalto dato dai media alla morte, avvenuta nel 2004, di Francis Crick, per rendersi conto di come questi concetti siano accettati anche al di fuori della comunità scientifica. In un certo senso però, le teorie evoluzionistiche che spiegano tutto con l’esistenza dei geni, hanno mostrato di avere dei limiti. Il programma genetico, come un complesso spartito musicale, rimarrebbe privo di vita senza un’orchestra di cellule (i musicisti) e di fattori epigenetici (gli strumenti musicali) per poterlo interpretare.

Cliccate sul titolo per andare alla pagina web dove è pubblicato l'articolo.

venerdì 4 aprile 2008

YIN - YANG E MEDICINA TRADIZIONALE CINESE

di Dott. Marcello Gennari, MD


Dice il testo antico:
-Yin e Yang sono la legge del Cielo e della Terra, lo schema di tutte le cose, i generatori del cambiamento, l’origine della nascita e della distruzione - Suwen, cap.5. - Una cosa è Yin, una cosa è Yang, questo è il Tao - Yi King

La prima citazione del concetto di Yin-Yang si trova nel Libro dei Mutamenti (Yi King) che viene fatto risalire circa al 700 a.c.
Lo Yin viene rappresentato come una linea spezzata e lo Yang come una linea intera.
La combinazione di gruppi di tre linee dà luogo ai cosiddetti trigrammi, che combinati a due a due danno luogo ai 64 esagrammi.
Le figure combinative degli esagrammi dovevano consentire di studiare e predire lo sviluppo di qualsiasi fenomeno dell’Universo.
Due secoli piu’ tardi fiorì una scuola filosofica specifica: la scuola Yin-Yang. Essa ebbe il suo momento di maggior sviluppo durante il periodo degli Stati Guerrieri (476-221 a.c.).
Questa Scuola approfondì in particolare lo studio dello Yin e dello Yang e la Teoria dei 5 Elementi. Il maggior esponente di questa Scuola fu il filosofo Zou Yang (350-270 a.c.).
Per sommi capi, gli insegnamenti della Scuola Yin-Yang si prefiggevano lo scopo di comprendere la Natura e le leggi che la governano e cercavano di individuare stili di vita in armonia con esse. Dall’armonia con le leggi della Natura deriva la salute e la felicità, concetto che ancora oggi ci giunge intatto dagli insegnamenti della moderna Medicina Cinese.

IL CONCETTO DI YIN - YANG

Esaminiamo i caratteri cinesi che significano Yin e Yang: entrambi sono formati da un radicale che significa collina, altura.
Nell'ideogramma che significa Yin vi è inoltre un carattere che significa nuvola, mentre nell'ideogramma che significa Yang vi è un carattere che raffigura il sole sopra l'orizzonte con i suoi raggi diretti verso il basso.
Il carattere Yin indica quindi il lato in ombra di una collina, mentre il carattere Yang indica il lato al sole.
Quindi è considerato Yin tutto ciò che è freddo, calmo, a riposo, passivo, oscuro, che scende, interno, che diminuisce, basso e così via, mentre è classificato Yang tutto ciò che è caldo, che splende, è chiaro, scalda, è in movimento, è in attività e così via.
Il concetto di Yin-Yang può essere impiegato per comprendere e interpretare la natura di tutte le cose : lo stato della materia condensato è Yin, mentre quello rarefatto ed espanso è Yang.
Così una pietra ha una forte connotazione Yin poichè è statica, pesante, solida, piena, dura, fredda, mentre il gas idrogeno è Yang perchè è rarefatto, tende a salire e può facilmente trasformarsi in energia.
Lo stesso concetto di Yin-Yang permette di interpretare l’evolversi ciclico dei fenomeni dell’Universo.
All’alba lo Yang inizia ad aumentare e diventa il massimo a mezzogiorno, per cominciare a diminuire nel pomeriggio. Alla sera lo Yin è forte e arriva al massimo a mezzanotte. Analogamente le stagioni: l’inverno è freddo, tutto è immobile sotto il gelo e la natura dorme.
Poi con la primavera fioriscono le piante e gli animali riprendono a correre per le campagne. Il vento anima l’aria e la vita rifiorisce.
Il calore giunge al culmine in estate e nel momento di massimo calore scoppiano i temporali, che fanno presagire il nuovo cambiamento.
Il clima si fa più freddo in autunno, la vita si affievolisce nei primi freddi e nelle lunghe piogge di novembre e ritorna l’inverno.
L’estremo contiene la radice del cambiamento: il massimo dello Yin è l’inizio di un nuovo ciclo Yang e viceversa: Tutto questo è rappresentato graficamente con il simbolo "Tai Ji" "Ultimo Supremo".
Nei temporali estivi che turbano il solleone di agosto sentiamo la radice dello Yin che si manifesta, come in certe giornate di inverno innevate e gelide un raggio di sole ci fa presagire il ritorno della primavera.
Nel culmine della felicità un brivido di tristezza ci percorre l’animo e nei momenti di disperazione le energie si riuniscono per continuare a lottare.
Possiamo vedere ancora lo Yin e lo Yang nel ciclo di trasformazione della materia: il ghiaccio sulla montagna è molto Yin, freddo, immobile. Si scioglie ai raggi del sole e si trasforma in acqua che si anima scendendo a valle. Sotto l’azione del calore l’acqua si trasforma in vapore che sale al cielo: il massimo dello Yang. A questo punto il vapore si condensa in gocce e fiocchi di neve e di nuovo in ghiaccio.
L’evolversi ciclico delle cose puo’ non essere così apparente: la pietra immobile subisce il logorio degli elementi e si trasforma in polvere che viene sparsa dal vento e si combina con altri elementi in forme sempre più rarefatte e inapparenti.
Anche l’energia pura, ultimo stadio dello Yang si ricondensa formando materia.
In molti casi alcuni stadi di trasformazione possono richiedere quindi periodi di tempo o ambiti di osservazione che sfuggono alla nostra comune capacità sensoriale.
A questi concetti se ne aggiungono altri 4 importanti:

Lo Yin e lo Yang sono opposti: questo concetto appare evidente dalla definizione di Yin e Yang. Tuttavia bisogna aggiungere che ogni condizione è sempre relativa. Esistono cose Yin relativamente ad altre cose piu’ Yang e viceversa.
Non esistono uno Yin e uno Yang assoluti dato che ogni situazione estrema contiene la radice del suo contrario e tutto è in movimento.

Lo Yin e lo Yang sono interdipendenti: non esiste lo Yin senza lo Yang e viceversa.
Anche le cose che ci appaiono agli estremi della scala hanno entrambe le componenti: il sole che è fortemente Yang, caldo, luminoso, bianco, ha un substrato materiale di miliardi di tonnellate di massa. La terra che è scura, fredda, statica, contiene l’energia per la vita delle piante e per far muovere le macchine delluomo.

Lo Yin e lo Yang si bilanciano a vicenda: quando lo Yang è al massimo lo Yin è al minimo e viceversa. Le stagioni, il giorno e la notte, l’azione e il riposo sono esempi della alternanza di Yin e Yang.
Osserviamo le cose inanimate: un sasso, per esempio è molto Yin e poco Yang, il gas è molto Yang e poco Yin. Il ghiacciaio è molto Yin e l’acqua del torrente è molto piu’ Yang.
Negli organismi viventi in salute vi è un continuo equilibrio dinamico dello Yin e dello Yang, mentre vi è uno squilibrio verso una delle due condizioni in caso di malattia.

Lo Yin e lo Yang si intertrasformano: questo concetto appare ovvio alla luce dei tre precedenti: la benzina si trasforma in energia, il legno in fuoco, l’acqua in ghiaccio.
Ogni trasformazione ha i suoi tempi e richiede particolari condizioni ambientali e dei componenti interessati: la benzina si infiamma facilmente. il legno meno facilmente, la pietra per niente.
Però con modalità e tempi molto differenti il cerchio non rimane mai aperto e il ciclo fluisce continuamente.

LO YIN - YANG NELLA MEDICINA TRADIZIONALE CINESE

Ogni parte del corpo umano ha una connotazione prevalentemente Yin o Yang.
Riassumiamo le principali suddivisioni:

Yang

Parte Superiore
Parte Posteriore
Esterno
Visceri (cavi)
Testa
Funzione
Qi
Meridiani Yang

Yin
Parte Inferiore
Parte Anteriore
Interno
Organi (pieni)
Corpo
Struttura
Sangue
Meridiani Yin

Nella parte posteriore del corpo scorrono i meridiani Yang con il "Mare dei Meridiani Yang" il Vaso Governatore (Du Mai). La funzione dei Meridiani Yang è di rinforzare l’energia difensiva e di aumentare la resistenza ai fattori patogeni.
Nella parte anteriore del corpo scorrono i meridiani Yin e al centro il "Vaso Concezione", chiamato anche"Vaso Direttore" (Ren Mai). La funzione dei meridiani Yin è di nutrire il corpo, il sangue e i liquidi corporei.

Parte Superiore- Parte Inferiore
Tutti i meridiani Yang arrivano o cominciano dalla testa. I loro punti possono servire per richiamare lo yang verso l’alto o per disperdere lo Yang in eccesso. Inoltre lo Yang tende a salire. Se eccessivo può causare occhi rossi, volto rosso, cefalea etc.
Ai piedi cominciano i principali meridiani Yin e i loro punti ivi situati tonificano lo Yin e calmano lo Yang.

Esterno-Interno
Nello strato superficiale del corpo scorre l’Energia Difensiva che è Yang, mentre all’interno scorrono il Sangue e l’Essenza, che sono Yin e hanno funzione nutritizia.

Organi e Visceri
"I 5 Organi Yin accumulano... e non si vuotano... I 6 visceri Yang trasformano e digeriscono e non accumulano..."
Gli Organi Yin sono: Cuore, Milza, Fegato, Reni, Polmoni e i visceri Yang: Intestino Crasso, Stomaco, Intestino Tenue, Vescica, Triplo Riscaldatore e Vescica Biliare.
Gli organi Yin sono chiamati "Organi Scrigno" perchè raccolgono ed accumuloano come uno scrigno che contiene un tesoro.
I visceri sono "Visceri Officina" perchè in essi il materiale viene trattato, elaborato e inviato nei magazzini di raccolta.

Funzione e Struttura
Ogni organo o viscere, come ogni sostanza del corpo umano, anche se classificati come Yin o Yang sono ulteriormente suddivisibili in una parte Yin e in una parte Yang.
Così, per esempio, il fegato è un organo, e quindi Yin. Ma la sua parte solida, materiale, è Yin mentre le sue funzioni fisiologiche rappresentano l’aspetto Yang. Nessuno dei due aspetti puo’ esistere senza l’altro.
Anche nella medicina occidentale, per esempio, le funzioni del fegato sono intimamente legate alla sua struttura. Quando la struttura si sovverte, si disorganizza, anche le funzioni vengono meno. La Milza ha una parte strutturale che è Yin e una parte funzionale che è Yang. La sua funzione è di far salire le sostanze nutritive, che si trasformano in Energia nutritizia e Sangue, che di nuovo tornano alla Milza per nutrirne la struttura Yin. Il cerchio funzionale così si completa.

Qi e Sangue
Il Qi è Yang, scalda il corpo e fornisce energia motrice al Sangue.
Il Sangue è Yin e trasporta il Qi e umidifica tutte le parti del corpo. A sua volta il Qi nutritizio è più Yin del Qi difensivo, che è più mobile, più veloce e ha la funzione di combattere con le energie perverse esterne e di riscaldare il corpo.
I quattro aspetti fondamentali della relazione Yin-Yang si ritrovano anche nella fisiologia del corpo umano: opposizione dello Yin e dello Yang.
Molti aspetti di antitesi delle cose materiali e dei fenomeni dell’universo trovano la loro controparte negli aspetti funzionali e strutturali del corpo umano.
Il fuoco è Yang e l’acqua è Yin. Sono due aspetti sostanzialmente contrapposti: così nel corpo umano abbiamo l’aspetto del fuoco rappresentato dal "Fuoco Imperiale" che nasce a livello dei Reni ed è una forza motrice che fa muovere il sangue nei vasi, scalda il corpo, lo difende dalle energie perverse e, in generale muove tutti i processi fisiologici inclusa l’energia creativa del pensiero, tipica solo dell’uomo.
L’Acqua è rappresentata dai liquidi corporei che moderano l’azione di consunzione del Fuoco fisiologico e nutrono tutti gli organi e i visceri.
Se il Fuoco è eccessivo esso tende a salire, il viso si colora di rosso e può comparire cefalea.
Se l’acqua è eccessiva essa scende ai piedi e si raccoglie sotto forma di edema.
Cio’ che è caldo è Yang e ciò che è freddo è Yin.
Se una persona soffre facilmente di freddo ha un deficit di Yang, che non riesce a scaldare il corpo e in particolare le estremità che sono le parti più distanti dal centro e quindi quelle in cui il deficit di Yang si avverte prima.
Se una persona ha uno Yang eccessivo, anche patogeno, come per esempio in caso di febbre, avverte calore.
La semeiotica fisica in questo caso è estremamente semplice e ci permette subito di fare una distinzione tra aspetto Yang e Yin della affezione.

Agitazione-Calma
L’agitazione, l’ansia, l’insonnia indicano eccesso di Yang.
La astenia, il desiderio di dormire, la sonnolenza sono sintomi di eccesso di Yin.

Secchezza- Umidità
La secchezza a carico delle mucose, come le congiuntive secche, la bocca secca, le feci secche e l’urina scarsa e densa indicano l’eccesso di Yang.
Ogni sintomo indicante un eccesso di umidità come in particolare l’edema, i gonfiori, la lingua gonfia, le urine abbondanti e le feci di consistenza molle indicano un eccesso di Yin.

Rapidità-Lentezza
Se il paziente ci appare nervoso, con movimenti veloci e parla rapidamente ha un eccesso di Yang. Se è sedato, tranquillo, con riflessi lenti, puo’ avere un eccesso di Yin.
In generale, nella fisiologia del corpo umano abbiamo un equilibrio dinamico dello Yin e dello Yang. Solo nel caso patologico abbiamo una manifestazione che può essere Yin o Yang. E riflette l’eccedenza di uno dei due fattori dovuta alla noxa patogena.

La interdipendenza dello Yin e dello Yang
Lo Yin è all’interno ed è il substrato materiale dello Yang; lo Yang è all’esterno ed è la manifestazione dello Yin.
Lo Yin e lo Yang sono opposti, ma non possono esistere l’uno senza l’altro.
Così un organo come il Fegato o la Milza possiede certe funzioni in virtù di una struttura peculiare che queste funzioni assiste e promuove.
Il complesso di funzioni vitali di questi organi inoltre contribuisce a mantenere sana e funzionale la struttura stessa.

Lo Yin e lo Yang si interbilanciano
Anche nel corpo umano lo Yin e lo Yang sono in una situazione di bilancio dinamico. Dopo una performance fisica si ha un periodo di recupero.
Ad un aumento di Yin del corpo per cause patologiche corrisponde un deficit di Yang e viceversa. Un paziente affetto da ipotiroidismo, per esmpio, trattiene liquidi, aumenta di peso, la sua voce si fa bassa, si sente debole e sonnolento poichè il suo Yang è diminuito e il suo Yin è aumentato.

Lo Yin e lo Yang si intertrasformano
Il cambiamento si verifica in stadi temporali ben definiti e secondo qualità interne peculiari: dal legno freddo e oscuro esce la gemma e poi il fiore sotto l’effetto dell’aumento di calore della primavera.
Con l'energia delle sostanze nutritizie si forma il Sangue. Il vento gelido penetra nei polmoni e si trasforma in calore: il paziente ha la febbre alta e presenta Calore al Polmone (broncopolmonite).


lunedì 17 marzo 2008

OMOTOSSICOLOGIA

di Aquilino Polito

L’OMOTOSSICOLOGIA figlia dell’omeopatia nasce intorno agli anni '50 con il medico tedesco Hans-Heinrich Reckeweg, già medico omeopata, che non soddisfatto della definizione di malattia data dalla dottrina Hahnemaniana teorizzò che ".... tutti quei processi che noi chiamiamo malattie sono l'espressione delle misure difensive biologicamente opportune, contro omotossine esogene ed endogene....; oppure rappresentano il tentativo biologicamente opportuno, da parte dell'organismo di compensare i danni omotossici subiti al fine di mantenersi in vita quanto Più a lungo possibile..." (Dr H-H Reckeweg).

Con l'introduzione de concetto di omotossina (fattore tossico per l'uomo), la malattia viene ad essere considerata come una risposta immunitaria difensiva da parte del Sistema della Grande Difesa dell'ospite verso questo tossico che può provenire dall'esterno oppure dall'ospite stesso.
L'organismo si difende da questi attacchi attraverso l'attivazione del cosiddetto "Sistema della grande difesa"; questo è composto da 5 sottosistemi che si integrano a vicenda :1) Sistema reticolo-endoteliale che produce gli anticorpi ; 2) Meccanismo Adenoipofisi - Corteccia surrenale, che controlla le funzioni del tessuto connettivo e quindi è deputato alla modulazione della infiammazione; 3) Sistema del riflesso neurale; 4) Funzione disintossicante del fegato, che serve ad eliminare le omotossine mediante la formazione di un composto chiamato omotossone, dato dall'accoppiamento di due omotossine:
OMOTOSSINA (tossica) + OMOTOSSINA (tossica) = OMOTOSSONE (non tossico)
5) Funzione disintossicante del connettivo che esplica sia una funzione passiva drenante, avviando verso gli emuntori gli omotossoni, sia una funzione attiva producendo macrofagi, linfociti e leucociti, cellule impegnate attivamente nell'infiammazione.

Il connettivo rappresenta il campo dove si svolge quel fenomeno che abbiamo chiamato "Malattia" ; esso è sotto l'influenza sia dell'ipofisi che del surrene alternando fasi di acidità a fasi di alcalinità secondo le leggi della Commutazione vegetativa di Hoff.
Questa si estrinseca attraverso il passaggio da una fase acida, che va dalle tre del mattino alle tre del pomeriggio, in cui prevale l'infiammazione intesa come fase digestiva (digestione parenterale di Rosale) e depurativa, ad una fase alcalina, che va dalle tre del pomeriggio alle tre del mattino, in cui prevale l'intossicazione con imbrigliamento nel connettivo di sostanze tossiche.

Abbiamo detto che la malattia non è altro che una battaglia tra un tossico che aggredisce e l'ospite che cerca di difendersi; ebbene se l'organismo non vince questa battaglia va incontro a malattie che si aggravano sempre di più fino alla morte dell'ospite.
Per esempio l'introduzione di un tossico epatico causerà inizialmente un'epatite, poi una cirrosi ed infine un cancro del fegato.

Questo susseguirsi di eventi con aggravamento della patologia viene definita da Reckeweg " Vicariazione progressiva". Se si interviene con una terapia antiomotossica mirata, si blocca la progressione della malattia e si innesca una sorta di marcia indietro la cosiddetta " Vicariazione regressiva" che riporta l'organismo allo stato di salute iniziale.
Tutte le terapie retossiche provocano una vicariazione progressiva, mentre le terapie biologiche provocano una vicariazione regressiva.

L'Omotossicologia inquadra l'evoluzione morbosa di un paziente nella cosiddetta
“TAVOLA DELLE OMOTOSSICOSI ”.
La Tavola delle Omotossicosi viene suddivisa in Fasi Umorali e Fasi Cellulari.
Nelle Fasi Umorali, benigne, prevale la risposta da parte dell'organismo che ha ancora integri i suoi meccanismi di difesa; questa si suddivide in Escrezione, Reazione e Deposito.
Nelle Fasi cellulari, maligne, prevale il danno profondo ai meccanismi di difesa causati da terapie inadeguate; questa si suddivide in Impregnazione, Degenerazione, Neoplasma.

LE MEDICINE E LE PRATICHE NON CONVENZIONALI

di Aquilino Polito
Membro board scientifico nazionale
SNAMID per le Medicine non Convenzionali

Le medicine e le pratiche "non convenzionali" ritenute in Italia come rilevanti da un punto di vista sociale sia sulla base delle indicazioni della Risoluzione n. 75 del Parlamento europeo del 29/5/97 e della Risoluzione n. 1206 del Consiglio d'Europa del 4/11/99 che sulla base della maggiore frequenza di ricorso ad alcune di esse da parte dei cittadini oltre che degli indirizzi medici non convenzionali affermatisi in Europa, negli ultimi decenni, sono:
Agopuntura, Fitoterapia, Medicina Ayurvedica, Medicina Antroposofica, Medicina Omeopatica, Medicina Tradizionale cinese, Omotossicologia, Osteopatia, Chiropratica.

Tutte queste pratiche hanno in comune il fatto di considerare il malato e non la malattia a differenza della medicina Allopatica (detta anche Accademica o tradizionale) che è riuscita a parcellizzare l’uomo in tantissime e microscopiche specialità che non sempre concordano!
Oggi all’inizio del terzo millennio, dove le nanotecnologie e le indagini ultrasofisticate la fanno da padrone, dove è diventato difficile trovare un medico che utilizzi la “clinica” prima delle indagini, dove i farmaci sempre più costosi e sempre più tossici sono diventati la normalità, sempre di più le persone decidono di rivolgersi a metodi di cura diversi. Una volta questi percorsi diagnostico-terapeutici (perché di questo si tratta) venivano ingiustamente ed erroneamente definiti “alternativi”, oggi molto più semplicemente vengono definiti “ non convenzionali.

Tra queste discipline l’Omeopatia e l’Omotossicologia, l’Agopuntura e la Medicina Tradizionale Cinese rappresentano le maggiormente utilizzate dai medici e dai pazienti.
Questi percorsi terapeutici pur se apprezzati da moltissimi pazienti (in Italia si stima che circa il 10% dei pazienti si rivolge a pratiche non convenzionali) sono avversati a volte in modo veramente “viscerale” dalla cosiddetta medicina accademica; ovviamente i maggiori detrattori sono quelli meno informati sulle metodologie non convenzionali!

Il perché di questa avversione, oltre all’ignoranza (della materia!) ha origini a mio parere, molto più antiche e per darne conto bisogna fare qualche passo indietro.
Bisogna spostarsi a Lipsia, in un giorno qualunque del 1789 nell’ambulatorio di Christian Friedrich Samuel Hahnemann, uno dei più famosi medici della città e forse della Sassonia, che improvvisamente affacciandosi alla porta della sala d’attesa e pronuncia la frase che ritengo abbia creato un baratro tra la medicina accademica e quella che sarà l’Omeopatia.

"...amici miei, potete andarvene da qui, io non so alleviare le vostre sofferenze, non sono capace di guarirvi e non voglio quindi rubare il vostro denaro";

questa frase, pronunciata da un valente rappresentante dell’allora medicina accademica, faceva chiaramente intendere che il valore delle usuali terapie fondate su emetici, purganti, sanguisughe e salassi era di fatto inesistente, e questo non fu affatto gradito ai medici che facevano fortuna prescrivendo quelle inutili terapie.
Questo comportamento non deve lasciare perplessi e si inserisce perfettamente nel travaglio culturale settecentesco.
Erano gli anni delle grandi rivoluzioni sia nel campo politico che di quello medico e che porteranno al positivismo ottocentesco.

domenica 16 marzo 2008

IPOTESI PER UNA BASE SCIENTIFICA DELLA TERAPIA BIOENERGETICA ED OMEOPATICA

di Luigi Marcello Monsellato

L’ETÀ DELL’UOMO
II° semestre 86 – Anno III
Gennaio-Febbraio N. 16

La Medicina Bioenergetica ed Omeopatica, medicine “biologiche”, stanno mietendo notevoli successi in campo nazionale ed internazionale; malgrado ciò, occupano una posizione di contorno nei confronti della medicina ufficiale.
Questo è dovuto anche alla mancanza di una base biologica, che possa far da fondamento a tali medicine. In conseguenza di tale mancanza, si sono sviluppati due atteggiamenti: uno mistico, di adesione totale ai dettami delle medicine biologiche, rifiutando persino una ricerca scientifica al riguardo, l’altro di scarsa considerazione, da parte del corpus medico allopatico.

Quello di cui desidero parlarvi oggi è una proposta fisico-chimica della medicina omeopatica e bioenergetica: il concetto base, comune ad entrambe, l’unità fisico-emozionale. Le modificazioni del soma sono le conseguenze di modificazioni del nucleo emozionale, anzi queste ultime costituiscono la premessa di una malattia. Infatti nella mia pratica professionale non ho mai visto un ulceroso, che non avesse avuto carenza di tenerezze da parte di qualcuno dei genitori, non ho visto mai un ipertiroideo sereno, ottimista, tranquillo, e così via.

Pertanto, i fenomeni somatici e quelli psichici sono visti nell’ambito di una concezione unitaria: le malattie altro non sono che gli esiti di processi globali, che investono tutto l’organismo e che, nel caso della medicina omeopatica, sono chiamati miasmi, nel caso della medicina bioenergetica blocchi energetici. In entrambi i casi l’azione terapeutica non persegue il sintomo, ma cerca di modificare in senso positivo e di riequilibrare il terreno, turbato dal miasma o dal blocco.
Secondo la fisica classica, la materia vivente è in equilibrio, quando non eroga energia con l’ambiente esterno. In tal modo si dice che essa è statica e che ogni modificazione del suo stato è realizzabile, solo grazie all’intervento di un agente esterno. Nell’enunciato del Secondo Principio della termodinamica, un sistema è in equilibrio quando ogni suo componente tende a disporsi spontaneamente nella maniera più caotica possibile, quando tende, in termini più ortodossi, alla massima ENTROPIA. Stando così le cose, la fisica classica non può affrontare il problema dell’autorganizzazione della materia vivente, la sola che può giustificare comportamenti autonomi e spontanei, distinti dai comportamenti preprogrammati e cibernetici dei robots.

Spetta alla fisica quantistica e statistica dare un grosso contributo alla risoluzione di tale problema. I sistemi biologici sono caratterizzati dall’essere ordinati, in modo del tutto spontaneo, senza cioè l’intervento di alcun agente esterno. Essere ordinati in questo campo vuol dire essere coerenti, dove per coerenza di un sistema si intende che tutte le componenti del sistema vibrano all’unisono, hanno tutte la stessa frequenza vibrazionale, o che tutte le reazioni biochimiche del sistema sono rigorosamente ordinate. Il concetto di coerenza è importante, per rendersi conto della stretta correlazione che esiste tra ciò che accade in punti diversi e lontani del sistema biologico (pensiamo al meccanismo di azione dell’agopuntura o della riflessoterapia, o ai molteplici effetti di un rimedio omeopatico o di una seduta bioenergetica). Inoltre, i sistemi biologici sono caratterizzati dalla capacità di scambiare grandi quantità di energia, per cui, per il Secondo Principio della termodinamica, sono lontani dall’essere in equilibrio. Un uovo di gallina emette 6 Kilocalorie di energia termica per grammo e per giorno, nelle 24 ore, del quarto giorno del suo sviluppo; nel sedicesimo giorno, quando cioè sta tendendo ad un certo equilibrio, esso emette 1 Kilocaloria per grammo e per giorno.

La scuola di Prigogine, premio Nobel per la Fisica, ha studiato, in maniera dettagliata, le proprietà termodinamiche della materia vivente e ha messo in evidenza che la connessione fra allontanamento dall’equilibrio e comparsa spontanea di ordine può benissimo chiarire i fenomeni biologici. Il cardine di tale ipotesi è che si può creare ordine interno solo in un sistema che, essendo lontano dall’equilibrio, eroga ed assorbe con l’ambiente esterno una grande quantità di energia.
Tale sistema si definisce dissipativo. In altri termini, un sistema può essere ordinato all’interno, solo se è immerso in un grande flusso di energia, che lo attraversi, senza però fermarsi per molto tempo. Un eventuale ingorgo di energia, cioè la possibilità che il sistema assorba energia senza scambiarla con l’ambiente esterno, distruggendo la dissipatività, distrugge anche la coerenza interna del sistema. Frohlich, uno studioso tedesco, ha proposto un modello, per applicare la scoperta di Prigogine e della sua scuola alla materia vivente.

L’acqua e tutti i sistemi macromolecolari, come quello delle membrane cellulari, per le loro proprietà elettriche possono essere paragonate a dei dipoli elettrici, cioè ad una coppia di cariche uguali, una positiva e l’altra negativa, separata da una certa distanza e caratterizzata da un modo di vibrazione.
Tale dipolo, come una calamita, attrae altri dipoli, che hanno la stessa frequenza vibrazionale, come due pendoli legati fra loro; così facendo, aumenta la loro frequenza vibrazionale, per cui attrarranno dipoli con frequenza vibrazionale maggiore a quella di partenza. Così si viene a creare un’onda di frequenza uguale a quella di risonanza che, propagandosi nel mezzo circostante, induce le altre molecole ad oscillare all’unisono. Il modello di Frohlich permette di dare ordine alle reazioni biochimiche, in modo che avvengano velocemente e ordinatamente e realizza in tal modo la dissipatività, in un sistema biologico, che deve essere capace di erogare tutta l’energia che riceve.

D’altra parte, i sistemi biologici non hanno sempre caratteristiche dissipative. Infatti, molto spesso purtroppo, accumulano e conservano energia per lungo tempo, come avviene per esempio per i pigmenti fotosintetici delle piante o, venendo a noi, le fibre muscolari contratte.
La contrazione muscolare è un modo importante e frequente di immagazzinare energia, sottraendola ai meccanismi dissipativi. Pertanto l’apparato muscolare negli animali e nell’uomo è un regolatore essenziale dell’equilibrio fra conservazione e dissipazione energetica. Il meccanismo conservativo è stato studiato dal russo DAVYOOV e si fonda sull’esistenza di particolari deformazioni delle catene molecolari, conseguenza di eccitazioni prodotte da cause esterne ( reazioni chimiche, radiazioni, ecc.), capaci di viaggiare per molto tempo su di esse e di trasportare energia a grande distanza. L’interconnessione tra il meccanismo dissipativo e quello conservativo ci può spiegare l’autoorganizzazione della materia vivente, che si lega immediatamente al meccanismo dissipativo (il più importante tra i due meccanismi), svolgendo quello conservativo un ruolo di innesco di quelle reazioni, che poi portano al meccanismo di Frohlich.

Interessante, a questo punto, il riferimento a livello molecolare di come possa operare il principio di espansione e contrazione, intuito per primo da Reich, come principio fondamentale di funzionamento della materia vivente. Recentemente queste ipotesi sono state suffragate da scoperte ed esperimenti unici. Webb, attraverso lo spettrofotometro raman-laser, ha messo in evidenza, all’interno delle cellule, un sistema di vibrazioni elettriche, svolgenti un ruolo chiave di regolazione delle funzioni biologiche, che dovrebbero propagarsi nella materia vivente, sotto forma di filamenti. Infatti negli Stati Uniti d’America, col microscopio elettronico ad alto voltaggio, si è riscontrato all’interno del citoplasma cellulare una rete microscopica di filamenti proteici, svolgente un ruolo dinamico nella vita della cellula. Riepilogando, le vibrazioni elettriche coerenti, che si realizzano nel meccanismo dissipativo, regolano, sia le funzioni metaboliche, sia la sequenza e la velocità delle reazioni biochimiche intracellulari.
Tale rete di vibrazioni è una rete di comando, immanente alla materia vivente, ben distinta dalla rete delle correnti nervose.

A

UOMO > DUE RETI DI COMANDO

B

A - VIBRAZIONI ELETTRICHE COERENTI, responsabili del funzionamento autonomo del vivente (e paragonabili all’ES di FREUD)

B - CORRENTI ELETTRICHE NERVOSE, responsabili dei comportamenti volontari o superiori (e paragonabili all’IO freudiano)

CONSIDERAZIONI
Da quello che ho appena esposto, si estrapola un primo dualismo: le onde elettriche coerenti, che regolano le reazioni enzimatiche dell’organismo, controllano il soma, e, quando sono soggettivamente percepite, vengono a coincidere con le emozioni, nel senso reichiano del termine.
Pertanto possiamo così schematizzare:
SISTEMA DI FROHLICH = SISTEMA EMOTIVO = ES FREUDIANO.

La rete di correnti elettriche nervose, invece, è identificabile all’IO freudiano; il dualismo tra questi due sistemi di comando e la loro interazione è alla base del dualismo IO-ES, scoperto da Freud. Il secondo dualismo che si ricava dall’esposizione sull’ipotesi biologica della dottrina bioenergetica è che le onde elettriche coerenti sono contemporaneamente regolatrici di reazioni biochimiche ed emozioni: da ciò si ha l’idea dell’unità fisico-emozionale dell’essere umano.
Come si forma il blocco energetico? Quando si ha la distruzione della condizione dissipativa, o meglio si ha il passaggio da una condizione dissipativa ad una conservativa, si ha un ingorgo di energia, ovvero un blocco energetico. Infatti un sistema biologico deve essere dissipativo, autocatalittico, altrimenti non si autoordina.

Quando l’energia resta immagazzinata nel sistema, si ha un blocco energetico verso l’esterno, con contemporanea disorganizzazione e distruzione dell’ordine interno: si ha la tendenza del sistema vivente a diventare un sistema inanimato (Reich ha descritto in maniera egregia questo processo nella sua teoria del cancro, come malattia della rassegnazione).
Ma quali sono le cause del blocco energetico? La concezione storica dei blocchi energetici e dei miasmi omeopatici ci fornisce una chiave indispensabile, per comprendere lo sviluppo della specie umana ed il sorgere della sua patologia. È nell’interazione individuo-ambiente esterno, che vanno ricercate le radici dei vari processi morbosi, che affliggono l’umanità. L’individuo singolo non ha autonomia dal punto di vista biologico, ma esiste come membro della specie: riscopriamo l’affermazione forse più importante della teoria reichiana: un organismo vivente, in quanto tale, ha bisogno di dissipare, di scambiare, attraverso le sue pulsioni, energia con l’ambiente esterno (l’essenza della natura vivente è la tendenza al piacere).

Gli ostacoli della vita quotidiana creano un blocco sociale alla dissipazione, per cui si determina un ingorgo energetico a livello fisico (da cui blocchi, miasmi, malattie), e, dal punto di vista della realtà, l’organismo vivente è obbligato a rifluire verso un’esistenza individuale. La contraddizione sociale diventa una contraddizione biologica. L’idea del riflusso violento di acqua in una mareggiata, quando le onde si infrangono sugli scogli, rende più chiara l’immagine di tale meccanismo, sia a livello fisico che sociale. In altre parole, il divieto sociale ad essere un sistema dissipativo viene riconosciuto dall’io - che ha il controllo della rete superiore di comando, cioè il sistema nervoso - come un dato della realtà, per cui si struttura in maniera tale da dissipare il meno possibile. L’individuo si difende dagli scontri con l’ambiente, pagando però il prezzo con un certo grado di disorganizzazione interna: l’individuo corazzato è un individuo malato.

La malattia pertanto non rappresenta un nemico da annientare, ma paradossalmente identifica la “naturale amica” dell’uomo, in congiunture storiche favorevoli, garantisce il mantenimento della proprietà dell’autoorganizzazione della materia vivente, salvaguardandola dal disordine, conseguente alla mancata dissipazione di energia; l’ordine che salvaguarda è precario, ma è l’unico possibile.

VERSO UN'OMEOPATIA "ORGANISMICA"

di Luigi Marcello Monsellato

L’ETÀ DELL’UOMO
I° semestre 89 – Anno V
Marzo-Aprile N. 29

La Medicina Omeopatica negli ultimi tempi ha incontrato alcune difficoltà di carattere interpretativo ed applicativo, che ne hanno messo in discussione la validità, gettando un cono d’ombra sulla sua efficacia terapeutica.
D’altra parte “tempora currunt” e anche la Medicina ha fatto dei grossi balzi in avanti, dai tempi di Hahnemann ad oggi, tant’è che tuttora è alla ricerca di chiavi interpretative, di fili conduttori, che possano legare i nostri vari livelli fisiologici e le varie nostre strutture psicologiche.

Pertanto è necessario ritrovare una visione d’insieme, una griglia, che ci permetta di vedere l’uomo nella sua interezza, dal livello lesionale, a quello degli apparati, da quello neuro-endocrino funzionale, a quello psico-emotivo. Il che non vuol dire raggiungere una certezza assoluta e stabilizzante, una sorta di fondamento epistemologico, ma costruire un modello interpretativo del reale, provvisto dell’instabilità, ma anche della plasticità dei modelli interpretativi, una sorta di ermeneutica che, nella variabilità costante, tenga dietro alla plasticità dell’esistente. I quattro livelli succitati non sono nella realtà così schematizzati, ma agiscono all’unisono, per la salvaguardia della persona, alla ricerca di nuovi, seppur qualche volta precari, equilibri.

Da questo punto di vista, alla medicina omeopatica classica, anche se nel Settecento ha avuto l’ardire di proporre una realtà psicosomatica (cosa eccezionale per quei tempi!), manca la possibilità di usufruire della visione della moderna psicosomatica, dell’attuale analisi bioenergetica e della recente psicoanalisi. Oggi non ci basta più l’analisi omeopatica tradizionale; oggi si parla per esempio di ristrutturazione, di atteggiamento positivo, di linguaggio non verbale, di Gestalt, di armatura caratteriale, e così via.
Chi raccoglie tali messe di stimoli, chi decodifica i messaggi che ci può trasmettere una tensione muscolare cronica o una Gestalt-aperta? Non certo l’omeopatia classica! Bisogna rifarsi assolutamente alle attuali tecniche psicosomatiche e bioenergetiche che, affiancando e supportando il metodo omeopatico classico (interrogatorio + repertorio), possono darci una visione “organismica”, integrata, della realtà dell’individuo.

Per fare ciò, bisogna interpretare, intuire, e non solo definire e categorizzare, occorre rischiare di capire, di confrontarsi con la realtà, chiedendosi il fine, il come, il perché di un evento o di un comportamento: i perché, non solo come causa, ma come scopo, finalità, come momento teleologico, un buon esempio di ciò che Monod, nel suo Il caso e la necessità, ha chiamato “teleonomia”. In effetti, per portare in superficie i problemi di una persona, dobbiamo correre il rischio di pescare in profondità, sino al nucleo psicoemotivo-comportamentale che, impattandosi e relazionandosi con l’ambiente esterno, induce delle reazioni, le quali, perseverando nel tempo, diventano abitudini e, consolidandosi, danno origine ad un carattere comportamentale.
È proprio questo carattere che, alla lunga, darà i primi sintomi, sino a generare vere e proprie malattie. È in questo incontro-scontro tra il nucleo emotivo e la “periferia” socializzante (genitoriale, scolare, lavorativa, religiosa, ecc.) che si delineano le rinunce, o il controllo, o lo spostamento del soddisfacimento dei bisogni.

Chi di noi non ha temuto di mostrare le proprie emozioni, o le proprie difficoltà emotive, perché credeva di doversene vergognare, per colpevolizzarsi, per timore di urtare la suscettibilità altrui, per paura di influire nel mondo degli altri, per fare qualcosa di scomodo, di non previsto, o che non corrispondesse alle aspettative dei genitori? Ebbene, secondo lo stadio evolutivo in cui si localizza il conflitto psico-emotivo, noi possiamo avere diverse tipologie psicologiche, somatiche e comportamentali che non potranno essere, prima curate e poi riequilibrate, se non si intuisce il senso di ciò che sta accadendo. Se ciò non avviene, rischiamo di favorire e sclerotizzare i tranelli emotivi, che hanno scolpito nel tempo il nostro modo di vivere, e rischiamo, oltremodo, di persistere nel recitare un copione, che non ci appartiene, poiché da altri determinato.

Solo attraverso un’anamnesi adeguata, che si allarga, ad indagare sul vissuto della persona, sulla sua comunicazione non verbale, ecc. si può “comprendere” la storia del paziente e si possono mettere a fuoco le strategie più opportune, per star meglio.
Ogni tecnica, comprese l’omeopatia, che non tenga presente la relazione individuo-ambiente, le relative strutturazioni psicofisiche e i quattro stadi prima menzionati, sarà solo parziale e sintomatica. Bisogna stare attenti agli omeopati classici, cosiddetti Kentisti, che hanno quasi paura del contatto fisico, relegandolo e idealizzandolo in una messe di teorie pseudoscientifiche e pseudoanalitiche, che lasciano il tempo che trovano. Infatti, secondo gli studi dell’Istituto di Dinamica Comportamentale, un evento psicofisico, morboso e non, diviene significativo, “organismico”, solo in quanto acquista un “senso” per l’individuo, cioè diviene in qualche modo estrapolato da un contesto di neutralità ed indifferenza, per divenire proprio e rappresentativo, riassuntivo di tutta la storia personale e collettiva, che ha portato quell’individuo sino a quel punto.

Proprio per questo bisogna partire dall’assunto che il corpo, e ciò che è fisico e biologico, deve costituire con le sue leggi, la sua struttura, la sua forma, la traccia di lettura per il senso, che andiamo cercando. In altre parole, è il biologico che stabilisce i modi inderogabili, attraverso cui si manifesta il cosiddetto psicologico, il quale, per la sua espressione, può usufruire in diversi modi del biologico, ma non può allontanarsi dai confini da esso delimitati.

Confini che non vanno visti in maniera circoscritta e angusta, pensando alle leggi classiche, che regolano la materia vivente, ma, pensando alle leggi ultrastrutturali della fisica quantistica, della biochimica, della biologia molecolare, della enzimologia, della termodinamica, ecc., leggi che palesano e coordinano anche la nostra parte cosiddetta psichica e che sono il “tessuto connettivo” scientifico, che comprova la validità dell’omeopatia. Il biologico inchioda lo psichico e concorre a dargli senso. Il nostro obiettivo non può essere solo il mondo delle immagini della psiche, ma anche quello corrispondente delle immagini pietrificate e “formate” nella carne, che sono quelle della realtà corporea.

È proprio nel corpo infatti che il nostro Sé, il Sé dell’uomo, ha raccolto e impresso la sua storia, i suoi ricordi, il suo programma esistenziale, e la cui comprensione equivale alla compenetrazione del progetto di autocoscienza umana. Il corpo è l’attuazione di tale progetto, non in quanto prefissato a priori, ma in quanto “si fa” incessantemente, in rapporto all’ambiente e alle conoscenze acquisite e in quanto lievita per l’impulso evolutivo filogenetico, che ci accompagna dalla comparsa della prima forma vivente sulla Terra. Perciò è necessario un diverso atteggiamento del terapeuta, che abitudinariamente tende a proiettare sul paziente i propri problemi, i propri blocchi e atteggiamenti nevrotici, perché lui, per primo, non lavora su se stesso, non sperimenta sulla sua “pelle” e con la sua “carne” i propri condizionamenti e indurimenti emotivi, privilegiando magari un approccio parziale, mentale o corticale. A tal punto cosa farà questo terapeuta: darà nuovi modelli comportamentali, altri consigli-ordini, o farà nuovamente sublimare il problema? Così facendo il conflitto ed il conseguente problema saranno solo spostati ad un altro livello, o apparato, con una nuova veste sintomatica, ma il paziente rimarrà ancora imprigionato negli schemi, o dai divieti, che da tempo, e nel tempo, diverse figure istituzionali gli hanno appioppato addosso.

Occorre pertanto un’omeopatia organistica, che apra la porta al linguaggio non verbale, al rafforzamento della personalità, al riequilibrio emotivo, ai blocchi caratteriali, alle tensioni croniche, che attualmente non sono previste e studiate dall’omeopatia classica hahnemaniana, o Kentista; occorre un’omeopatia più “psicoenergetica”, meno sicosica, meno rigida, annosa e decrepita, che apra la porta verso quel complesso di significati personali e collettivi, biologici e sociali, genetici e appresi, contingenti e storici, che sono espressi e incarnati dal mondo delle immagini e dei ricordi e che, nella malattia, o nella tipologia psicofisica, sono seppelliti ed impressi nell’apparente incoscienza della corporeità.

BIBLIOGRAFIA
SANANES R.: Homéopathie et language du corps;
KENT J.: La science et l’art de l’homéopathie;
BATESON G.: Verso un’ecologia della mente, Adelphi, Milano;
CHIOZZA L. A.:Corpo, affetto e linguaggio, Loescher, Torino;
GRODDECK: II linguaggio dell’ES, Adelphi, Milano;
LOWEN, A.: II linguaggio del corpo, Feltrinelli Ed., Milano;
AA.VV.: L’ETÀ DELL’UOMO - rivista di educazione e psicologia applicata, di psicoterapia corporea de organismica e medicine bioterapiche -, Ed. C.R.S.-D.E.P., Ferrara.

OMEOPATIA: MEDICINA DELL'UOMO

di Luigi Marcello Monsellato

L’ETÀ DELL’UOMO
I° semestre 86 – Anno III
Agosto-Settembre N. 14

Ogni giorno il concetto di OMEOPATIA è oggetto di dibattiti: da un lato ci sono gli scettici, o i detrattori pervicaci, dall’altro i partigiani appassionati, addirittura gli adepti mistici.
Curiosamente, però, non sanno definirla esattamente: per alcuni l’Omeopatia è il male curato con il male, per altri è la medicina che cura con le piante, per altri ancora è la medicina delle piccole dosi e per molte persone, tenuto conto di queste piccole dosi, è né più né meno una medicina da ciarlatani, destinata a dei «pazzi» suggestionabili.

L’Omeopatia, per definizione, è un METODO TERAPEUTICO, che applica LA LEGGE DI SIMILITUDINE e che utilizza le sostanze medicamentose, a DOSI DEBOLI, o INFINITESIMALI. La legge di similitudine è la formulazione di uno stato di fatto fisiologico, già constatato da Ippocrate e dalla sua Scuola cinque secoli a.C. Si notò, già a partire da quest’epoca, che esisteva spesso un parallelismo d’azione tra il potere tossicologico di una sostanza e la sua azione terapeutica: l’Elleboro bianco, per esempio, che da un punto di vista tossicologico provoca diarree coleriformi, era impiegato con successo nel trattamento del colera. In altre parole, gli stessi agenti che hanno provocato il male, lo guariscono. Nei secoli successivi, altri medici fecero simili constatazioni, ma senza trarne conclusioni pratiche generali.

Occorre attendere la fine del XVIII secolo perché un medico tedesco, Samuele Hahnemann - chimico e tossicologo - approfondisca il problema. Egli si accorse che il chinino, rimedio utilizzato a quell’epoca nel trattamento di certe febbri malariche, provocava tossicologicamente degli eccessi febbrili, simili a quelli per i quali era impiegato, come agente terapeutico. Essendo a conoscenza dei lavori della Scuola Ippocratica, disse allora: «Sembrerebbe che i medicamenti siano capaci di guarire dei sintomi, analoghi a quelli, che essi sono in grado di produrre». Era un’ipotesi, occorreva verificarla. Hahnemann si mise al lavoro e, se da un lato sperimentò su se stesso, sui suoi congiunti e allievi tutte le sostanze medicamentose impiegate a quell’epoca, quali il chinino, l’aconito, la belladonna, il mercurio, ecc., per conoscere l’azione farmacodinamica di queste sostanze sull’individuo sano, dall’altro, conoscendo queste azioni, impiegò queste sostanze in qualità di agenti terapeutici su pazienti, che presentavano sintomi simili a quelli indotti dalla sperimentazione in individui sani.

Constatò allora che la sua ipotesi si verificava, ma a condizione di impiegare come dosi terapeutiche, delle dosi estremamente deboli o addirittura infinitesimali; così per esempio l’Ipeca, che provoca a dosi ponderali nausee e vomiti, guarisce, a deboli dosi, le nausee di un individuo dispeptico; il veleno d’ape, che provoca negli individui sani degli edemi di colore roseo, che insorgono improvvisamente con dolori puntorii e bruciori, migliorati dalle applicazioni di acqua fredda, a dosi infinitesimali migliora o guarisce le eruzioni con dolori puntorii e brucianti, dalla comparsa improvvisa (migliorate dalle applicazioni fredde, ma di tutt’altra origine: un colpo di sole ad esempio, un’orticaria, da causa alimentare o tossica).

E così, con sperimentazioni successive, Hahnemann si accorse che l’ipotesi, inizialmente formulata, si verificava regolarmente. Non era dunque più una semplice ipotesi, bensì una legge della natura, una legge di biologia generale, la legge della similitudine: era nata l’Omeopatia. Eravamo all’inizio del XIX secolo. Hahnemann aveva avuto bisogno di più di dieci anni di osservazione e di sperimentazioni, per giungere a queste conclusioni fondamentali. L’Omeopatia non è dunque, come alcuni vorrebbero far credere, né un’idea strampalata, nata nel cervello di un folle, né una filosofia, né una mistica. È, partendo da un’ipotesi suscitata da fatti clinici, un metodo terapeutico messo a punto dopo anni di sperimentazioni cliniche e tossicologiche, che consiste nel somministrare al paziente, a dosi deboli o infinitesimali, la sostanza che, somministrata ad un soggetto sano, provoca in questi dei sintomi simili, a quelli del paziente.

Ed ora un’ultima osservazione: è sempre necessario integrare tutte le conoscenze mediche e mai essere partigiani o sacerdoti di una sola medicina, sia essa ufficiale, o alternativa. È chiaro che vi sono due vie di professare l’arte medica: fideistica la prima, che esclude per ignoranza e settarismo tutto ciò che si discosta dalla linea terapeutica, che viene seguita, inserita nell’ambito di una visione libera, ampia e aperta della medicina, la seconda. Ribadisco il concetto che non vi è una sola medicina che guarisce, ma soltanto un insieme di sistemi, capaci di guarire il singolo caso. Ogni tentativo di collocarne una al di sopra di tutte le altre, come la sola medicina, che opera la vera guarigione, è un atteggiamento partigiano ed esclusivista, privo di sana ed obbiettiva critica. In una medicina onesta non vi può essere una sola medicina, ma soltanto un insieme di sistemi e di mezzi terapeutici, già collaudati o da verificare, che devono confluire e completarsi in un armonico disegno, il cui fine ultimo è la guarigione del malato.

Concludendo, la Medicina ufficiale e l’altra Medicina, di cui l’Omeopatia è l’espressione massima, devono dunque adattarsi a questa esigenza di onestà, e devono trovare la loro giusta collocazione nell’attuale fase di rinnovamento terapeutico.

PERCHE' OMEOPATIA?

di Luigi Marcello Monsellato

L’ETÀ DELL’UOMO II°
semestre 84 – Anno I
Giugno-Luglio N. 2

In una fredda giornata d’inverno, due porcospini pieni di freddo si strinsero l’uno all’altro per riscaldarsi. Si accorsero però di pungersi reciprocamente con gli aculei, pertanto decisero di separarsi e così sentirono di nuovo freddo.
Prova e riprova, i porcospini alla fine riuscirono a trovare quella giusta distanza che consentiva loro di scambiarsi un po’ di calore senza pungersi troppo. Questo racconto di Schopenhauer ci è utile per riflettere sulle problematiche inerenti ai rapporti interpersonali: fino a che punto possiamo stare vicino all’altro? Quanto calore ci è necessario? Come fare per vivere insieme senza danneggiare l’altro? Cosa ci piace e non ci piace dell’altro? Tali conflitti si sono intensificati ultimamente perché, sempre di più e sempre più spesso, ci interessiamo l’uno dell’altro.
Come scrisse Goethe: «... bisogna considerare ogni cosa come parte di un tutto. Vedi nella parte il tutto, nel tutto la parte».

Comprendere ciò vuol dire comprendere l’unità psico-fisico-emozionale della persona e ricordarsi che all’origine di ogni affezione che può colpire una persona, vi è un «problema» psichico rimosso e non una tegola che, staccandosi dal tetto, ci cade sulla testa. Il disturbo si organizza durante anni di eccessi e di conflitti morali, che lentamente limitano la vitalità del soggetto ed è inutile cercare di curarlo senza risalire alle cause. Tutte queste cause, questi «nodi» usano diversi modi per esprimersi: sogni, blocchi energetici, difficoltà nel rapporto con gli altri, tensione, ma anche attraverso un gesto, un corrugare la fronte, il battere del cuore, così pure tramite il lieve ammonimento della diatesi dell’acido urico, della ipersensibilità del simpatico e, da ultimo, mediante la voce insistente della malattia.

Ebbene, in tale contesto opera la medicina omeopatica, «corpus» terapeutico che, contrariamente a quello tradizionale, positivista, fenomenologico, che segue rigorosamente le leggi causa-effetto, cerca il «senso» di quanto accade, non le cause, secondo una visione analogica, ad personam, che va al centro dell’individuo. Indagare, attraverso la legge dei simili, il legame che unisce la persona alla natura, per mettere in evidenza quanto è nascosto ma, allo stesso tempo, evidente: questo è il significato della Medicina Omeopatica.

Non è un discorso facile. Il mito del pensiero scientifico, oggi così ipertrofico, che porta ad essere oggetto di studio e non soggetto, non può accettare che qualsiasi forma vivente, sia essa animale, vegetale o minerale, racchiuda in sé «momenti» di psichismo collettivo; d’altra parte, l’epoca che stiamo vivendo, un’epoca strutturata sull’onnipotenza dell’io, dalla facciata narcisistica, dove il corpo non ha dignità di esistere, se non in chiave di sperimentazione, ci ha portato ad un allontanamento dalla natura.

Poiché quella omeopatica è una medicina che guarda la persona, al suo insieme così come è ora, com’era e come sarà, spostando il baricentro dal pensato al «vissuto» dell’uomo, alla sua storia, è possibile pensare al superamento delle antitesi mente-corpo. Infatti, il medico omeopatico interroga il paziente sui suoi sogni, sugli aspetti più strani e peculiari, sulle mode, sulle abitudini, sulle sue ore particolari, sugli obiettivi, sul biotipo costituzionale, sulle tensioni, sullo stile di vita, sulla personalità, tutte sfaccettature da collegare ad un’unica sostanza, che le veicola in sé. Il rimedio omeopatico è «vivo», dotato di uno specifico significato o «intelligenza».
Assumerlo significa riproporre dentro di noi il suo contenuto chimico, così come quello analogico, così come quello simbiotico. Sono sostanze dotate di una loro «personalità», allo stesso modo in cui noi, esseri umani, ci rapportiamo a tutto il mondo circostante, coscienti, nel nostro organismo, delle reazioni biochimiche; ma contemporaneamente determinano uno stimolo specifico, profondo, atto a sintonizzarsi con l’unità psico-fisico-emozionale del paziente.

E questo, grazie anche alla vera e fondamentale scoperta di Hahnemann, quella delle diluizioni e dinamizzazioni omeopatiche, operazioni che fanno sì che la sostanza naturale di partenza non sia più chimicamente rilevabile, superando persino la dimensione atomica: non la fanno scomparire, la trasformano in pura energia.
Si ha così il passaggio, da quella che è definita dai più la farmacologia di massa, ad una farmacodinamica di messaggio: una vera e propria molecola-pensiero, che va nel profondo dell’uomo.
Ed ecco così spiegato come Pulsatilla diventi l’emotività repressa, Grafite la durezza dei sentimenti dovuta alle tante sofferenze e così via.

sabato 23 febbraio 2008

ASTROLOGIA E MEDICINA

di Chiara Inesia Sampaolesi

L’astrologia ha origini molto antiche, sembra risalga ai tempi dell’antica Mesopotamia Babilonese (2000 a.C. secondo alcuni, 3000 a.C. secondo altri).
Proprio tra le rovine di Ninevak, in Mesopotania, sono state trovate delle tavolette che mostrano come l’astrologia abbia conosciuto un periodo di grande splendore già nel VII secolo a.C.. Esse riassumono conoscenze molto antiche, risalenti fino all’epoca del re assiro Sargon il Vecchio, quando i sapienti di corte avevano scoperto delle coincidenze fra determinate configurazioni planetarie e il diffondersi di alcune malattie.
Tutte le più importanti civiltà antiche hanno dedicato grande attenzione all’osservazione dei fenomeni celesti e sviluppato una propria astrologia; ricordiamo l’astrologia Vedica dell’India, l’astrologia cinese, quella del popolo Maya e degli antichi Egizi.
Del resto fin dalla più remota antichità è nota la correlazione dell’attività lunare con le acque, ad esempio con le maree e se teniamo conto che il corpo umano è costituito dal 70% di acqua, possiamo ragionevolmente pensare che ci possa anche essere una certa correlazione tra l’attività lunare e il corpo umano, o meglio con i suoi umori, intendendo con questo l’accezione specifica del termine, quale quella di tutti i liquidi esistenti in un organismo animale.
Fino all’avvento del pensiero Galileiano si può dire che l’astrologia è stata strettamente correlata all’astronomia, lo stesso Galileo Galilei e altri suoi contemporanei erano astrologi, non era insolito, infatti, per questi scienziati fornire consulenze astrologiche ai potenti signori dai quali spesso dipendevano.
Ma la correlazione più antica dell’astrologia è proprio con la medicina.
I sacerdoti-astronomi Caldei, antichi saggi della Mesopotamia del XIV secolo a.C., considerati i padri dell’astrologia, furono i primi ad associare medicina e astrologia. Anche in Grecia, dove l’astrologia ebbe una notevole importanza, grandi studiosi e filosofi, quali Eraclito, Empedocle e Pitagora si occuparono di cercare la logica e l’armonia celata nei rapporti tra uomo e cosmo; lo stesso Ippocrate (460-377 a.C.), padre della medicina occidentale, seppe equilibrare in questa scienza la teoria e l’osservazione; egli riteneva l’esame astrologico fondamentale nel definire una diagnosi e sosteneva che:

“Chi ignora l’astrologia non deve essere considerato un medico, ma un idiota”.

Il medico e farmacologo Galeno, personaggio influente dell’antica Roma, introdusse la medicina astrologica come pratica importante, sostenendo che:

“Lo stato del cielo, la stagione dell’anno, la regione o il paese in cui ci si trova devono essere tenute presenti quando si fa una diagnosi e si stabilisce una terapia”

e mise addirittura a punto un sistema per predire il decorso e l’esito di una malattia per mezzo di dati astronomici.
Nello stesso periodo anche il grande matematico, astronomo e astrologo Tolomeo, insegnando alla scuola d’Alessandria, sosteneva che per diagnosticare e trattare ogni malattia bisognasse tenere conto della carta del cielo, della stagione e del luogo. E’ suo il Tetrabiblos, fondamentale trattato, considerato la Bibbia dell’astrologia, base delle conoscenze moderne.
Un altro interessante collegamento tra medicina e astrologia ci viene grazie al poeta latino Marco Manilio (I sec. a.C. - I sec. d.C.) che formulò la teoria dell’uomo zodiacale, associando ogni parte anatomica del corpo umano a un segno dello zodiaco, in modo che gli oroscopi così tracciati indicavano le condizioni di salute e le abitudini personali dell’individuo.
Anche Paracelso (grande medico, alchimista, filosofo e astrologo del rinascimento italiano) riteneva che il macrocosmo degli astri fosse riflesso nel microcosmo dell’uomo e che il medico dovrebbe anche essere astrologo e conoscere il cielo, poiché i pianeti e le stelle agiscono invisibilmente sull’essere umano. Egli nella prima metà del XVI secolo riteneva che:

“come infatti attraverso uno specchio ci si può osservare con cura punto per punto, lo stesso modo il medico deve conoscere l’uomo con precisione, ricavando la propria scienza dallo specchio dei quattro elementi e rappresentandosi il microcosmo nella sua interezza [..] l’uomo è dunque un’immagine in uno specchio, un riflesso dei quattro elementi e la scomparsa dei quattro elementi comporta la scomparsa dell’uomo. Ora, il riflesso di ciò che è esterno si fissa nello specchio e permette l’esistenza dell’immagine interiore: la filosofia quindi non è che scienza e sapere totale circa le cose che conferiscono allo specchio la sua luce. Come in uno specchio nessuno può conoscere la propria natura e penetrare ciò che egli è (poiché egli è nello specchio nient'altro che una morta immagine), così l’uomo non è nulla in sé stesso e non contiene in sé nient'altro che ciò che gli deriva dalla conoscenza esteriore e di cui egli è l’immagine nello specchio.”

Inizialmente l’astrologia era certamente più focalizzata sul riconoscere predizioni e influenze astrali sulle persone o sugli avvenimenti, che su una corrispondenza tra macrocosmo e microcosmo, così come possiamo intenderla oggi grazie anche alle scoperte del campo quantico; dunque, si è dovuto attendere l’avvento dell’astrologia umanistica negli anni ‘60 perché gli astrologi cominciassero a pensare seriamente alla carta del cielo in termini di crescita e trasformazione psicologica personale.
L’astrologia tradizionale, infatti, maggiormente focalizzata sugli eventi esterni trattava l’individuo quale

“vittima potenziale di un universo indifferente sul quale egli aveva un controllo minimo se non nullo. Di conseguenza, gli astrologi erano fin troppo compiacenti nel fornire ciò che veniva loro richiesto dal pubblico: predizioni, consigli, avvertimenti e soluzioni semplicistiche a quelli che oggi noi ravvisiamo essere complessi problemi di tipo psicologico.” (Glen Perry, Ph. D.)

Fu Carl Jung, medico psichiatra svizzero, fondatore della psicanalisi, il primo a riconoscere il grande potenziale dell’astrologia, vista come strumento per esplorare le profondità della psiche umana e, dunque, come specchio attraverso il quale riflettersi e conoscersi così come già anticipato secoli addietro da Paracelso.
Nella sua lettera a Freud del 1911 scrive, infatti:

“... Di sera sono molto impegnato con l’astrologia. Sto facendo dei calcoli oroscopici per rintracciarvi il grado di verità psicologica. Fino adesso ci sono alcune cose strane che a Lei sicuramente devono sembrar incredibili.”

E nella lettera ad Oswall del 1928 sostiene che:

“L’astrologia non è semplicemente una superstizione ma contiene certi dati di fatto psicologici (come anche la teosofia) che non sono di poca importanza. L’astrologia in verità non ha niente a che fare con gli astri, ma è la psicologia millenaria (5000 anni) dell’antichità e del medioevo. Purtroppo in questa lettera non posso fornire prove o spiegazioni. ... Ma in tutti quei campi strani c’è qualcosa che vale la pena di conoscere e che oggigiorno il razionalismo velocemente ha messo da parte. Questo “qualcosa” è la psicologia proiettata. ...”.

E ancora nella lettera del 1947 a Raman, famoso astrologo indiano, scrisse:

“ ... Nelle diagnosi psicologiche difficili faccio spesso fare un oroscopo per acquistare un altro, nuovo punto di vista. In molti casi i dati astrologici contenevano una spiegazione per certi fatti che altrimenti non avrei capito. Da tali esperienze dedussi che l’astrologia è di particolare interesse per lo psicologo. Si basa su un fatto dell’esperienza psichica che chiamiamo “proiezioni”, cioè sono per così dire contenuti psichici che troviamo nelle costellazioni degli astri. Originariamente nacque così l’idea che questi contenuti venivano dagli astri, mentre sono semplicemente in un rapporto sincronistico ...”.

Dane Rudhyar (Parigi 1895 – San Francisco 1985), pioniere della moderna astrologia transpersonale, fu il primo ad integrare l’astrologia con la psicologia umanistica (avviatasi nel 1951 con il libro “La terapia centrata sul cliente” Di Rogers), fondata su un nuovo concetto di salute nel quale l’individuo sano è colui che giunge alla propria autorealizzazione, al pieno sviluppo delle proprie potenzialità, colui che diventa ciò che è e non il semplice adattato. Secondo Rudhyar, infatti, la carta del cielo poteva essere utilizzata come uno strumento per rilevare il complesso mondo interiore che gli umanisti stavano cominciando ad esplorare.

“Nel 1969 fondò il Comitato Internazionale per l’Astrologia Umanistica e dichiarò che l’astrologia era, o doveva essere, soprattutto una tecnica per la comprensione della natura umana. Denunciò il determinismo implicito nell’astrologia previsionale e si concentrò invece sulle potenzialità dell’astrologia quale linguaggio simbolico. Invece di considerare i pianeti quali trasmettitori di influssi fisici, Rudhyar li considerò quali simboli di funzioni umane. L’astrologia, considerata come linguaggio psicologico e strumento diagnostico, poteva servire da guida all’integrazione e trasformazione della personalità. L’approccio di Rudhyar era ‘incentrato sulla persona’ nel senso che ciascuna carta del cielo era unica; l’oroscopo rappresentava l’insieme delle potenzialità dell’individuo, in cui nessun pianeta era ‘buono’ o ‘cattivo’, ma piuttosto ciascun elemento andava considerato parte di un tutto organico. Gli eventi non venivano interpretati come fatti isolati, con effetti fortunati o sfortunati, bensì come specifiche manifestazioni di fasi di cicli di sviluppo aventi uno scopo ben preciso; un evento traeva il proprio significato dalla fase che rappresentava nel quadro di un dato ciclo planetario e contribuiva ad un processo di crescita in atto che conduceva inesorabilmente verso l’autorealizzazione. “ (Glenn Perry, Ph. D.)

Furono poi in particolare gli astrologi quali Ziporah Dobyns, Richard Idemon, Stephen Arroyo e Robert Hand a portare avanti negli anni ‘70 l’astrologia umanistica.
Liz Green, astrologa umanista contemporanea, nonché psicologa psicoanalista junghiana, sostiene che:

“l’astrologia è un sistema simbolico. È una lente che utilizza un genere particolare di immagini o modelli simbolici, per dare un senso a modelli di vita più profondi che sarebbe, altrimenti, difficile comprendere a livello intellettuale.”

Il principio, dunque, su cui si basa l’astrologia umanistica è quello espresso in sintesi dalla massima che Ermete Trismegisto, avrebbe scolpito sulla famosa Tavola di Smeraldo:

“Ciò che è in alto è come ciò che è in basso e ciò che è in basso è come ciò che è in alto; mediante queste cose si compiono i miracoli di una sola cosa”.

Potremmo, dunque, dedurre da ciò che il macrocosmo è lo specchio del microcosmo e viceversa, così come ogni singola cellula del corpo contiene nel DNA tutte le informazioni della persona.

L’astrologia umanistica è, dunque, un trasduttore simbolico dell’aspetto psico-emozionale della persona e poiché, le condizioni e le reazioni psico-emozionali influenzano e determinano il nostro stato di salute, l’astrologia umanistica si inserisce quale perfetto anello di collegamento tra medicina e psicologia e potrebbe essere uno strumento davvero utile sia per il medico che per lo psicologo che intendano aiutare l’essere umano per l’interezza che rappresenta.


Per l’approfondimento sull'astrologia psicologica umanistica, vi rimando ad un bellissimo articolo di Lidia Fassio, dal sito www.eridanoschool.it, lo trovate nella sezione articoli astrologia psicologica sotto "Astrologia e psicologia", cliccate sul titolo.


BIOGRAFIA:
Lioba Kirfel Barilla' "Jung e l'astrologia, dall'epistolario"