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Chiara Inesia


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martedì 27 maggio 2008

COSI' E' (SE VI PARE) di Luigi Pirandello

Così è (se vi pare), commedia in tre atti derivata dalla novella “La signora Frola ed il signor Ponza, suo genero” infatti, dopo essere stata rappresentata per la prima volta nel giugno 1917 al Teatro “Olimpia” di Milano, fu modificata nel 1925, arricchendosi di nuovi effetti comici, proprio per fugare alcune delle preoccupazioni sceniche che erano emerse nella prima versione.
Il testo mostra e contiene, come lo scritto originario, tutti i temi del teatro di Pirandello già formulati ed eretti a poetica sia nel saggio su L’umorismo che, in definitiva espressione, in Uno nessuno centomila. Protagonista uno dei temi più forti della visione pirandelliana del mondo: l'inconoscibilità del reale, a cui ognuno può dare una propria interpretazione e una propria verità senza per questo preoccuparsi di farle coincidere con quelle degli altri.

Nella commedia il tema della relatività della vita è centrale e presente nelle parole chiave proferite da uno dei personaggi, Lamberto Laudesi, come introduzione: «Io sono realmente come mi vede lei. Ma ciò non toglie, cara signora mia, che io non sia anche realmente come mi vede suo marito, mia sorella, mia nipote e la signora qua… Vi vedo affannati a cercar di sapere chi sono gli altri e le cose come sono, quasi che gli altri e le cose per se stessi fossero così o così».
Il Signor Ponza, sua moglie e la suocera, la Signora Frola si sono trasferiti, dopo un terremoto che ha sterminato la popolazione del paesino del sud dove vivevano, in una cittadina provinciale pettegola e morbosamente curiosa.
Il comportamento dei tre forestieri è, a dir poco, strano: il Signor Ponza ha affittato un appartamentino all’ultimo piano di un caseggiato popolare per la moglie, che tiene chiusa a chiave, e un quartierino elegante per la suocera che egli va a trovare tutti i giorni.
Questa abitazione è contigua a quella del Consigliere della cittadina e la gente, a cominciare dalla moglie e dalla figlia del Consigliere e dai loro amici e conoscenti, si chiede con curiosità esasperata come e perché la madre non possa andare liberamente a trovare la figlia, ma solo vederla da lontano, e perché quest’ultima non esca mai di casa.

Dai vari dialoghi tra i curiosi, la signora Frola e il genero si delineano due possibilità: o lui è malato di mente, ossessionato dalla gelosia per la moglie, o la suocera è pazza e crede sua figlia la moglie del genero, mentre invece questa è solo la seconda moglie, essendo la prima morta.
I pettegoli, ruotando intorno alla prefettura, vorrebbero vedere le carte, i certificati di morte e di matrimonio, ma i documenti ufficiali sono andati perduti nel terremoto e la verità non salta fuori. Unico tra tutti che non si unisce al coro dei pettegoli impiccioni è il fratello della moglie del Consigliere, Lamberto Laudisi, il solo che è convinto della relatività della realtà legata alle persone, al loro modo soggettivo di pensare e di comportarsi; Lamberto si diverte a stuzzicare i suoi stessi parenti e i loro ospiti, esasperando la loro ridicola pretesa di diritto a conoscere i fatti altrui.
Chiamata a rendere conto di chi veramente sia, la Signora Ponza, vestita di nero e velata dirà: «Io sono sì la figlia della Signora Frola e la seconda moglie del Signor Ponza, sì; e per me nessuna! Nessuna! Io sono colei che mi si crede».

La tesi dell’inconoscibilità del reale è tutta calata in un pettegolo e angusto mondo di provincia: questa è la rappresentazione di un ambiente che non raffigura più un’oggettiva verosimiglianza con la realtà, ma Luigi Pirandello mira a svuotare dall’interno questi schemi e tende a mettere in crisi proprio le certezze oggettive.
L’impossibilità di conoscere la verità accompagna il lettore a provare un senso di pietà per gli uomini che si illudono di possedere la verità, ed è quella che i protagonisti della commedia provano reciprocamente, ciascuno nei riguardi dell’altro.

Finge la signora Frola perché il signor Ponza sia sicuro e contento della sua verità, e finge il signor Ponza perché la signora Frola sia anch’essa a sua volta sicura e contenta della sua verità. Questo, se da un lato riconferma la fondamentale impossibilità di approdare a una verità oggettiva, contemporaneamente indica la via per evitare la chiusura solitaria in se stessi: riconoscere, con un atto d’amore, l’esistenza e il dolore degli altri.

Dov’è dunque la follia, il dramma, la Verità? Nel tribunale o nel credo collettivo? Nel sentire o nel pensare?
Forse nell’aspetto multiforme e cangiante della Realtà, in quel suo essere costantemente disponibile ad ogni livello d’interpretazione e di esperienza? La risposta pirandelliana sembra essere nel dubbio delle certezze. Tanti ruoli, tanti sé.

>La signora Frola ha una visione della Verità più profonda di quella dell’opinione collettiva. Frola non si basa sulla presa di coscienza sensoriale, quanto su una percezione di tipo sentimentale: ella conosce una Verità figlia del suo tipo di visione, cui si sente profondamente unita, ma irraggiungibile, visibile solo di lontano. Può comunicare con essa solo di sfuggita: un ‘panierino’ dall’alto e qualche messaggio scritto. Frola ha una visione del mondo, più semplice e ingenua, che non vuole capire ma credere: ora è inadeguata, forse impazzita. Il signor Ponza nella sua vita ha subito un terremoto, ha perso tutto. La realtà delle cose percepita dal sentimento è ormai superata, è morta.

Arriva sempre un momento in cui la mente rimane confusa, disorientata, in cui si avvicina alla follia. La percezione della Verità è relativa. Il pensiero del signor Ponza crede, comunque, di poter sposare la Verità, di fare di Frola, una signora Ponza, una seconda moglie rispetto a quella dei tempi passati. La chiude, la protegge, la separa dal sentimento stesso, cerca di renderla inavvicinabile, imparziale, asettica come per un esperimento scientifico, cercando di eliminarne le variabili indipendenti.
La Verità non è comprensibile né dall’opinione collettiva né dal sentimento, ma anche il pensiero più razionale e controllato del signor Ponza, pur ritenendo di possederla, probabilmente non la conosce.
La signora Ponza, Verità occulta, è inarrivabile nella sua essenza. Essa ‘così è se vi pare’, si presenta in vario modo secondo l’apparenza dei mondi della percezione. Tuttavia il suo essere velata lascia avvertire la presenza di qualcosa oltre il velo, una ambiguità su cui non si può dire nulla.

I signori Sirelli, i loro amici, il signor Prefetto, il Consigliere Agazzi eccetera, rappresentano tutti insieme l’opinione comune, la conoscenza condizionata, schematica, superficiale, collettiva. L’apparenza è considerata Verità Assoluta.
Il signor Lamberto Laudisi cerca di smantellare le categorie delle certezze collettive, suggerendo la consapevolezza della relatività di ogni punto di vista, come anche la rispettabilità e ‘verità’ delle differenze individuali. Attraverso la presa di coscienza di ciò che Laudisi suggerisce, risvegliando un salvifico dubbio sulle certezze conclamate e ritenute assolute, passa l’inizio di ogni cammino interiore.

Pirandello ha sapientemente e giocosamente sviluppato la tesi che ogni Verità resta per l’uomo inconoscibile, inafferrabile e che ci si deve accontentare di verità soggettive che mutano al mutare del punto di vista.
L’uomo non ha una propria essenza a priori, ma egli stesso diventa una persona solo sotto lo sguardo degli altri, assumendo tanti ruoli e tante sé, quante sono le persone che lo vedono.
Le maschera nelle Verità soggettive. La pazzia è l’unica soluzione e alternativa alla vita che stritola e impone la maschera. I personaggi pirandelliani non hanno un’unica forma. Questo è il dramma di chi, perduto nell’informale, cerca una forma; di chi, illuso di averla trovata, muore sotto le rovine della parte delusa; di chi ne evade e di chi si costruisce con i pezzi vani della ragione la sua volontà di essere.

di Lucio De Angelis da Notizie radicali, 8 febbraio 2008

martedì 22 aprile 2008

LA FENICE

La Fenice, spesso nota anche con l'epiteto di Araba Fenice, era un uccello mitologico noto per il fatto di rinascere dalle proprie ceneri dopo la morte. Gli antichi egizi furono i primi a parlare del Bennu, che poi nelle leggende greche divenne la Fenice. Uccello sacro favoloso, aveva l'aspetto di un'aquila reale e il piumaggio dal colore splendido, il collo color d'oro, rosse le piume del corpo e azzurra la coda con penne rosee, ali in parte d'oro e in parte di porpora, un lungo becco affusolato, lunghe zampe e due lunghe piume — una rosa e una azzurra — che le scivolano morbidamente giù dal capo (o erette sulla sommità del capo). In Egitto era solitamente raffigurata incoronata con l'Atef o con l'emblema del disco solare.

Associazione con animali reali

Molti storici si domandano se sia esistita la fenice, facendo riferimento alle opere dei poeti romani, considerandola nulla di più di un prodotto della fantasia dei seguaci del Dio-Sole. Alcuni, tuttavia, credono che il mito possa essere basato sull'esistenza di un vero uccello che viveva nella regione allora governata dagli Assiri.

Gli antichi la identificavano col fagiano dorato, tanto che un imperatore romano si vantò di averne catturato uno.

Nella Bibbia, con l'ibis o col pavone; altri, con l'airone rosato o l'airone cinereo (Arda cinerea) — basandosi sull'abitudine degli antichi egizi di festeggiare il ritorno del primo airone cinereo sopra il salice sacro di Heliopolis, considerato evento di buon auspicio, di gioia e di speranza.

Il volatile più idoneo a rappresentarla è la Garzetta: una specie di uccello affine all'airone, di cui numerosi esemplari vennero sterminati solo poiché i loro ciuffi costituivano le "aigrettes" usate per confezionare i pennacchi coi quali si adornavano le dive. Come l'airone che spiccava il volo sembrava mimare il sorgere del sole dall'acqua, la Fenice venne associata col sole e rappresentava il BA ("l'anima") del dio del sole Ra , di cui era l'emblema — tanto che nel tardo periodo il geroglifico del Bennu veniva impiegato per rappresentare direttamente Ra.

Quale simbolo del sole che sorge e tramonta, la Fenice presiedeva al giubileo regale. Ed essendo colei che ri-sorge per prima, venne associata al pianeta Venere — che appunto veniva chiamato "la stella della nave del Bennu-Asar", e menzionata quale Stella del Mattino nell'invocazione:

«Io sono il Bennu, l'anima di Ra, la guida degli Dei nel Duat [l'oltretomba]. Che mi sia concesso entrare come un falco, ch'io possa procedere come il Bennu, la Stella del Mattino.»

E come l'airone, che s'ergeva solitario sulla sommità delle piccole isole di roccia che sbucavano dall'acqua dopo la periodica inondazione del Nilo che ogni anno fecondava la terra col suo limo, il ritorno della Fenice annunciava un nuovo periodo di ricchezza e fertilità. Non a caso era considerata la manifestazione dell'Osiride risorto, e veniva spesso raffigurata appollaiata sul Salice, albero sacro ad Osiride. Per questa stessa ragione venne riconosciuta quale personificazione della forza vitale, e — come narra il mito della creazione — fu la prima forma di vita ad apparire sulla collina primordiale che all'origine dei tempi sorse dal caos acquatico.

Si dice infatti che il Bennu abbia creato sé stesso dal fuoco che ardeva sulla sommità del sacro salice di Heliopolis. Proprio come il sole, che è sempre lo stesso e risorge solo dopo che il sole "precedente" è tramontato, di Fenice ne esisteva sempre un unico esemplare per volta. Da qui l'appellativo "semper eadem": sempre la medesima.

Era sempre un maschio, e viveva in prossimità di una sorgente d'acqua fresca all'interno di una piccola oasi nel deserto d'Arabia, un luogo appartato, nascosto ed introvabile. Ogni mattina all'alba faceva il bagno nell'acqua e cantava una canzone così meravigliosa che il dio del sole arrestava la sua barca (o il suo carro, nella mitologia greca) per ascoltarla.

Talvolta visitava Heliopolis (la città del sole, di cui era l'uccello sacro), e si posava sulla pietra ben-ben: l'obelisco all'interno del santuario della città (nota originariamente col nome di "Innu", che significa "la città dell'obelisco", da cui il nome biblico On).

La morte e resurrezione

Dopo aver vissuto per 500 anni (secondo altri 540, 900, 1000, 1461/ 1468, o addirittura 12954/ 12994), la Fenice sentiva sopraggiungere la sua morte, si ritirava in un luogo appartato e costruiva un nido sulla cima di una quercia o di una palma.

Qui accatastava ramoscelli di mirto, incenso, sandalo, legno di cedro, cannella, spigonardo, mirra e le più pregiate piante balsamiche, con le quali intrecciava un nido a forma di uovo — grande quanto era in grado di trasportarlo (cosa che stabiliva per prove ed errori). Infine vi si adagiava, lasciava che i raggi del sole l'incendiassero, e si lasciava consumare dalle sue stesse fiamme mentre cantava una canzone di rara bellezza.

Per via della cannella e della mirra che bruciano, la morte di una fenice è spesso accompagnata da un gradevole profumo. Dal cumulo di cenere emergeva poi una piccola larva (o un uovo), che i raggi solari facevano crescere rapidamente fino a trasformarla nella nuova Fenice nell'arco di tre giorni (Plinio semplifica dicendo "entro la fine del giorno"), dopodiché la nuova Fenice, giovane e potente, volava ad Heliopolis e si posava sopra l'albero sacro,

«cantando così divinamente da incantare lo stesso Ra»

- peraltro si dice anche che dalla gola della Fenice giunse il soffio della vita (il Suono divino, la Musica) che animò il dio Shu.

Ma nella antica tradizione riportata da Erodoto, la fenice risorge ogni 500 anni, come riportato da Cheremone, filosofo stoico iniziato ai misteri egizi che parla di un , da Orapollo vissuto sotto Zenone (474-491) che -come sappiamo da Suida- diresse la scuola egizia a Menouthis, presso Alessandria, da Eliano di Preneste; la rinascita della fenice cela per tutti questi autori un periodo astronomico connesso alla resurrezione di Osiride. Già nel Capitolo 125 del Libro dei Morti, Osiride afferma di rinascere come fenice nella città di On (Heliopolis) sede di miti cosmologici, contestualmente infatti, Capitolo 17 del Libro dei Morti, Osiride si identifica con il Duplice Leone nei nomi di Ieri e Domani, ovvero Osiride e Ra, simbolo esoterico preposto alle rinascite dei cicli solari. Orapollo palesa senza veli che la fenice è una delle manifestazioni del sole come interpretato da Sbordone che riporta una grafia tarda del nome di Osiride costituita da un occhio e uno scettro. Da qui l'occhio della fenice inteso come l'illuminazione consapevole di Osiride che rinascendo incarna sempre secondo Orapollo, intrinseco alla fiamma del della fenice riportato in un frammento di Cheremone...

La storia

Storicamente parlando, viene menzionata per la prima volta in un libro nell'esodo (VIII secolo AC). Uno dei primi resoconti dettagliati ce lo fa lo storico greco Erodoto circa due secoli dopo:

«Un altro uccello sacro era la Fenice. Non l'ho mai vista coi miei occhi, se non in un dipinto, poiché è molto rara e visita questo paese (così dicono ad Heliopolis) soltanto a intervalli di 500 anni: accompagnata da un volo di tortore, giunge dall'Arabia in occasione della morte del suo genitore, portando con sé i resti del corpo del padre imbalsamati in un uovo di mirra, per depositarlo sull'altare del dio del Sole e bruciarli. Parte del suo piumaggio è color oro brillante, e parte rosso-regale (il cremisi: un rosso acceso). E per forma e dimensioni assomiglia più o meno ad un'aquila.»

Proprio a questo resoconto di Erodoto, dobbiamo l'erronea denominazione di "Araba Fenice". Ovidio, nelle Metamorfosi, ci narra della fenice, uccello che giunto alla veneranda età di 500 anni, termine ultimo della vita concessagli, depone le sua membra in un nido di incenso e cannella costruito in cima ad una palma o a una una quercia, e spira. Dal suo corpo nasce poi un'altra fenice che, divenuta adulta, trasportò il nido nel tempio di Iperione, il Titano padre del dio Sole..

Ovidio dice: «... si ciba non di frutta o di fiori, ma di incenso e resine odorose. Dopo aver vissuto 500 anni, con le fronde di una quercia si costruisce un nido sulla sommità di una palma, ci ammonticchia cannella, spigonardo e mirra, e ci s'abbandona sopra, morendo, esalando il suo ultimo respiro fra gli aromi. Dal corpo del genitore esce una giovane Fenice, destinata a vivere tanto a lungo quanto il suo predecessore. Una volta cresciuta e divenuta abbastanza forte, solleva dall'albero il nido (la sua propria culla, ed il sepolcro del genitore), e lo porta alla città di Heliopolis in Egitto, dove lo deposita nel tempio del Sole.»

Eliopoli, dove i sacerdoti di Ra conservavano gli archivi dei tempi passati. In quest'ottica, la Fenice era il nuovo profeta/messia che "distruggeva" gli antichi testi sacri per far risorgere una nuova Religione dai resti della precedente.

Tacito arricchisce la storia, scrivendo che la giovane fenice solleva il corpo del proprio genitore morto fino a farlo bruciare nell'altare del Sole. Altri scrittori descrivono come la fenice morta si trasformi in un uovo, prima di essere portata verso il Sole.

Il Fisiologo, primo bestiario cristiano, cita il favoloso uccello:

IX) La fenice
C'è un altro volatile che è detto fenice.
Nostro Signore Gesù Cristo ha le sua figura, e dice nel Vangelo:


«Posso deporre la mia anima, per poi riprenderla una seconda volta».

Per queste parole i Giudei si erano scandalizzati e volevano lapidarlo. C'è dunque un uccello, che vive in alcune zone dell'India, detto fenice. Di lui il Fisiologo ha detto che, trascorsi cinquecento anni della sua vita, si dirige verso gli alberi del Libano, e si profuma nuovamente entrambe le ali con diversi aromi. Con alcuni segni si annuncia al sacerdote di Eliopoli nel mese nuovo, Nisan o Adar, cioè nel mese di Famenòth, o di Farmuthì. Dopo che il sacerdote ha avvertito questo segnale, entra e carica l'altare di sarmenti di legno.

Quindi il volatile arriva, entra nella città di Eliopoli, pieno di tutti gli aromi che sprigionano entrambe le sue ali; ed immediatamente vedendo la composizione di sarmenti che è stata fatta sull'altare, si alza e, circondandosi di profumi, un fuoco si accende da solo e da solo si consuma. Poi, un altro giorno, giunse un sacerdote e, dopo aver bruciato la legna che aveva collocato sopra l'altare, trovò qui, osservando, un modesto vermicello, che emanava un buonissimo odore. Poi, al secondo giorno, trovò un uccellino raffigurato. Il terzo il sacerdote tornò a vedere e notò che l'uccellino era divenuto un uccello fenice. Una volta salutato il sacerdote, volò via e si diresse al suo luogo antico. Se invero questo uccello ha il potere di morire e di nuovo di rivivere, nel modo in cui gli uomini stolti si adirano per la parola di Dio, tu hai il potere come vero uomo e vero figlio di Dio, hai il potere di morire e di rivivere. Dunque come ho detto prima, l'uccello prende l'aspetto del nostro Salvatore, che scendendo dal cielo, riempì le sue ali dei dolcissimi odori del Nuovo e dell'Antico Testamento, come egli stesso disse: «Non sono venuto ad eliminare la legge, ma ad adempierla». E di nuovo: «Così sarà ogni scrittore dotto nel regno dei cieli, offrendo rose nuove ed antiche dal suo tesoro»

La lunga vita della Fenice e la sua così drammatica rinascita dalle proprie ceneri, ne fecero il simbolo della rinascita spirituale, nonché del compimento della Trasmutazione Alchemica — processo Misterico equivalente alla rigenerazione umana ("Fenice" era il nome dato dagli alchimisti alla pietra filosofale).

Già simbolo della Sapienza divina (cfr. Giobbe 38 verso 36), intorno al IV secolo d.C. venne identificata con Cristo presumibilmente per via del fatto che tornava a manifestarsi 3 giorni dopo la morte, e come tale venne adottata quale simbolo paleocristiano di immortalità, resurrezione e vita dopo la morte.

Dante Alighieri così descrive la Fenice:

che la fenice more e poi rinasce,
quando al cinquecentesimo appressa
erba né biada in sua vita non pasce,
ma sol d'incenso lacrima e d'amomo,
e nardo e mirra son l'ultime fasce.


(Inferno XXIV, 107-111)

Al giorno d'oggi sopravvive il modo di dire "essere una fenice", per indicare qualcosa di cui non si conosce l'uguale, introvabile, un esemplare unico e soprattutto inafferrabile, secondo il ben noto detto di Metastasio ("Demetrio", atto II, scena III):

«Come l'araba Fenice, che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa».

Tale espressione venne ripresa pari pari da Lorenzo Da Ponte nel libretto di Così fan tutte musicato da Mozart, per affermare l'impossibilità di trovare la fedeltà nelle donne:

«È la fede delle femmine come l'araba Fenice, che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa».

Astronomia

La Fenice (abbreviazione: Phe) è anche una costellazione dell'Emisfero Sud, vicino a Tucana (il Tucano) e Sculptor. Fu così chiamata da Johann Bayer nel 1603, ed è costituita da 11 stelle. Assai curiosamente, questa costellazione è universalmente stata riconosciuta come uccello, ed è stata chiamata Grifone, Aquila, Giovane Struzzo (dagli arabi) e Uccello di Fuoco (dai cinesi).

La fenice nel mondo

Vi sono controparti della Fenice in praticamente tutte le culture: sumera, assira, inca, azteca, russa (l'uccello di fuoco), quella dei nativi americani (Yel), e in particolare nella mitologia cinese (Feng), indù e buddista (Garuda), giapponese (Ho-oo o Karura), ed ebraica (Milcham):

In Cina

«Un uccello mitologico, che non muore mai, la fenice vola lontano, avanti a noi, osservando con occhi acuti il paesaggio circostante e lo spazio distante. Rappresenta la nostra capacità visiva, di raccogliere informazioni sensorie sull'ambiente che ci circonda e sugli eventi che si dipanano al suo interno. La fenice, con la sua bellezza assoluta, crea un'incredibile esaltazione unita al sogno dell'immortalità».

The Feng Shui Handbook, feng shui Master Lam Kam Chuen

I cinesi hanno un gruppo di quattro creature magiche (detti "I quattro Spiritualmente-dotàti") che presiedono i destini della Cina, e rappresentano le forze primordiali degli animali piumati, corazzati, pelosi e con squame. Questi quattro animali sacri sono: Bai Hu (la tigre) o Ki-Lin (l'unicorno) per l'Ovest; Gui Xian (la tartaruga o il serpente) per il Nord; Long (il drago) per l'Est; e, per il Sud, Feng (la Fenice) — detto anche Fêng-Huang, Fung-hwang o Fum-hwang.

Rappresentava il potere e la prosperità, ed era un attributo esclusivo dell'imperatore e dell'imperatrice, che erano gli unici in tutta la Cina ad essere autorizzati a portare il simbolo del Feng. Era la personificazione delle forze primordiali dei Cieli, e talvolta veniva rappresentata con la testa e la cresta di fagiano e la coda di pavone (ma siccome i cinesi desideravano dare al Feng i più begli attributi di tutti gli animali, lo raffiguravano con la fronte della gru, il becco dell'uccello selvatico, la gola della rondine, il collo del serpente, il guscio della testuggine, le strisce del drago e la coda di un pesce).

Nel becco portava due pergamene o una scatola quadrata che conteneva i Testi Sacri, e recava iscritte nel corpo le Cinque Virtù Cardinali. Si dice inoltre che la sua canzone contenesse le cinque note della scala musicale cinese, e che la sua coda includesse i cinque colori fondamentali (blu, rosso, giallo, bianco e nero), e che il suo corpo fosse una mistura dei sei corpi celesti (la testa simboleggiava il cielo; gli occhi, il sole; la schiena, la luna; le ali, il vento; i piedi, la terra; e la coda, i pianeti).

Il Feng viene a volte dipinto con una sfera di fuoco che rappresenta il sole, ed è chiamato "l'uccello scarlatto": l'imperatore di tutti gli uccelli. Nato dal fuoco nella "Collina del Falò del Sole", vive nel Regno dei Saggi, che sta ad Est della Cina. Beve acqua purissima e si ciba di bambù. Ogni volta che canta, tutti i galli del mondo l'accompagnano nella sua canzone di cinque note. Appare soltanto in tempi di pace e prosperità, e scompare nei tempi bui. Diversamente dal Benu, il Feng può essere maschio o femmina, e vivere in coppia — coppia che rappresenta la felicità della coppia di sposi. Al concepimento, è il Feng a consegnare l'anima del nascituro nel grembo della madre.

In India

Nella cultura induista e buddista, la Fenice si chiama Garuda.

Ha ali e becco d'aquila, un corpo umano, la faccia bianca, ali scarlatte e un corpo d'oro. È uno dei supremi veggenti d'infinita coscienza. Narra la leggenda indù che Kadru, madre di tutti i serpenti, combatté con la madre di Garuda, imprigionandola. Garuda andò quindi a recuperare del Soma, che lo rese immortale, per liberare sua madre da Kadru. Viṣṇu, colpito da ciò, lo scelse come avatar (l'incarnazione terrestre) o destriero. Comunque, Garuda mantenne un grande odio verso i Naga (la famiglia dei serpenti e dei draghi), e ne ammazzava uno al giorno per pranzo. Poi però un principe buddista gl'insegnò l'astinenza, e Garuda riportò in vita le ossa di molti dei serpenti che aveva ucciso.

In Giappone

In Giappone la Fenice figura col nome di Ho-ho o Karura (storpiatura del nome sanscrito Garuda): è un'enorme aquila sputa fuoco dalle piume dorate e gemme magiche che ne coronano la testa, ed annuncia l'arrivo di una nuova era.

Fra gli ebrei e i cristiani

Nelle leggende ebraiche, la Fenice viene chiamata Milcham. Dopo che Eva mangiò il frutto proibito, divenne gelosa dell'immortalità e della purezza delle altre creature del Giardino dell'Eden — così convinse tutti gli animali a mangiare a loro volta il frutto proibito, affinché seguissero la sua stessa sorte. Tutti gli animali cedettero, tranne la Fenice — che Dio ricompensò ponendola in una città fortificata dove avrebbe potuto vivere in pace per 1000 anni. Alla fine di ogni periodo di 1000 anni, l'uccello bruciava e risorgeva da un uovo che veniva trovato nelle sue ceneri.

La fenice è cantata da numerosi poeti classici, come Ovidio (Metamorfosi XV), che scrisse che ogni 500 anni essa si rigenerava istantaneamente dalla proprie ceneri, in un nido di piante aromatiche che essa stessa costruisce.

I padri della Chiesa accolsero la tradizione ebraica e fecero della fenice il simbolo della resurrezione della carne. La sua immagine ricorre frequentemente nell'iconografia delle catacombe.

Dante Alighieri la cita in una similitudine dell'Inferno (XXIV 106-115).

Paralleli con altre figure leggendarie

Quetzalcoatl, dio uccello (o serpente piumato) dell'America del Nord (Messico), aveva il dono di morire e risorgere; grande sovrano e portatore di civiltà. Da un'iscrizione Maya del 987 d.C.: «Arrivò Kukulkán, serpente piumato, a fondare un nuovo stato». I toltechi ne parlano come di un re-sacerdote di Tollan, che morì nello Yucatan, forse arso su un rogo (come la Fenice).

Wakonda, uccello del tuono degli indiani Dakota. Per i Sioux, "grande potere superiore", fonte di potere e saggezza, divinità generosa che sostiene il mondo e illumina lo sciamano.

Si dice inoltre

... che la Fenice, dal momento che si crea da sé, non può avere alcun Maestro.
... che, essendo un uccello unico (ne esiste soltanto una per volta), è un essere solitario.
... che è ancora più solitario per via del fatto che non si riproduce.
... che può vivere centinaia d'anni, ma sempre da sola, senza nessuno dei suoi simili.
... che, pur essendo lo scopo della sua vita quello di riportare la felicità sulla Terra, lei stessa ha dovuto rinunciare alla sua felicità personale e alla possibilità di amare, dal momento che una Fenice non può avere una compagna.

Altre curiosità

Quattro piramidi furono dedicate alla Fenice:

quella di Cheope, presso Giza, detta "dove il sole sorge e tramonta";
ad Abusir, Sahure, "splendente come lo spirito Fenice";
Neferikare, "dello spirito Fenice"
Reneferef, "divina come gli spiriti Fenice".
Una interessante spiegazione ornitologica per il mito della Fenice, è che alcuni grandi volatili sbattono le ali sul fuoco per uccidere i parassiti col fumo. La Fenice, nel suo aspetto distruttore, viene a liberare il mondo dal male — i parassiti, appunto — bruciandolo col Fuoco Spirituale.

La fenice nei fenomeni di massa

Una fenice di nome Fawkes (nella versione inglese originale, in italiano si chiama Fanny) appare nella saga di Harry Potter come animale leggendario che appartiene al preside della scuola di Hogwarts, Albus Silente. Si può ipotizzare che sia di sesso maschile (è indicata con il pronome maschile in inglese, mentre in italiano è neutra poiché non si fa riferimento a maschio o femmina). Nella saga fa riferimento ad altri poteri straordinari della fenice: è in grado di sollevare pesi immensi e le sue lacrime hanno potere curativo. Albus Silente sostiene che le fenici siano animali da compagnia estremamente fedeli. Nel secondo libro Fanny aiuta Harry nella Camera dei Segreti, dando il cappello magico all'eroe dal quale esce la spada di Godric Grifondoro . Inoltre guarisce con le lacrime Harry, quasi ucciso dal veleno del Basilisco. Inoltre nel sesto libro, "Il principe mezzosangue", Fanny se ne va per la morte di Silente.
Il Pokémon Ho-Oh è ispirato alla figura della fenice nella mitologia giapponese.
Nel manga&anime Saint Seiya (I Cavalieri dello Zodiaco nella versione italiana) uno dei protagonisti, Ikki (Phoenix nella versione italiana), indossa l'armatura della Fenice che, una volta distrutta, è in grado di ricomporsi da sola in pochi minuti, ogni volta più forte e resistente di prima (proprio come la fenice che risorge dalle proprie ceneri).
Nel manga&anime B't X, il B't Je T'aime (Tempest nella versione italiana) è ispirato alla fenice della mitologia cinese e, come quest'ultima, dopo la morte è in grado di rinascere ogni volta più potente di prima (pur essendo una macchina).
In videogiochi come Final Fantasy la Fenice è un essere il quale se invocato è in grado, attraverso le sue fiamme (che intanto danneggiano il nemico), di ridare vita ai personaggi e anche allo stesso invocatore. Le sue piume vengono appunto usate per resuscitarli dalla morte.
Nell'universo Marvel, con particolare riferimento alle avventure degli X-Men, Fenice è un'entità cosmica con un potere praticamente illimitato. Si è manifestata la prima volta possedendo il corpo di Jean Grey, e successivamente ha posseduto diversi altri personaggi. Nella miniserie Il canto di guerra di Fenice[1] è stata imprigionata apparentemente per sempre nel cuore adamantino delle Naiadi di Stepford.


Note
1. ^ X-Men: Phoenix Warsong nn. 1-5, novembre 2006-marzo 2007; prima ed. it. X-Men Deluxe nn. 150-151, Panini Comics, ottobre-novembre 2007

Bibliografia
Umberto Capotummino. L'occhio della Fenice - Sapienza e divinazione dall'antica Cina all'antico Egitto. Palermo, Sekhem, 2005. ISBN 88-902054-0-7
R. van Den Broek. The Myth of the Phoenix - According to Classical and Early Christian Traditions. E.J.Brill, Leiden, 1972.
Silvia Fabrizio-Costa (a cura di). La Fenice : mito e segno (simposio dell’università di Caen). Peter Lang, Bern, 2001. ISBN 3-906767-89-2
Françoise Lecocq. « Les sources égyptiennes du mythe du phénix », L’Egypte à Rome (simposio dell’università di Caen), éd. F. Lecocq, Cahiers de la Maison de la Recherche en Sciences Humaines, n° 41, Caen, 2005, ISSN 1250-6419 (p211-264).
Francesco Zambon, Alessandro Grossato. Il mito della fenice in Oriente e in Occidente. Venezia, Marsilio Editori, 2004. ISBN 88-317-8614-8


da http://it.wikipedia.org/wiki/Fenice

venerdì 4 aprile 2008

LE QUATTRO SACRE DIREZIONI

Fra le popolazioni native, si attribuisce grandissima e sostanziale importanza alle Quattro Direzioni (Sacre), che accompagnano, seguono e guidano dalla nascita alla morte ogni singolo individuo.
Secondo i nativi, tutti gli esseri viventi, dagli animali agli alberi, crescono e si estendono in tutte le direzioni, e per volere della fortuna e degli elementi, la crescita o la nascita, divengono più o meno complete.
Fin dalla nascita, un bambino pellirosse viene istruito e allevato spiegando ad esso come prima cosa i Quattro Grandi Poteri della Ruota di Medicina, contenuti nelle Quattro Sacre Direzioni.
Questo percorso ed insegnamento della Ruota di Medicina al bambino lo porta alla consapevolezza ed alla propria completezza nell’equilibrio fra se stesso, la natura e gli Dei.
Il bambino, comincerà ad apprendere gli insegnamenti da una punta della Ruota di Medicina, indistintamente, andando mano a mano nel tempo a completarla facendo così il giro completo di tutte le Direzioni.

EST:

L’ Est è la direzione spirituale della visione sulle origini e le cause di tutte le cose.
L’ Est è la direzione dove ogni giorno sorge il sole (Alba), dando luce al mondo, chiarezza, innocenza e calore.
L’ Est è la direzione dell’ inizio della vita che nasce e che rinnovandosi nasce nuovamente dopo il buio, la primavera dopo l’inverno.
Animale Totem: l’ animale Totem che più raffigura l’ Est, è l’ Aquila. Essa, infatti, vola in alto più di qualsiasi altro uccello, usando le sue enormi ali, ed è per questo che si avvicina al sole, il Grande Spirito.
Piante Sacre: Le piante associate alla direzione dell’ Est sono, il Pino, la Salvia ed il Tabacco. Il Tabacco onora gli antenati e ne invoca la saggezza. Il Pino ci offre la pulizia, la fertilità e la pace della mente, molti nativi lo usano dentro la propria abitazione, perché si ritiene sia un buon guardiano, essendo un sempreverde, quindi non muore mai e restando sempre in veglia.

SUD:
Il Sud è il luogo di origine dell’ innocenza e della fiducia.
Il sud è la direzione per percepire sentimenti nel nostro cuore.
Il Sud è la direzione ove il sole è al culmine della sua altezza.
Il Sud, aiuta lo sviluppo delle proprie emozioni, come l’ amore, la generosità, la lealtà ed il senso di giustizia.
Il Sud è l’ energia che il bambino apprende per divenire adulto e giusto di spirito.
L’Acqua rappresenta a meraviglia i vari aspetti dell’emotività umana e dei suoi comportamenti, quali: la Calma, rappresentata da una superficie di un lago, quindi privo di grosse onde; l’ Oscurità, rappresentata da una pozzanghera torbida; la Purezza, rappresentata da un ruscello che scorre lungo tutto il suo percorso; la Violenza, rappresentata da una bella tempesta su di un mare o di un oceano.
Animale Totem: l’ animale Totem che meglio rappresenta la direzione del Sud è il topo, perché dotato di una sensibilità e di una percezione sviluppatissimi.
Piante Sacre: Le Piante sacre che troviamo a Sud della Ruota di Medicina e, che possono esser usate nelle preghiere, sono il cedro e la copale.
Il Cedro serve come protezione, è amico del sole e serve per una nuova vita.
La Copale è usata nelle cerimonie basate sull’enfasi della direzione Sud-Ovest.

OVEST:

L’ Ovest è la direzione Sacra dalla quale arriva il buio.
L’ Ovest è la direzione dell’ introspezione dello sguardo interiore dell’ uomo.
Dalla direzione dell’Ovest provengono tuoni e fulmini.
Parole di Cervo Zoppo ce lo mettono in risalto:“Tutto nella natura si muove in un determinato movimento che per gli occidentali è il senso orario. Solo gli Esseri del Tono vanno in senso contrario a quello orario”.
L’Ovest simbolicamente è anche dimostrazione di potenza. La persona impara a riconoscere dall’Ovest le creature dell’ ombra, le sfaccettature e il modo di operare della propria mente e della psiche ed impara a trasformare e mutare queste cose attraverso la propria volontà.
Animale Totem: l’Animale Totem dell’ Ovest, più adatto è rappresentato dal Grizzly.
Piante Sacre: le Piante Sacre rappresentate da questa direzione, sono la Salvia, l’ Artemisia e il salice.
La Salvia viene usata come purificatrice, fungendo così da allontanamento di forze o energie negative, a volte, viene usata anche verso la direzione dell’ Est, ma trova tutte le sue caratteristiche incentrate sulle qualità dell’ Ovest.
L'Artemisia è usata perché “dona” le visioni e viene usata per rendere chiari i sogni e le profezie.
Il Salice per alcune tradizioni è l’ inconscio sotterraneo, il rinnovamento della vita dopo la morte.

NORD:

Il Nord è la dimora dell’ inverno, è dove nasce la saggezza, dove risiedono gli insegnamenti ed i doni intellettuali simboleggiati dalle Montagne e dai Laghi Sacri.
La persona che trae ispirazione e percezione da questa direzione, è colma di saggezza appresa in modo solitamente molto duro. Infatti, l’uomo del Nord, è sopravvissuto al gelo, alla fame, alle pestilenze, alle inondazioni, alla perdita dei famigliari ed altre cose ancora.
Egli, da queste avversità, ha appreso l’ altruismo e l’interdipendenza di tutte le creature, scolpendo nel proprio cuore queste esperienze e mettendole in pratica nei momenti del fabbisogno, come ad esempio mai commettere due volte lo stesso errore, calcolare, valutare e prevedere eventi ecc ecc.
Animale Totem: l’ Animale Sacro alla direzione del Nord, è rappresentato dal Bisonte, perché da esso, i nativi, usavano tutto, senza buttare nulla, e quindi traendo sostegno e nutrizione.
Piante Sacre: la Pianta più Sacra a questa direzione, è rappresentata dalla SweetGrass (Capelli della nonna). I suoi capelli bianchi, sono il simbolo dell’esperienza, frutto di molte conquiste nel tempo.


SCHEMA

EST
Colore: Giallo
Animale Medicina: Aquila
Proprietà: Rinnovare, illuminare
Freccia di medicina: Dalla direzione della lungimiranza
Simbolo: Fuoco
Piante: Pino, Salvia, Tabacco
Stagione: Primavera
Momento della giornata: Alba

SUD
Colore: Verde
Animale Medicina: Topo
Proprietà: Innocenza, fiducia, percezione della natura nel nostro cuore
Freccia di medicina: Dalla direzione dell’ innocenza
Piante: Cedro, Copale
Stagione: Estate
Momento della giornata: Mezzogiorno

OVEST
Colore: Nero
Animale Medicina: Orso
Proprietà: Luogo dello sguardo interiore, natura introspettiva dell’uomo
Freccia di medicina: Dalla direzione dell’ introspezione
Simbolo: Terra
Stagione: Autunno
Piante: Artemisia, Salice, Salvia
Momento della giornata: Tramonto

NORD
Colore: Bianco
Animale di Medicina: Bisonte
Proprietà: Saggezza
Freccia di medicina: Dalla direzione della saggezza
Simbolo: Aria
Stagione: Inverno
Piante: Sweetgrass
Momento della giornata: Cielo notturno


venerdì 21 marzo 2008

SONO UN WICASA WAKAN

Sono un wicasa wakan (uomo di medicina).
Un wicasa wakan deve trovarsi molto spesso da solo.
Vuole stare lontano dalla massa, dalle piccolezze quotidiane.
Ama meditare, appoggiarsi ad un albero o ad una roccia e sentire come si muove la terra sotto di lui e come grava su di lui il peso del vasto cielo fiammeggiante.
In questo modo impara a capire. Chiude gli occhi e incomincia a vedere chiaramente.
Ciò che vedi con gli occhi chiusi, è questo che conta.
Il wicasa wakan ama il silenzio, si avvolge in esso come in una coperta: un silenzio che non tace, che, con la voce simile al tuono, gli insegna molto.
Un uomo simile ama esser in un luogo in cui può sentire solo il ronzio degli insetti.
Siede, chiede aiuto. Parla con le piante e queste gli rispondono.
Ascolta attentamente le voci di wama kaskand, degli animali.
Diventa uno di loro. Da tutte le forme di vita affluisce qualcosa dentro di lui e anche lui emana qualcosa. Io non so, cosa e come, ma è così.
L'ho vissuto.


Cervo Zoppo
(Capo Sioux)

sabato 15 marzo 2008

PEGASUS

Gli astrologi antichi ritenevano che Pegasus proteggesse i cavalieri durante le battaglie. Nello "Zodiaco Perduto" le persone nate tra il 13 marzo ed il 1 aprile erano del segno di Pegasus. Siccome le impronte degli zoccoli dei cavalli assomigliano alla luna crescente, in Grecia i cavalli erano consacrati alla Luna che, al suo sorgere, domina il mondo dell'immaginazione, dell'istinto e dell'intuito a cui il cavallo appartiene.

Come totem animale, Pegaso simboleggia l'immortalità dell'anima e serve come trasportatore e protettore dello spirito nei suoi viaggi sul piano astrale (specialmente verso la Luna - il piano emozionale).
Pegasus è strettamente collegato agli dei greci Poseidone (emozione) suo padre, Athena (saggezza divina) la sua protettrice, Zeus (guida e creatività) perchè portava i suoi fulmini, e la Musa Urania (amore celeste) che fu la sua nutrice nonchè le Muse in genere (ispirazione, memoria ed arte), agli eroi Perseo (intelletto) e Bellerofonte (imprudenza), al mostro Medusa (saggezza mortale) e Chimera (malvagità complessa).
Troviamo Pegasus anche in psicologia. Infatti prende il suo nome la sindrome di alcune persone di trattare le difficoltà ignorandole, ovvero "sorvolandole".

Shakespeare parla di Pegasus nell’Enrico IV, quando Vernon descrive il Principe Enrico:

“I saw young Harry, with his beaver on,
His cuishes on this thighs, gallantly armed,
Rise from the ground like feathered Mercury,
And valuted with such ease into his seat,
As if an angel dropped down from the clouds,
To turn and wind a fiery Pegasus,
And with the world with noble horsemanship.”


Pegaso era il cavallo alato famoso grazie alla sua associazione con l'eroe greco Bellerofonte.
Il modo in cui questo cavallo venne alla luce è, a dir poco insolito. Sua madre era Medusa, la Gorgone famosa in gioventù per la sua bellezza, in particolare per le chiome fluenti.
Fu avvicinata da molti pretendenti, ma quello che la fece sua fu Poseidone, che è sia il dio del mare che quello dei cavalli.

Sfortunatamente la seduzione ebbe luogo nel tempio di Atena. Furibonda per l'oltraggio subìto dal suo tempio, la dea Atena trasformò Medusa in un mostro con la testa ricoperta di serpenti e il cui sguardo poteva mutare gli uomini in pietre.
Quando Perseo decapitò Medusa, Pegaso e il guerriero Crisaore uscirono dal suo corpo come da una sorgente.

Il nome Pegaso viene dalla parola greca pegai, che significa "sorgenti" o "acque". Il nome Crisaore significa " spada dorata", a descrizione dell'arma che aveva in mano al momento della nascita.
Il ruolo di Crisaore nella storia di Pegaso si limita a questo: più tardi divenne padre di Gerione, il mostro con tre corpi che Eracle uccise.
Non casualmente Pegaso nasce dalla Gorgone, che altro non è se non l'immagine data dagli Elleni alla dea libica Neith, alla Grande Madre.

Quanto al cavallo, originariamente era un animale ctonio associato con la Grande Madre: sorgeva dalle viscere della terra o dagli abissi del mare. Figlio della notte, era come la Grande Dea portatore di vita e morte, legato all'acqua di cui conosceva i cammini sotterranei: per questo motivo aveva tradizionalmente il dono di far scaturire sorgenti con un colpo del suo zoccolo.
Successivamente con l'avvento della religione patriarcale indoeuropea, venne associato a Poseidone. Si nota come la leggenda della nascita di Pegaso da Medusa, fecondata da Poseidone, ricorda pur con molte differenze, quella dello stesso dio che genera Arione in Demetra, trasformatasi non casualmente in una giumenta: "Ambedue i miti descrivono come gli Elleni devoti a Poseidone sposassero a forza le sacerdotesse della Luna senza lasciarsi impaurire dalle loro maschere di Medusa, e assumessero il controllo dei riti propiziatori di pioggia e del culto del cavallo sacro".

Per questo motivo si narrava che il primo cavallo fosse stato creato da Poseidone quando, in gara con Atena per il possesso dell'Attica, lo aveva fatto scaturire dalla terra. E non a caso si favoleggiava che Pegaso balzato dal collo di Medusa, si era abbeverato alla fonte Pirene, sulla strada che conduceva al santuario di Poseidone. Poi era volato sul monte Elicona, dove con un colpo dello zoccolo lunato aveva fatto scaturire Ippocrene, "la sorgente del cavallo", alla quale le muse si dissetavano nutrendo la loro ispirazione per poi volare alla volta dell'Olimpo cantando con voce sublime.
Sicchè, Pegaso, che aveva fatto sgorgare la sorgente delle Muse, diventò l'emblema dell'immaginazione creatrice, del furore poetico.

Un giorno Bellerofonte trovò Pegaso che si stava abbeverando lo ammansì con una briglia dorata datagli da Atena, Bellerofonte aveva bisogno di quella creatura alata per compiere un impresa disperata. Il giovane figlio di Glauco aveva ucciso accidentalmente un uomo la cui identità varia secondo le versioni del mito; alcuni dicono che si trattasse di suo fratello, a causa di quel delitto era stato costretto a lasciare la città e a recarsi a Corinto dove il Re Preto lo aveva ritualmente purificato.
Sfortunatamente la moglie del re, Antea, s'innamorò di Bellerofonte che per gratitudine e rispetto ne rifiutò le profferte. Questa per vendicarsi accusò Bellerofonte di aver tentato di violentarla il Re Preto si liberò dell'ospite (che come tale non avrebbe potuto uccidere) mandandolo dal proprio suocero Iobate Re della Licia, perché questi lo facesse morire.
Iobate, non volendo a sua volta violare le leggi dell'ospitalità, espose Bellerofonte a grandi rischi, lo mandò a combattere contro le Amazzoni ed altri guerrieri formidabili, e poi anche contro la Chimera, un essere mostruoso, leone nella parte anteriore, drago nella posteriore e con una testa caprina che sputava fiamme.

Quel mostro, generato da Tifone e da Echidna, devastava il paese e razziava il bestiame. Cavalcando Pegaso, Bellerofonte riuscì a scovare la Chimera e dopo averla ferita con le sue frecce, le conficcò fra le mascelle un pezzo di piombo che, fuso dall'alito rovente, scese nello stomaco uccidendola.
La Chimera, era il simbolo del calendario arcaico dell'anno tripartito, sacro alla Mater Magna pre-ellenica: il leone rappresentava la primavera, la capra l'autunno, il serpente l'inverno.
Iobate, deluso dal suo ritorno, lo mandò a combattere contro i bellicosi Solimi: Bellerofonte li sconfisse volando col suo magico cavallo da cui lasciava cadere dei massi sulle loro teste.
Il Re preoccupato, decise di farlo uccidere in un agguato dai suoi uomini più valorosi, ma l'invincibile Bellerofonte riuscì a salvarsi massacrando gli assalitori.
A quel punto Iobate, cominciando a sospettare che il giovane fosse innocente e protetto dagli dei, decise di raccontargli ciò che gli aveva detto suo suocero. Fu soltanto allora che Bellerofonte gli confidò la triste storia; e il sovrano, saputa finalmente la verità gli concesse in sposa la figlia Filino e nominandolo erede al trono di Licia.

Tutti quei successi avevano talmente esaltato il giovane che un giorno decise di volare sull'Olimpo con l'alato cavallo, quasi fosse un immortale. Zeus mandò allora un tafano che punse Pegaso facendolo sgroppare in modo da disarcionare Bellerofonte, il quale cadde ingloriosamente in un roveto.
Da quel momento l'incauto giovane vagò sulla terra, zoppo, cieco, solo e maledetto, evitando le strade battute dagli uomini, finché la morte lo colse.
Quanto a Pegaso, riuscì a raggiungere l'Olimpo dove Zeus l'accolse alloggiandolo nelle antiche stalle del monte.
Da quel giorno si servì di lui per trasportare le folgori forgiate dai Ciclopi. Infine, per ricordarne la funzione, lo volle immortalare nel firmamento.

venerdì 14 marzo 2008

PADRE NOSTRO IN ARAMAICO

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LA PAZIENZA

La parola pazienza ha origine dal latino volgare patire (cfr. il greco pathein e pathos, dolore corporale e spirituale).
La pazienza è una qualità e un atteggiamento interiore proprio di chi accetta il dolore, le difficoltà, le avversità, le molestie, le controversie, la morte, con animo sereno e con tranquillità, controllando la propria emotività e perseverando nelle azioni.
È la necessaria calma, costanza, assiduità, applicazione senza sosta nel fare un'opera o una qualsiasi impresa.
Pazienza si chiama anche una parte dell'abito di alcuni ordini religiosi ed ha lo stesso significato di scapolare.
Nel diritto la pazienza è la limitazione dell'esercizio di un diritto (la pazienza di servitù, ad esempio, è la negazione di un transito di servitù).

mercoledì 5 marzo 2008

DISCORSO DI CAPO SEATTLE

Estratto del discorso fatto dal Capo Seattle delle tribù degli indiani Dwamish e Suquamish, all’atto della firma del Trattato di Point Elliott, con il quale egli cedeva le terre degli indiani al Presidente degli Stati Uniti Pierce, il 22 gennaio 1855, in cambio di una riserva per il popolo indiano.


Il Grande Capo di Washington [il presidente degli Stati Uniti] ci manda a dire che desidera comprare la nostra terra. Il Grande Capo ci manda anche parole di amicizia e di buona volontà, e questo è gentile da parte sua, visto che ha ben poco bisogno della nostra amicizia. Prenderemo in considerazione la proposta perché sappiamo che, se non vendiamo la terra, l'uomo bianco potrebbe prendersela con il fucile.

Come si possono comprare il cielo e il calore della terra? Per noi è un'idea strana. Se non possediamo la freschezza dell'aria e lo scintillio dell'acqua, come possiamo acquistarli?

I morti dell'uomo bianco dimenticano la terra dove sono nati quando vanno a camminare fra le stelle. I nostri morti non dimenticano mai questa magnifica terra, perché essa è parte dell'uomo rosso. Noi siamo parte della terra ed essa è parte di noi.
I fiori profumati sono le nostre sorelle; il cervo, il cavallo, la grande aquila... questi sono i nostri fratelli. Le creste rocciose, gli umori dei prati, il calore dei pony e l'uomo... appartengono tutti alla medesima famiglia.

Così, quando il Grande Capo a Washington manda a dire che vuole comprare la nostra terra, chiede molto ... perché questa terra ci è sacra.
Qui e ora faccio di questa la prima condizione... che non ci venga negato il privilegio di recarci a visitare, indisturbati, le tombe degli antenati, degli amici e dei figli.

L'acqua scintillante che scorre nei fiumi e nei torrenti non è semplice acqua, ma il sangue dei nostri antenati. Se vi vendiamo la terra, dovete ricordare che è sacra, dovete insegnare ai vostri figli che è sacra e che ogni pallido riflesso nell'acqua limpida dei suoi laghi racconta gli eventi e le memorie della vita della mia gente. Il mormorio dell'acqua è la voce del padre di mio padre.

I fiumi sono nostri fratelli; essi spengono la nostra sete. I fiumi trasportano le nostre canoe e nutrono i nostri bambini. Se vi vendiamo la nostra terra, dovete ricordare e insegnare ai vostri figli che i fiumi sono nostri fratelli...e vostri; dovete quindi trattare i fiumi con la gentilezza che avreste per un fratello.

... Le ceneri dei nostri padri sono sacre. Le loro tombe sono suolo consacrato e allo stesso modo ci sono sacri queste colline, questi alberi, questa porzione di terra. "Noi sappiamo che l'uomo bianco non capisce il nostro modo di sentire. Per lui un pezzo di terra è uguale all'altro, perché egli è uno straniero che viene nella notte e prende dalla terra quello di cui ha bisogno. La terra non è suo fratello, ma il suo nemico e, dopo averla conquistata, la abbandona.

L'uomo bianco si lascia dietro le tombe dei suoi padri e non se ne cura. Ruba la terra ai suoi figli e non se cura. La tomba del padre e il diritto di nascita del figlio vengono dimenticati. Egli tratta sua madre, la terra, e suo fratello, il cielo, alla stregua di cose da comprare, saccheggiare e vendere, come pecore e perline luccicanti. La sua fame divora la terra e la rende un deserto. Io non so. Il nostro modo di sentire è diverso dal vostro. La vista delle vostre città ferisce gli occhi dell'uomo rosso. Ma, forse, l'uomo rosso è un selvaggio e non capisce.

Nelle città dell'uomo bianco non c'è un posto tranquillo, un posto dove ascoltare le foglie che si dischiudono in primavera e il frinire delle ali di un insetto.

Ma, forse, è perché sono un selvaggio e non capisco.

Il frastuono delle vostre città ferisce le nostre orecchie.

... I pellerossa preferiscono il soffice sospiro del vento sulla superficie dello stagno e l'odore di quel vento, lavato dalla pioggia di mezzogiorno o profumato dalla resina dei pini.

Per l'uomo rosso l'aria è preziosa, perché tutte le cose dividono il medesimo respiro; l'animale, l'albero, l'uomo...dividono tutti lo stesso respiro. L'uomo bianco non sembra far caso all'aria che respira. Come l'uomo che agonizza, non si accorge del proprio fetore.

Ma se vi vendiamo la nostra terra, dovete ricordare che per noi l'aria è preziosa, che lo spirito dell'aria è lo stesso della vita che essa sostiene. Il vento che ha dato a mio nonno il primo respiro ha raccolto anche il suo ultimo sospiro.

E se vi vendiamo la nostra terra, dovete mantenerla separata e sacra, un posto dove persino l'uomo bianco possa assaporare la brezza addolcita dalla fragranza dei fiori. ... L'uomo bianco deve trattare gli animali di questa terra come fratelli. Io sono un selvaggio e non capisco nessun altro modo di vivere. Ho visto i bufali marcire a migliaia nelle praterie, uccisi dall'uomo bianco che passava sul treno. Io sono un selvaggio e non capisco come il cavallo di ferro fumante possa essere più importante del bufalo che noi uccidiamo solo per sopravvivere.

Cos'è l'uomo senza gli animali? Se tutti gli animali sparissero, l'uomo morrebbe di una grande solitudine dello spirito. Perché tutto quello che accade agli animali presto accade all'uomo. Tutte le cose sono collegate.

Dovete insegnare ai vostri bambini che il terreno sul quale camminano è formato dalle ceneri dei vostri nonni. Affinché rispettino la terra, dite loro che è ricca delle vite della vostra gente. Insegnate ai vostri bambini quel che noi abbiamo insegnato ai nostri, che la terra è la nostra madre. Quel che avviene alla terra, avviene ai figli della terra. Se gli uomini sputano sulla terra, sputano su loro stessi.

Questo noi lo sappiamo: non è la terra che appartiene all'uomo, ma l'uomo alla terra. Questo lo sappiamo.

Tutte le cose sono collegate, some il sangue che unisce i membri di una stessa famiglia. Tutte le cose sono collegate. Quel che avviene alla terra, avviene ai figli della terra. L'uomo non tesse la sua trama della vita, ne è semplicemente uno dei fili. Qualsiasi cosa fa alla tela, la fa a se stesso.

Ma noi prenderemo in seria considerazione l'offerta di andare nella riserva che avete pronta per la mia gente. Vivremo separati e in pace. Ha poca importanza dove trascorrere i giorni che ci restano: non sono molti. I nostri figli hanno visto i loro padri umiliati nella sconfitta. I nostri guerrieri hanno conosciuto la vergogna, e da dopo la sconfitta trascorrono le giornate nella pigrizia, ubriacandosi. Ancora qualche ora, ancora qualche inverno e nessuno dei bambini delle grandi tribù, che un tempo abitavano questa vasta terra e che ora si aggirano in piccole bande fra i boschi, sarà lasciato a piangere sulle tombe di una gente una volta potente e piena di speranza come la vostra.

Ma perché dovrei addolorarmi per la scomparsa della mia gente? Le tribù sono fatte di individui, e non sono di loro migliori. Gli uomini vengono e vanno, come onde del mare. E l'ordine della Natura. Perfino l'uomo bianco, che ha parlato e camminato a fianco del suo Dio come amico, non può essere esentato da questo destino.

Potremmo essere fratelli, dopotutto. Staremo a vedere.

Una cosa sappiamo, che forse un giorno l'uomo bianco scoprirà... il nostro Dio è lo stesso Dio. Ora voi pensate di possederlo, come volete possedere la nostra terra, ma non potete. Egli è il Dio degli uomini, e la sua compassione è uguale per l'uomo rosso e per l'uomo bianco. Questa terra Gli è preziosa e offendere la terra significa mancare di rispetto al suo Creatore.

Anche i bianchi passeranno; forse prima di tutte le altre tribù. Contamina il tuo letto e una notte soffocherai nei tuoi stessi rifiuti.

"Ma nel vostro perire, scintillerete vivamente, infiammati dalla forza del Dio che vi ha portati qui e, per qualche speciale motivo, vi ha dato dominio su questa terra e sull'uomo rosso. Un destino che ci è misterioso, perché noi non comprendiamo tutti i bufali uccisi, i cavalli selvaggi domati, gli angoli segreti delle foreste pieni dell'odore di molti uomini e il profilo delle fertili colline deturpato dai fili parlanti.

Dov'è il boschetto? Sparito.

Dov'è l'aquila? Sparita.

La fine della vita e l'inizio della sopravvivenza.

... Quando l'ultimo uomo rosso se ne sarà andato dalla faccia della terra, quando la sua memoria fra gli uomini bianchi sarà diventata un mito, queste riserve brulicheranno degli invisibili morti della mia tribù. Loro amano questa terra come un neonato ama il battito del cuore della madre.

L'uomo bianco non sarà mai solo. Fate che sia giusto e gentile nel trattare la mia gente, perché i morti non sono privi di potere.

Morti ho detto? La morte non esiste. Solo un cambiamento di mondi!

Se vi venderemo la nostra terra, amatela come noi l'abbiamo amata. Curatela come noi l'abbiamo curata. Conservate nella mente il ricordo di questa terra, così com'è, quando la prenderete.

E con tutta la vostra forza, con tutta la vostra mente, con tutto il vostro cuore, preservatela per i vostri bambini e amatela...come Dio ama noi. Una cosa sappiamo: il nostro Dio è lo stesso Dio. Questa terra Gli è preziosa.

venerdì 22 febbraio 2008

L'APE

Le api fanno parte della famiglia delle Apidi, dell'ordine degli Imenotteri.
Come tutti gli insetti, le api hanno sei zampe ed il loro corpo è diviso in tre parti: capo, torace ed addome.
Hanno delle parti del corpo modificate per poter raccogliere polline e nettare, che viene trasformato in miele; queste modificazioni riguardano la struttura delle parti boccali e quella delle zampe.
L'apparato boccale è adatto alla raccolta dei liquidi: se l'insetto vuole raccogliere dell'acqua o dello zucchero disciolto impregna il labello di liquido che poi passa nel solco ligulare e vi sale per capillarità. Quando i liquidi arrivano alla faringe si mescolano al secreto delle ghiandole salivari che vi sboccano, e una volta entrati nell'ingluvie o borsa melaria, subiscono l'azione enzimatica della saliva che cambia il nettare in miele.
Oltre al nettare e all'acqua un altro alimento indispensabile per i melliferi è il polline che fornisce loro sostanze azotate. Il polline viene raccolto ed immagazzinato principalmente dalle zampe.
Il primo articolo del tarso, soprattutto nelle zampe posteriori è molto lungo e largo e possiede verso l'interno una spazzola di peli che serve all'insetto per raccogliere il polline sparso sul corpo. La tibia delle zampe posteriori ha una depressione longitudinale sulla faccia esterna che si chiama cestella; in questa viene ammassato il polline.

Le api vivono nell'alveare; la costruzione dei favi è affidata a giovani api (10-15 giorni di età). Queste vengono nutrite abbondantemente con miele e si attaccano alla volta dell'arnia, allacciandosi le une alle altre in modo da formare una catena; le secretrici di cera rimangono in questa posizione anche per 24 ore, dopo di che la cera comincia a comparire sotto forma di esili lamelle sull'addome. A questo punto un'ape si stacca dal festone e sale verso la volta dell'arnia, dove depone la cera staccata dall'addome e manipolata dalle mandibole e costruisce un primo piccolo blocco; questa operaia rientrerà nel gruppo per lasciare il posto ad un'altra. Le cellette di un alveare non hanno tutte lo stesso scopo: infatti alcune servono per l'allevamento ed altre come deposito degli approvvigionamenti, miele e polline.
Le celle dove vengono deposte le uova sono chiuse da un opercolo di cera così come quelle che contengono miele, mentre le celle con il polline rimangono aperte. Un alveare può contenere da 30 a 100.000 operaie a seconda della grandezza dell'arnia; le api operaie hanno una vita non superiore alle 5-6 settimane nel periodo di grande lavoro, ma quelle nate in autunno riescono ad arrivare fino alla primavera.La società delle api è matriarcale e persistente, è inoltre monoginica e si moltiplica per sciami.
La società è divisa in tre caste: regina, fuchi ed operaie. L'ape regina è una femmina destinata, dopo il volo nuziale, a vivere nel nido deponendovi le uova, a meno che non debba sciamare.
Il primo sciame che esce da un alveare è infatti sempre guidato da una vecchia regina. Prima che esso si formi, le api operaie costruiscono un certo numero di celle reali, per ottenere regine destinate a rimanere nell'alveare oppure ad accompagnare successivi sciami. Quando la giovane regina, nata nella più vecchia di queste celle, si è liberata, cerca di uccidere le sorelle regali che si trovano ancora all'interno delle celle.
Questo fenomeno viene evitato perché sciami di operaie e maschi sono pronti a sciamare non appena le giovani regine escono dalle celle; al primo sciame ne seguiranno degli altri fino a quando ci saranno abbastanza api nell'alveare; a questo punto la prima regina che nasce e non sciama ucciderà le regine non nate e diventerà l'unica regina dell'alveare.

I fuchi sono maschi, nascono da uova non fecondate, deposte dalla regina in grosse celle esagonali ed, in via molto eccezionale, da operaie di alveari orfani divenute ovificatrici. I maschi sono più pesanti delle operaie, abbondantemente ricoperti di peli e ricchi di sensilli olfattori e tattili, servono esclusivamente alla fecondazione delle regine ed è per questo che si trovano nell'alveare quando la società è pronta per dividersi. La loro vita è molto breve, vivono circa 24 ore.
Le api operaie sono femmine che non depongono le uova salvo che in casi eccezionali. Le operaie delle api possono essere distinte in varie categorie a seconda dell'età, nella quale compiono lavori diversi. Le api giovanissime si dedicano alla pulizia delle celle; a partire dal terzo giorno alimentano con miele e polline le larve da operaie e da fuchi.
Quando hanno raggiunto dai tre ai sei giorni d'età, epoca nelle quale le loro ghiandole sopracerebrali entrano in funzione, secernono pappa reale che forniscono alle giovanissime larve. Soltanto più tardi, e cioè al quindicesimo giorno di età, si addestrano a divenire bottinatrici, con prudenti voli di orientamento nelle vicinanze dell'arnia; nel frattempo compiono la guardia all'alveare, collocandosi sulla porticina dell'arnia e scacciando tutti gli intrusi. Al ventesimo giorno divengono definitivamente bottinatrici, dedicandosi esclusivamente alla raccolta del nettare e del polline, in un raggio di volo di circa 4 o 5 km attorno all'alveare.
Le api bottinatrici, di ritorno all'alveare, segnalano alle compagne la posizione del bottino con una danza. Se il cibo è stato trovato in un raggio di 80 metri dall'alveare, l'ape esegue una danza circolare, che non dà altra informazione che la presenza di cibo nei dintorni; solo l'odore che emana dalla danzatrice darà alle sue compagne un'indicazione sulla specie di fiori che dovranno visitare. Se però i fiori che hanno fornito il nettare e il polline si trovano a distanza maggiore, allora l'ape esegue una danza più complicata: essa descrive un doppio cerchio a forma di 8, ed ogni volta che ripassa dall'intersezione dell'8 agita rapidamente l'addome.
Questa danza dà diverse informazioni: la distanza del bottino è espressa dalla frequenza della danza; infatti più esso è lontano, minore è il numero dei cicli completi descritti dall'insetto in un determinato tempo.
La direzione del bottino è indicata con riferimento alla posizione del sole in quel momento; ma poiché la danza si svolge sul favo che è verticale, mentre il bottino va ricercato in un piano orizzontale, così le api trasferiscono, nel loro linguaggio, le direzioni di un piano verticale, secondo la regola che lo zenith simboleggia la posizione del sole. Perciò se l'ape, nel momento in cui giunta all'intersezione dell'8, scodinzola, ha il capo rivolto verso l'alto, ciò significa che il bottino va ricercato in direzione del sole; se quando scodinzola è rivolta verso il basso, il bottino sarà in direzione opposta al sole; se è diretta a 60° a sinistra dello zenith, la fonte del cibo si troverà 60° a sinistra del sole.
La durata e la vivacità della danza forniscono indicazioni sulla qualità del cibo trovato.

L'accoppiamento avviene in volo. La regina vergine, dopo 5-6 giorni dallo sfarfallamento, esce per il volo nuziale, gira intorno all'alveare e si dirige verso l'alto seguita da uno stuolo di maschi. Dopo l'accoppiamento regina e fuco cadono in terra e la regina, liberatasi del corpo inerte del maschio, morto durante l'atto coniugale, ritorna all'alveare dove con l'aiuto delle operaie si libera dell'armatura genitale maschile, che tratteneva ancora nell'addome.
Qualche giorno dopo comincia a deporre le uova; la deposizione è più abbondante quando il raccolto è ricco e la temperatura favorevole, pertanto raggiunge un massimo in primavera ed in estate (fino a 3.000 uova), decresce in autunno e cessa nei mesi invernali, fatta eccezione per le località a clima temperato.
La regina inizia la deposizione nei favi più caldi e riparati del nido; introduce nella cella l'estremità dell'addome e vi lascia cadere un solo uovo. Incomincia generalmente nel centro del favo e prosegue la deposizione compiendo giri concentrici.
Il maggior numero delle celle sono delle operaie; soltanto in primavera, ed eccezionalmente in altri periodi dell'anno, compaiono i maschi e vengono costruite le celle reali; queste ultime predispongono la sciamatura.
Dalle piccole celle esagonali nascono le operaie; dalle grandi, sempre esagonali, schiudono i maschi, mentre nelle grosse celle del favo a forma di ghianda, le regine.
Dall'uovo, dopo tre giorni, schiude la larva; quando la larva ha raggiunto il suo pieno sviluppo, fodera la propria cella e la chiude con un involucro di seta e successivamente si trasforma in pupa.
Nel frattempo le operaie hanno chiuso la cella con un opercolo di cera che è leggermente convesso nelle celle delle operaie, molto convesso in quelle dei fuchi e nelle celle reali.
Al momento della schiusa, la giovane ape pratica una fenditura nell'opercolo e lo solleva per uscire. Le uova sono tutte identiche, sebbene quelle che daranno origine ai maschi non siano state fecondate. Le larve vengono nutrite per tre giorni con la pappa reale, in seguito il regime alimentare cambia a seconda del destino delle larve: le reali ricevono ancora pappa reale, mentre le altre ricevono miele e polline. La durata della vita larvale è di 24 giorni per i maschi, di 21 per le operaie e di 15 o 16 per le regine.
Quando le operaie sono pronte per sciamare si riempiono di miele e propoli ed aspettano che la regina prenda il volo per seguirla. Il nuovo alveare è di solito nelle vicinanze del vecchio.
Prima partono delle api esploratrici, che dopo aver trovato un posto adeguato tornano a chiamare le altre e compiono una danza identica a quella delle api bottinatrici; all'inizio le diverse esploratrici propongono vari luoghi ma solo quando tutte le danze sono concordi si parte e si fonda il nuovo alveare.

Le api sono provviste di un pungiglione formato da tre elementi: uno stiletto e da due lancette. Lo stiletto è provvisto di dentelli ricurvi che fanno in modo che l'animale non è più in grado di ritrarlo, una volta che l'ape usa il pungiglione è quindi destinata alla morte.
Le api hanno dei nemici, tra questi troviamo la varroa (Varroa jacobsoni) che è un acaro che si attacca sia alle larve che agli adulti e ne succhia i liquidi interni. Molto spesso si insinua nelle celle e ne uccide gli occupanti prima che nascono.
La maggior parte delle volte un alveare attaccato dalla varroa è destinato alla morte; gli allevatori se un alveare è infestato lo bruciano per evitare che il contagio si estenda ad altri alveari. È obbligatorio denunciare la presenza di quest'acaro negli alveari.
Le api producono diversi prodotti: il miele, la propoli, la pappa reale, la cera.
Il miele trae la sua origine dal nettare dei fiori. Subito dopo la suzione, già durante il viaggio di ritorno, la bottinatrice all'interno della sua borsa melaria (una specie di pre-stomaco) inizia la trasformazione in miele mediante l'aggiunta di enzimi da parte dell'apparato digerente. Il miele viene poi immagazzinato in apposite celle con opercolo. È costituito per 80% di zuccheri: soprattutto fruttosio e glucosio; le altre sostanze presenti sono sali minerali, alcoli, eteri, aldeidi, vitamine ed enzimi. Un chilogrammo di miele fornisce 3.200 calorie.
La propoli viene raccolta sulle gemme e sulla corteccia delle piante, portata all'interno dell'alveare ed elaborata. Alcune delle piante da cui viene raccolta la propoli sono: il pioppo, la betulla, l'ontano, l'abete rosso, il pino. Questa sostanza resinosa viene raccolta nelle ore più calde della giornata e portata all'interno dell'alveare ed utilizzata per le sue proprietà antisettiche.
Con questa sostanza si costruiscono barriere, si otturano delle fessure e si rivestono le pareti interne delle celle e dell'alveare; si usa anche per imbalsamare gli animali di grossa taglia che una volta uccisi a causa delle dimensioni e del peso rimangono nell'alveare.
L'uomo usa la propoli come antisettico de cavo orale.
La pappa reale è il prodotto delle ghiandole sopracerebrali nelle api operaie. È l'unico alimento delle api regine e per tutte le larve per i primi tre giorni di vita.
Un alveare ne produce per la commercializzazione poche decine di grammi l'anno. Contiene alte percentuali di zuccheri, proteine e grassi, ma è ricchissimo di vitamina B5, che stimola le funzioni cellulari per questo motivo viene usata come ricostituente.
La cera viene secreta da delle ghiandole delle operaie. È una sostanza grassa che viene emessa sotto forma di goccioline che poi si rapprendono in scaglie sul corpo. Prima di essere usata viene manipolata con le mandibole addizionandola con polline e propoli; serve per la costruzione dell'alveare.
Esistono molti tipi di miele ed ognuno possiede le caratteristiche del fiore da cui deriva e della zona di produzione. I mieli più famosi sono quelli d'acacia (biondo chiaro, liquido), di castagno (rossastro scuro, semiliquido, dall'alto valore nutritivo), d'arancio e di agrumi (molto chiaro, cristallizza velocemente), di tiglio (giallo chiaro, semisolido


Tipi e morfologia

Esistono quattro speceie di Api, l'Apis cerana, l'Apis florea, l'Apis dorsata, e l'Apis mellifica.
L'Ape cerana è diffusa in Cina, Giappone, India, in Siberia, e in Afghanistan. Vive in colonie poco popolose, e vengono normalmente allevate.
L'Ape dorsata o ape gigante dell'India, la posssiamo trovare nel Sud-Est asiatico fino alle Filippine. Costruisce il favo all'aperto, non è un ape domestica.
L'Ape florea è distribuita dove l'ape dorsata, con la differenza che è un ape di piccole dimensioni.
L'Ape mellifica è la più diffusa, e la possiamo trovare in Europa, Africa, Asia Occidentale, Americhe, Australia e Nuova Zelanda.Il corpo dell'ape adulta è composta dalla testa, il torace e l'addome.
Le api possono essere operaie, fuchi, o regina riconoscibili dal corpo più grande.
La testa dell'ape è triangolare, agli angoli superiori si trovano gli occhi, che le consentono di raggiungere i 360° di visuale. Le antenne sono di forma cilindrica, sono portate ripiegate, e servono come ricettori, per questo vengono frequentemente ripulite dal pulviscolo atmosferico. La ligula è quella proboscide, che inserisce nei fiori per aspirare il nettare. Il torace è ricoperto di peli, le zampe anteriori sono più corte e vengono usate per pulire le antenne dal polline, le zampe medie, sono più robuste e nella tibia si trova uno sperone che serve all'ape a staccare il polline.
Le zampe posteriori presentano all'esterno della tibia una concavità detta cestella, che usano come deposito temporaneo durante la raccolta del polline.
Le ali sono costituite da due sottili lamine, sovrapposte e ravvicinate, quelle posteriori sono più piccole delle anteriori.
L'addome è costituito da più segmenti o anelli, la cera viene prodotta solo dalle operaie tra il decimo e diciottesimo giorno di vita. L'ultimo anello dell'addome, a eccezione del fuco, è provvisto di pungiglione velenifero.
Quando la punta del pungilione, riamane conficcato nel corpo della vittima, l'ape tenta di estrarlo ma nello sforzo il suo addome si strappa, e in breve tempo muore.

Il ciclo vitale dell'ape
L'ape è un animale che si riproduce per partenogesi e lo fa con un ciclo vitale molto particolare. La regina depone le uova che verranno allevate dalle api operaie ma tali uova non sono tutte fecondate. La regina infatti si accoppia con l'ape maschio, il fuco, e grazie ad una particolare anatomia, può decidere quali ovuli fecondare e quali no. Gi ovuli fecondati si trasformano in femmine e gli ovuli non fecondati si trasformano in fuchi. Tra le femmine, mediante un meccanismo particolare di nutrimento, viene definita un'ape regina diploide che avrà il compito di riprodursi.
Questo sistema che prevede la nascita di maschi o femmine a seconda dello stato di fecondazione degli ovuli prende il nome di partenogesi aplodiploide.

La riproduzione aplodiploide delle api:
Ape operaia: Diploide, non depone uova. L'ape operaia deriva da un ovulo fecondato ma non nutrito con la pappa reale.
Ape regina: Diploide, depone le uova. L'ape regina deriva da un ovulo fecondato e nutrito, dalle operaie, con la pappa reale.
Fuco: Aploide, si riproduce fecondando la regina. Il fuco è un ape che deriva dall'ovulo deposto dalla regina senza essere stato fecondato.