COMO QUIERES QUE TE QUIERA
COMO QUIERES, SI NO ESTAS AQUI'
COMO QUIERES QUE TE QUIERA
SI NO TE DAS A MI
SUBIRE' MONTAÑAS
Y AL RIO LLORARE'
Y MI CORAZON ME GRITA
ME APRISIONA SIN QUERER
RIT
COMO QUIERES QUE TE QUIERA
SI NO TE TENGO AQUI'
COMO QUIERES QUE TE QUIERA
TAN LEJOS YA DE MI
COMO QUIERES QUE TE QUIERA
SI NO TE DAS A MI
COMO QUIERES QUE TE QUIERA
SI SE' QUE TE PERDI'
SOÑARE' QUE EL VIENTO
ME LLEVA A DONDE ESTES
Y QUE EL TIEMPO GRITA
MI APRISIONA SIN QUERER
YO VIVIERE'
CANTANDO A LAS ESTRELLAS
POR EL DIA AQUEL
YO SOÑARE'
QUE LA VIDA ME ENTREGA
LO QUE TUVE AYER
RIT
COMO QUIERES QUE TE QUIERA
SI NO TE TENGO AQUI'
COMO QUIERES QUE TE QUIERA
TAN LEJOS YA DE MI
COMO QUIERES QUE TE QUIERA
SI NO TE DAS A MI
COMO QUIERES QUE TE QUIERA
SI SE' QUE TE PERDI'
Y MI CORAZON ME GRITA
ME APRISIONA SIN QUERER
Y MI CORAZON ME GRITA
ME APRISIONA SIN QUERER
YO VIVRE'
CANTANDO A LAS ESTRELLAS
POR EL DIA AQUEL
YO SOÑARE'
QUE LA VIDA ME ENTREGA
LO QUE TUVE AYER
RIT
COMO QUIERES QUE TE QUIERA
SI NO TE TENGO AQUI'
COMO QUIERES QUE TE QUIERA
TAN LEJOS YA DE MI
COMO QUIERES QUE TE QUIERA
SI NO TE DAS A MI
COMO QUIERES QUE TE QUIERA
SI SE' QUE TE PERDI'
COME VUOI CHE IO TI AMI
COME VUOI CHE TI AMI
COME LO VUOI, SE NON SEI QUI
COME VUOI CHE TI AMI
SE NON TI CONCEDI A ME
SCALERO' MONTAGNE
E PIANGERO' AL FIUME
E IL MIO CUORE MI GRIDA
MI IMPROGIONA SENZA AMORE
RIT.
COME VUOI CHE TI AMI
SE NON TI HO QUI
COME VUOI CHE TI AMI
GIA' COSI' LONTANO DA ME
COME VUOI CHE TI AMI
SE NON TI CONCEDI A ME
COME VUOI CHE TI AMI
SE SO DI AVERTI PERSO
SOGNERO' CHE IL VENTO
MI PORTA DOVE SEI TU
E CHE IL TEMPO GRIDA
MI IMPRIGIONA SENZA AMORE
IO VIVRO'
CANTANDO ALLE STELLE
DI QUEL GIORNO
IO SOGNERO'
CHE LA VITA MI DEDICA
QUELLO CHE HO AVUTO IERI
RIT.
COME VUOI CHE TI AMI
SE NON TI HO QUI
COME VUOI CHE TI AMI
GIA' COSI' LONTANO DA ME
COME VUOI CHE TI AMI
SE NON TI CONCEDI A ME
COME VUOI CHE TI AMI
SE SO DI AVERTI PERSO
E IL MIO CUORE GRIDA
MI IMPRIGIONA SENZA AMORE
E IL MIO CUORE GRIDA
MI IMPRIGIONA SENZA AMORE
IO VIVRO'
CANTANDO ALLE STELLE
DI QUEL GIORNO
IO SOGNERO'
CHE LA VITA MI DEDICA
QUELLO CHE HO AVUTO IERI
RIT.
COME VUOI CHE TI AMI
SE NON TI HO QUI
COME VUOI CHE TI AMI
GIA' COSI' LONTANO DA ME
COME VUOI CHE TI AMI
SE NON TI CONCEDI A ME
COME VUOI CHE TI AMI
SE SO DI AVERTI PERSO
BENVENUTI!
Benvenuti nel mio blog!
E' mio grande piacere, con questo spazio, mettere a disposizione di tutti ciò che più amo: POESIA, MUSICA, SPORT, MEDICINA, PSICOLOGIA, SAGGEZZA POPOLARE e tanto altro.
Cari saluti!
Chiara Inesia
E' mio grande piacere, con questo spazio, mettere a disposizione di tutti ciò che più amo: POESIA, MUSICA, SPORT, MEDICINA, PSICOLOGIA, SAGGEZZA POPOLARE e tanto altro.
Cari saluti!
Chiara Inesia
martedì 22 aprile 2008
LA FENICE
La Fenice, spesso nota anche con l'epiteto di Araba Fenice, era un uccello mitologico noto per il fatto di rinascere dalle proprie ceneri dopo la morte. Gli antichi egizi furono i primi a parlare del Bennu, che poi nelle leggende greche divenne la Fenice. Uccello sacro favoloso, aveva l'aspetto di un'aquila reale e il piumaggio dal colore splendido, il collo color d'oro, rosse le piume del corpo e azzurra la coda con penne rosee, ali in parte d'oro e in parte di porpora, un lungo becco affusolato, lunghe zampe e due lunghe piume — una rosa e una azzurra — che le scivolano morbidamente giù dal capo (o erette sulla sommità del capo). In Egitto era solitamente raffigurata incoronata con l'Atef o con l'emblema del disco solare.Associazione con animali reali
Molti storici si domandano se sia esistita la fenice, facendo riferimento alle opere dei poeti romani, considerandola nulla di più di un prodotto della fantasia dei seguaci del Dio-Sole. Alcuni, tuttavia, credono che il mito possa essere basato sull'esistenza di un vero uccello che viveva nella regione allora governata dagli Assiri.
Gli antichi la identificavano col fagiano dorato, tanto che un imperatore romano si vantò di averne catturato uno.
Nella Bibbia, con l'ibis o col pavone; altri, con l'airone rosato o l'airone cinereo (Arda cinerea) — basandosi sull'abitudine degli antichi egizi di festeggiare il ritorno del primo airone cinereo sopra il salice sacro di Heliopolis, considerato evento di buon auspicio, di gioia e di speranza.
Il volatile più idoneo a rappresentarla è la Garzetta: una specie di uccello affine all'airone, di cui numerosi esemplari vennero sterminati solo poiché i loro ciuffi costituivano le "aigrettes" usate per confezionare i pennacchi coi quali si adornavano le dive. Come l'airone che spiccava il volo sembrava mimare il sorgere del sole dall'acqua, la Fenice venne associata col sole e rappresentava il BA ("l'anima") del dio del sole Ra , di cui era l'emblema — tanto che nel tardo periodo il geroglifico del Bennu veniva impiegato per rappresentare direttamente Ra.
Quale simbolo del sole che sorge e tramonta, la Fenice presiedeva al giubileo regale. Ed essendo colei che ri-sorge per prima, venne associata al pianeta Venere — che appunto veniva chiamato "la stella della nave del Bennu-Asar", e menzionata quale Stella del Mattino nell'invocazione:
«Io sono il Bennu, l'anima di Ra, la guida degli Dei nel Duat [l'oltretomba]. Che mi sia concesso entrare come un falco, ch'io possa procedere come il Bennu, la Stella del Mattino.»
E come l'airone, che s'ergeva solitario sulla sommità delle piccole isole di roccia che sbucavano dall'acqua dopo la periodica inondazione del Nilo che ogni anno fecondava la terra col suo limo, il ritorno della Fenice annunciava un nuovo periodo di ricchezza e fertilità. Non a caso era considerata la manifestazione dell'Osiride risorto, e veniva spesso raffigurata appollaiata sul Salice, albero sacro ad Osiride. Per questa stessa ragione venne riconosciuta quale personificazione della forza vitale, e — come narra il mito della creazione — fu la prima forma di vita ad apparire sulla collina primordiale che all'origine dei tempi sorse dal caos acquatico.
Si dice infatti che il Bennu abbia creato sé stesso dal fuoco che ardeva sulla sommità del sacro salice di Heliopolis. Proprio come il sole, che è sempre lo stesso e risorge solo dopo che il sole "precedente" è tramontato, di Fenice ne esisteva sempre un unico esemplare per volta. Da qui l'appellativo "semper eadem": sempre la medesima.
Era sempre un maschio, e viveva in prossimità di una sorgente d'acqua fresca all'interno di una piccola oasi nel deserto d'Arabia, un luogo appartato, nascosto ed introvabile. Ogni mattina all'alba faceva il bagno nell'acqua e cantava una canzone così meravigliosa che il dio del sole arrestava la sua barca (o il suo carro, nella mitologia greca) per ascoltarla.
Talvolta visitava Heliopolis (la città del sole, di cui era l'uccello sacro), e si posava sulla pietra ben-ben: l'obelisco all'interno del santuario della città (nota originariamente col nome di "Innu", che significa "la città dell'obelisco", da cui il nome biblico On).
La morte e resurrezione
Dopo aver vissuto per 500 anni (secondo altri 540, 900, 1000, 1461/ 1468, o addirittura 12954/ 12994), la Fenice sentiva sopraggiungere la sua morte, si ritirava in un luogo appartato e costruiva un nido sulla cima di una quercia o di una palma.
Qui accatastava ramoscelli di mirto, incenso, sandalo, legno di cedro, cannella, spigonardo, mirra e le più pregiate piante balsamiche, con le quali intrecciava un nido a forma di uovo — grande quanto era in grado di trasportarlo (cosa che stabiliva per prove ed errori). Infine vi si adagiava, lasciava che i raggi del sole l'incendiassero, e si lasciava consumare dalle sue stesse fiamme mentre cantava una canzone di rara bellezza.
Per via della cannella e della mirra che bruciano, la morte di una fenice è spesso accompagnata da un gradevole profumo. Dal cumulo di cenere emergeva poi una piccola larva (o un uovo), che i raggi solari facevano crescere rapidamente fino a trasformarla nella nuova Fenice nell'arco di tre giorni (Plinio semplifica dicendo "entro la fine del giorno"), dopodiché la nuova Fenice, giovane e potente, volava ad Heliopolis e si posava sopra l'albero sacro,
«cantando così divinamente da incantare lo stesso Ra»
- peraltro si dice anche che dalla gola della Fenice giunse il soffio della vita (il Suono divino, la Musica) che animò il dio Shu.
Ma nella antica tradizione riportata da Erodoto, la fenice risorge ogni 500 anni, come riportato da Cheremone, filosofo stoico iniziato ai misteri egizi che parla di un
La storia
Storicamente parlando, viene menzionata per la prima volta in un libro nell'esodo (VIII secolo AC). Uno dei primi resoconti dettagliati ce lo fa lo storico greco Erodoto circa due secoli dopo:
«Un altro uccello sacro era la Fenice. Non l'ho mai vista coi miei occhi, se non in un dipinto, poiché è molto rara e visita questo paese (così dicono ad Heliopolis) soltanto a intervalli di 500 anni: accompagnata da un volo di tortore, giunge dall'Arabia in occasione della morte del suo genitore, portando con sé i resti del corpo del padre imbalsamati in un uovo di mirra, per depositarlo sull'altare del dio del Sole e bruciarli. Parte del suo piumaggio è color oro brillante, e parte rosso-regale (il cremisi: un rosso acceso). E per forma e dimensioni assomiglia più o meno ad un'aquila.»
Proprio a questo resoconto di Erodoto, dobbiamo l'erronea denominazione di "Araba Fenice". Ovidio, nelle Metamorfosi, ci narra della fenice, uccello che giunto alla veneranda età di 500 anni, termine ultimo della vita concessagli, depone le sua membra in un nido di incenso e cannella costruito in cima ad una palma o a una una quercia, e spira. Dal suo corpo nasce poi un'altra fenice che, divenuta adulta, trasportò il nido nel tempio di Iperione, il Titano padre del dio Sole..
Ovidio dice: «... si ciba non di frutta o di fiori, ma di incenso e resine odorose. Dopo aver vissuto 500 anni, con le fronde di una quercia si costruisce un nido sulla sommità di una palma, ci ammonticchia cannella, spigonardo e mirra, e ci s'abbandona sopra, morendo, esalando il suo ultimo respiro fra gli aromi. Dal corpo del genitore esce una giovane Fenice, destinata a vivere tanto a lungo quanto il suo predecessore. Una volta cresciuta e divenuta abbastanza forte, solleva dall'albero il nido (la sua propria culla, ed il sepolcro del genitore), e lo porta alla città di Heliopolis in Egitto, dove lo deposita nel tempio del Sole.»
Eliopoli, dove i sacerdoti di Ra conservavano gli archivi dei tempi passati. In quest'ottica, la Fenice era il nuovo profeta/messia che "distruggeva" gli antichi testi sacri per far risorgere una nuova Religione dai resti della precedente.
Tacito arricchisce la storia, scrivendo che la giovane fenice solleva il corpo del proprio genitore morto fino a farlo bruciare nell'altare del Sole. Altri scrittori descrivono come la fenice morta si trasformi in un uovo, prima di essere portata verso il Sole.
Il Fisiologo, primo bestiario cristiano, cita il favoloso uccello:
C'è un altro volatile che è detto fenice.
Nostro Signore Gesù Cristo ha le sua figura, e dice nel Vangelo:
«Posso deporre la mia anima, per poi riprenderla una seconda volta».
Per queste parole i Giudei si erano scandalizzati e volevano lapidarlo. C'è dunque un uccello, che vive in alcune zone dell'India, detto fenice. Di lui il Fisiologo ha detto che, trascorsi cinquecento anni della sua vita, si dirige verso gli alberi del Libano, e si profuma nuovamente entrambe le ali con diversi aromi. Con alcuni segni si annuncia al sacerdote di Eliopoli nel mese nuovo, Nisan o Adar, cioè nel mese di Famenòth, o di Farmuthì. Dopo che il sacerdote ha avvertito questo segnale, entra e carica l'altare di sarmenti di legno.
Quindi il volatile arriva, entra nella città di Eliopoli, pieno di tutti gli aromi che sprigionano entrambe le sue ali; ed immediatamente vedendo la composizione di sarmenti che è stata fatta sull'altare, si alza e, circondandosi di profumi, un fuoco si accende da solo e da solo si consuma. Poi, un altro giorno, giunse un sacerdote e, dopo aver bruciato la legna che aveva collocato sopra l'altare, trovò qui, osservando, un modesto vermicello, che emanava un buonissimo odore. Poi, al secondo giorno, trovò un uccellino raffigurato. Il terzo il sacerdote tornò a vedere e notò che l'uccellino era divenuto un uccello fenice. Una volta salutato il sacerdote, volò via e si diresse al suo luogo antico. Se invero questo uccello ha il potere di morire e di nuovo di rivivere, nel modo in cui gli uomini stolti si adirano per la parola di Dio, tu hai il potere come vero uomo e vero figlio di Dio, hai il potere di morire e di rivivere. Dunque come ho detto prima, l'uccello prende l'aspetto del nostro Salvatore, che scendendo dal cielo, riempì le sue ali dei dolcissimi odori del Nuovo e dell'Antico Testamento, come egli stesso disse: «Non sono venuto ad eliminare la legge, ma ad adempierla». E di nuovo: «Così sarà ogni scrittore dotto nel regno dei cieli, offrendo rose nuove ed antiche dal suo tesoro»
La lunga vita della Fenice e la sua così drammatica rinascita dalle proprie ceneri, ne fecero il simbolo della rinascita spirituale, nonché del compimento della Trasmutazione Alchemica — processo Misterico equivalente alla rigenerazione umana ("Fenice" era il nome dato dagli alchimisti alla pietra filosofale).
Già simbolo della Sapienza divina (cfr. Giobbe 38 verso 36), intorno al IV secolo d.C. venne identificata con Cristo presumibilmente per via del fatto che tornava a manifestarsi 3 giorni dopo la morte, e come tale venne adottata quale simbolo paleocristiano di immortalità, resurrezione e vita dopo la morte.
Dante Alighieri così descrive la Fenice:
che la fenice more e poi rinasce,
quando al cinquecentesimo appressa
erba né biada in sua vita non pasce,
ma sol d'incenso lacrima e d'amomo,
e nardo e mirra son l'ultime fasce.
(Inferno XXIV, 107-111)
Al giorno d'oggi sopravvive il modo di dire "essere una fenice", per indicare qualcosa di cui non si conosce l'uguale, introvabile, un esemplare unico e soprattutto inafferrabile, secondo il ben noto detto di Metastasio ("Demetrio", atto II, scena III):
«Come l'araba Fenice, che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa».
Tale espressione venne ripresa pari pari da Lorenzo Da Ponte nel libretto di Così fan tutte musicato da Mozart, per affermare l'impossibilità di trovare la fedeltà nelle donne:
«È la fede delle femmine come l'araba Fenice, che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa».
Astronomia
La Fenice (abbreviazione: Phe) è anche una costellazione dell'Emisfero Sud, vicino a Tucana (il Tucano) e Sculptor. Fu così chiamata da Johann Bayer nel 1603, ed è costituita da 11 stelle. Assai curiosamente, questa costellazione è universalmente stata riconosciuta come uccello, ed è stata chiamata Grifone, Aquila, Giovane Struzzo (dagli arabi) e Uccello di Fuoco (dai cinesi).
La fenice nel mondo
Vi sono controparti della Fenice in praticamente tutte le culture: sumera, assira, inca, azteca, russa (l'uccello di fuoco), quella dei nativi americani (Yel), e in particolare nella mitologia cinese (Feng), indù e buddista (Garuda), giapponese (Ho-oo o Karura), ed ebraica (Milcham):
In Cina
«Un uccello mitologico, che non muore mai, la fenice vola lontano, avanti a noi, osservando con occhi acuti il paesaggio circostante e lo spazio distante. Rappresenta la nostra capacità visiva, di raccogliere informazioni sensorie sull'ambiente che ci circonda e sugli eventi che si dipanano al suo interno. La fenice, con la sua bellezza assoluta, crea un'incredibile esaltazione unita al sogno dell'immortalità».
The Feng Shui Handbook, feng shui Master Lam Kam Chuen
I cinesi hanno un gruppo di quattro creature magiche (detti "I quattro Spiritualmente-dotàti") che presiedono i destini della Cina, e rappresentano le forze primordiali degli animali piumati, corazzati, pelosi e con squame. Questi quattro animali sacri sono: Bai Hu (la tigre) o Ki-Lin (l'unicorno) per l'Ovest; Gui Xian (la tartaruga o il serpente) per il Nord; Long (il drago) per l'Est; e, per il Sud, Feng (la Fenice) — detto anche Fêng-Huang, Fung-hwang o Fum-hwang.
Rappresentava il potere e la prosperità, ed era un attributo esclusivo dell'imperatore e dell'imperatrice, che erano gli unici in tutta la Cina ad essere autorizzati a portare il simbolo del Feng. Era la personificazione delle forze primordiali dei Cieli, e talvolta veniva rappresentata con la testa e la cresta di fagiano e la coda di pavone (ma siccome i cinesi desideravano dare al Feng i più begli attributi di tutti gli animali, lo raffiguravano con la fronte della gru, il becco dell'uccello selvatico, la gola della rondine, il collo del serpente, il guscio della testuggine, le strisce del drago e la coda di un pesce).
Nel becco portava due pergamene o una scatola quadrata che conteneva i Testi Sacri, e recava iscritte nel corpo le Cinque Virtù Cardinali. Si dice inoltre che la sua canzone contenesse le cinque note della scala musicale cinese, e che la sua coda includesse i cinque colori fondamentali (blu, rosso, giallo, bianco e nero), e che il suo corpo fosse una mistura dei sei corpi celesti (la testa simboleggiava il cielo; gli occhi, il sole; la schiena, la luna; le ali, il vento; i piedi, la terra; e la coda, i pianeti).
Il Feng viene a volte dipinto con una sfera di fuoco che rappresenta il sole, ed è chiamato "l'uccello scarlatto": l'imperatore di tutti gli uccelli. Nato dal fuoco nella "Collina del Falò del Sole", vive nel Regno dei Saggi, che sta ad Est della Cina. Beve acqua purissima e si ciba di bambù. Ogni volta che canta, tutti i galli del mondo l'accompagnano nella sua canzone di cinque note. Appare soltanto in tempi di pace e prosperità, e scompare nei tempi bui. Diversamente dal Benu, il Feng può essere maschio o femmina, e vivere in coppia — coppia che rappresenta la felicità della coppia di sposi. Al concepimento, è il Feng a consegnare l'anima del nascituro nel grembo della madre.
In India
Nella cultura induista e buddista, la Fenice si chiama Garuda.
Ha ali e becco d'aquila, un corpo umano, la faccia bianca, ali scarlatte e un corpo d'oro. È uno dei supremi veggenti d'infinita coscienza. Narra la leggenda indù che Kadru, madre di tutti i serpenti, combatté con la madre di Garuda, imprigionandola. Garuda andò quindi a recuperare del Soma, che lo rese immortale, per liberare sua madre da Kadru. Viṣṇu, colpito da ciò, lo scelse come avatar (l'incarnazione terrestre) o destriero. Comunque, Garuda mantenne un grande odio verso i Naga (la famiglia dei serpenti e dei draghi), e ne ammazzava uno al giorno per pranzo. Poi però un principe buddista gl'insegnò l'astinenza, e Garuda riportò in vita le ossa di molti dei serpenti che aveva ucciso.
In Giappone
In Giappone la Fenice figura col nome di Ho-ho o Karura (storpiatura del nome sanscrito Garuda): è un'enorme aquila sputa fuoco dalle piume dorate e gemme magiche che ne coronano la testa, ed annuncia l'arrivo di una nuova era.
Fra gli ebrei e i cristiani
Nelle leggende ebraiche, la Fenice viene chiamata Milcham. Dopo che Eva mangiò il frutto proibito, divenne gelosa dell'immortalità e della purezza delle altre creature del Giardino dell'Eden — così convinse tutti gli animali a mangiare a loro volta il frutto proibito, affinché seguissero la sua stessa sorte. Tutti gli animali cedettero, tranne la Fenice — che Dio ricompensò ponendola in una città fortificata dove avrebbe potuto vivere in pace per 1000 anni. Alla fine di ogni periodo di 1000 anni, l'uccello bruciava e risorgeva da un uovo che veniva trovato nelle sue ceneri.
La fenice è cantata da numerosi poeti classici, come Ovidio (Metamorfosi XV), che scrisse che ogni 500 anni essa si rigenerava istantaneamente dalla proprie ceneri, in un nido di piante aromatiche che essa stessa costruisce.
I padri della Chiesa accolsero la tradizione ebraica e fecero della fenice il simbolo della resurrezione della carne. La sua immagine ricorre frequentemente nell'iconografia delle catacombe.
Dante Alighieri la cita in una similitudine dell'Inferno (XXIV 106-115).
Paralleli con altre figure leggendarie
Quetzalcoatl, dio uccello (o serpente piumato) dell'America del Nord (Messico), aveva il dono di morire e risorgere; grande sovrano e portatore di civiltà. Da un'iscrizione Maya del 987 d.C.: «Arrivò Kukulkán, serpente piumato, a fondare un nuovo stato». I toltechi ne parlano come di un re-sacerdote di Tollan, che morì nello Yucatan, forse arso su un rogo (come la Fenice).
Wakonda, uccello del tuono degli indiani Dakota. Per i Sioux, "grande potere superiore", fonte di potere e saggezza, divinità generosa che sostiene il mondo e illumina lo sciamano.
Si dice inoltre
... che la Fenice, dal momento che si crea da sé, non può avere alcun Maestro.
... che, essendo un uccello unico (ne esiste soltanto una per volta), è un essere solitario.
... che è ancora più solitario per via del fatto che non si riproduce.
... che può vivere centinaia d'anni, ma sempre da sola, senza nessuno dei suoi simili.
... che, pur essendo lo scopo della sua vita quello di riportare la felicità sulla Terra, lei stessa ha dovuto rinunciare alla sua felicità personale e alla possibilità di amare, dal momento che una Fenice non può avere una compagna.
Altre curiosità
Quattro piramidi furono dedicate alla Fenice:
quella di Cheope, presso Giza, detta "dove il sole sorge e tramonta";
ad Abusir, Sahure, "splendente come lo spirito Fenice";
Neferikare, "dello spirito Fenice"
Reneferef, "divina come gli spiriti Fenice".
Una interessante spiegazione ornitologica per il mito della Fenice, è che alcuni grandi volatili sbattono le ali sul fuoco per uccidere i parassiti col fumo. La Fenice, nel suo aspetto distruttore, viene a liberare il mondo dal male — i parassiti, appunto — bruciandolo col Fuoco Spirituale.
La fenice nei fenomeni di massa
Una fenice di nome Fawkes (nella versione inglese originale, in italiano si chiama Fanny) appare nella saga di Harry Potter come animale leggendario che appartiene al preside della scuola di Hogwarts, Albus Silente. Si può ipotizzare che sia di sesso maschile (è indicata con il pronome maschile in inglese, mentre in italiano è neutra poiché non si fa riferimento a maschio o femmina). Nella saga fa riferimento ad altri poteri straordinari della fenice: è in grado di sollevare pesi immensi e le sue lacrime hanno potere curativo. Albus Silente sostiene che le fenici siano animali da compagnia estremamente fedeli. Nel secondo libro Fanny aiuta Harry nella Camera dei Segreti, dando il cappello magico all'eroe dal quale esce la spada di Godric Grifondoro . Inoltre guarisce con le lacrime Harry, quasi ucciso dal veleno del Basilisco. Inoltre nel sesto libro, "Il principe mezzosangue", Fanny se ne va per la morte di Silente.
Il Pokémon Ho-Oh è ispirato alla figura della fenice nella mitologia giapponese.
Nel manga&anime Saint Seiya (I Cavalieri dello Zodiaco nella versione italiana) uno dei protagonisti, Ikki (Phoenix nella versione italiana), indossa l'armatura della Fenice che, una volta distrutta, è in grado di ricomporsi da sola in pochi minuti, ogni volta più forte e resistente di prima (proprio come la fenice che risorge dalle proprie ceneri).
Nel manga&anime B't X, il B't Je T'aime (Tempest nella versione italiana) è ispirato alla fenice della mitologia cinese e, come quest'ultima, dopo la morte è in grado di rinascere ogni volta più potente di prima (pur essendo una macchina).
In videogiochi come Final Fantasy la Fenice è un essere il quale se invocato è in grado, attraverso le sue fiamme (che intanto danneggiano il nemico), di ridare vita ai personaggi e anche allo stesso invocatore. Le sue piume vengono appunto usate per resuscitarli dalla morte.
Nell'universo Marvel, con particolare riferimento alle avventure degli X-Men, Fenice è un'entità cosmica con un potere praticamente illimitato. Si è manifestata la prima volta possedendo il corpo di Jean Grey, e successivamente ha posseduto diversi altri personaggi. Nella miniserie Il canto di guerra di Fenice[1] è stata imprigionata apparentemente per sempre nel cuore adamantino delle Naiadi di Stepford.
Note
1. ^ X-Men: Phoenix Warsong nn. 1-5, novembre 2006-marzo 2007; prima ed. it. X-Men Deluxe nn. 150-151, Panini Comics, ottobre-novembre 2007
Bibliografia
Umberto Capotummino. L'occhio della Fenice - Sapienza e divinazione dall'antica Cina all'antico Egitto. Palermo, Sekhem, 2005. ISBN 88-902054-0-7
R. van Den Broek. The Myth of the Phoenix - According to Classical and Early Christian Traditions. E.J.Brill, Leiden, 1972.
Silvia Fabrizio-Costa (a cura di). La Fenice : mito e segno (simposio dell’università di Caen). Peter Lang, Bern, 2001. ISBN 3-906767-89-2
Françoise Lecocq. « Les sources égyptiennes du mythe du phénix », L’Egypte à Rome (simposio dell’università di Caen), éd. F. Lecocq, Cahiers de la Maison de la Recherche en Sciences Humaines, n° 41, Caen, 2005, ISSN 1250-6419 (p211-264).
Francesco Zambon, Alessandro Grossato. Il mito della fenice in Oriente e in Occidente. Venezia, Marsilio Editori, 2004. ISBN 88-317-8614-8
da http://it.wikipedia.org/wiki/Fenice
venerdì 18 aprile 2008
ACNE GIOVANILE
DOMANDA:
Cara Chiara, eccomi qui! A mio figlio che ha quasi 14 anni, e' venuta l'acne, la dermatologa pochi giorni fa gli ha prescritto alcuni prodotti che puntualmente gli hanno causato un arrossamento nel collo e nel petto. Il pediatra ha detto che e' una reazione allergica, mi viene da pensare, cavoli ma cosa c'e' in queste medicine? Comunque pensavo di sospenderli. In piu' ha anche tantissima forfora nei capelli, sembra pero' che lo shampoo che gli ha prescritto qualche cosina faccia. Che ne pensi?
Grazie mille
Elisabetta
RISPOSTA:
Ciao Elisabetta,
beh, il mio punto di visto è quello della medicina naturale, dunque direi che potresti rivolgerti ad un bravo omeopata.
L'acne è normale a quell'età, rappresenta la difficoltà di integrare il fuoco ormonale che si sveglia in quel periodo della vita, la sessualità, la passionalità, la difficoltà di esprimersi come si vorrebbe, ecc., è molto importante, a mio avviso non spegnerlo con i classici farmaci convenzionali, ma piuttosto favorire il processo con cure naturali che saranno in grado di aiutarlo ad integrare questa "forza" che ora non è in grado di gestire e domare.
Poi evidentemente lui è molto sensibile e a maggior ragione se certe sostanze chimiche non le tollera è sconsigliato, dal mio punto di vista, continuare su quel versante.
Indubbiamente sta anche vivendo una tensione affettiva in qualche modo, la reazione allergica ne è l'espressione, in particolare con la manifestazione sul petto.
La forfora anche questa potrebbe indicare la voglia e la fretta di cresce, di cambiare, di accelerare certi processi, consiglio anche in questo caso shampi naturali possibilmente, ma un bravo omeopata saprà come intervenire anche su questo aspetto, collegato in un certo senso al primo.
Cara Chiara, eccomi qui! A mio figlio che ha quasi 14 anni, e' venuta l'acne, la dermatologa pochi giorni fa gli ha prescritto alcuni prodotti che puntualmente gli hanno causato un arrossamento nel collo e nel petto. Il pediatra ha detto che e' una reazione allergica, mi viene da pensare, cavoli ma cosa c'e' in queste medicine? Comunque pensavo di sospenderli. In piu' ha anche tantissima forfora nei capelli, sembra pero' che lo shampoo che gli ha prescritto qualche cosina faccia. Che ne pensi?
Grazie mille
Elisabetta
RISPOSTA:
Ciao Elisabetta,
beh, il mio punto di visto è quello della medicina naturale, dunque direi che potresti rivolgerti ad un bravo omeopata.
L'acne è normale a quell'età, rappresenta la difficoltà di integrare il fuoco ormonale che si sveglia in quel periodo della vita, la sessualità, la passionalità, la difficoltà di esprimersi come si vorrebbe, ecc., è molto importante, a mio avviso non spegnerlo con i classici farmaci convenzionali, ma piuttosto favorire il processo con cure naturali che saranno in grado di aiutarlo ad integrare questa "forza" che ora non è in grado di gestire e domare.
Poi evidentemente lui è molto sensibile e a maggior ragione se certe sostanze chimiche non le tollera è sconsigliato, dal mio punto di vista, continuare su quel versante.
Indubbiamente sta anche vivendo una tensione affettiva in qualche modo, la reazione allergica ne è l'espressione, in particolare con la manifestazione sul petto.
La forfora anche questa potrebbe indicare la voglia e la fretta di cresce, di cambiare, di accelerare certi processi, consiglio anche in questo caso shampi naturali possibilmente, ma un bravo omeopata saprà come intervenire anche su questo aspetto, collegato in un certo senso al primo.
Cari saluti!
Questo è comunque sempre e solo il mio punto di vista, in questo momento.
Chiara Inesia
giovedì 17 aprile 2008
AMORE E COMPASSIONE
Dagli insegnamenti del Mercoledì di Lama Michel25 Maggio 2006
Le due principali scuole di pensiero Buddista la Hinayana e la Mahayana si differenziano sostanzialmente perché la prima mette al primo posto se stessi, mentre la seconda mette al primo posto gli altri.
Normalmente noi mettiamo sempre al primo posto noi stessi: questo per gli insegnamenti della scuola Mahayana è la principale fonte di sofferenza.
Per il buddismo è molto importante fare la propria esperienza, non aderire solo perché si è sentito dire, ma devo fare la mia esperienza.
Per la Mahayana decentralizzare se stessi e mettere al primo posto gli altri è la principale fonte di felicità.
Se noi mettiamo al primo posto gli altri, senza toglierci noi dal primo posto, anche questo è causa di sofferenza, perché si creano aspettative che verranno deluse. Ad esempio: “Ho fatto tutto questo e alla fine per me non ho niente?”
La maggior parte dei nostri atteggiamenti, se non tutti sono rivolti a conservare e a proteggere il nostro Io, è questo che ci fa soffrire.
Tutta la sofferenza che abbiamo è perché andiamo a ricercare la felicità per noi stessi.
Lottiamo e litighiamo per tante cose, ciò deriva dal fatto che non sappiamo cosa vogliamo; noi facciamo di tutto per la nostra felicità.
Ma spesso facciamo tante cose senza sapere veramente cosa sia queste felicità per cui siamo sempre a cercare qualcosa, ma siamo sempre persi perché non sappiamo bene cosa vogliamo e cerchiamo di qua e di là e non concludiamo niente.
Ecco perché è importante avere chiara la meta da raggiungere, cioè cosa vogliamo e che cosa è la felicità; questo obiettivo però non può essere troppo lontano da noi, ma non dobbiamo neanche essere troppo pessimisti.
Questo volere, questa felicità è in senso interiore e non esteriore.
La natura della nostra mente è la felicità, per questo noi cerchiamo sempre questa felicità e quando non la troviamo la cerchiamo in qualcos’altro, perché sappiamo che questa felicità può esistere.
Dal momento in cui noi abbiamo una meta, allora le nostre azioni vengono fatte in base a questa meta.
Per il Buddismo la meta è l’Illuminazione: vita interiore senza rabbia, gelosia, attaccamento, tristezza, ma una vita piena di amore, compassione, saggezza, equanimità…
Quando noi abbiamo la meta chiara per noi stessi, possiamo desiderare questa meta anche per gli altri; è molto difficile infatti sapere cosa vogliono gli altri se non sappiamo neppure cosa noi vogliamo.
Quando abbiamo chiara la meta: l’illuminazione e voglio la stessa cosa per gli altri allora quello che posso fare è svilupparmi interiormente e aiutare gli altri.
Questa è ciò che viene chiamata Boddicitta: “Possa io, tramite il mio sviluppo interiore aiutare tutti gli esseri viventi.”
Arrivato a questo punto non do più importanza alle piccole cose perché c’è qualcosa di più grande che viene prima.
Mettere prima gli altri di noi con saggezza, ci fa togliere la sofferenza legata a noi stessi per la rabbia, la gelosia, l’invidia, ecc.
Ma dobbiamo rispettare le nostre gambe, non possiamo fare passi troppo grandi, bensì piccoli passi per grandi risultati.
Una delle cose più difficili da sviluppare è il concetto di Amore, della compassione, del gioire della felicità dell’altro (= rigioire) e dell’equanimità.
Creare l’equanimità porta bene anche a noi stessi.
Se una persona mi fa qualcosa dovrei osservarla con cuore aperto e chiedermi: “Cosa ho fatto io per provocare in lei tutto questo? In che situazione si trova quella persona in questo momento?”.
E’ molto importante mettersi nei panni dell’altro e se facciamo ciò ci rendiamo conto che noi avremmo reagito allo stesso modo.
Dovrei mettermi con la mente aperta ad osservare l’altro e chiedermi come mai fa così e poi accettarlo senza giudicarlo e allora invece che rabbia proverò compassione.
Tante volte noi vediamo solo i difetti dell’altro e invece di avere compassione ci arrabbiamo, mentre dovremmo sempre cercare di avere compassione per l’altro.
La compassione è desiderare che l’altro sia libero dalla propria sofferenza.
Si può essere compassionevoli anche in modo duro, non per forza dolce, ma possiamo comunque accettare l’altro per come è e desiderare che si liberi dalla sua sofferenza, se facessimo così saremmo molto più sereni.
Sono i nostri atteggiamenti che ci fanno male.
Gioire per la felicità dell’altro è l’esatto contrario dell’invidia e della gelosia che ci fanno soffrire.
Ciò posso capirlo semplicemente rendendomi conto di cosa mi pesa di più: essere felice per la felicità dell’altro oppure essere geloso?
Queste sono attitudini che ci portano a stare meglio e se noi guadagniamo, guadagnano anche gli altri ci stanno vicino.
Rigioire vuol dire essere felici dal cuore della felicità dell’altro, è il migliore investimento che possiamo fare, perché genera karma positivo con noi stessi.
E’ importante capire quanto ho io di queste attitudini nella mia vita quotidiana e se queste mi fanno del bene o del male. Posso sempre cambiare il modo in cui mi relaziono alle cose.
Quando sono arrabbiato l’idea di non arrabbiarmi può sembrare una sconfitta, ma invece scegliere di non arrabbiarmi è una vera vittoria.
E se incomincio con le piccole cose, poi posso farlo anche con quelle più grosse.
Accettare ciò che mi succede non vuol dire essere passivo, ma trovare la soluzione. Quando c’è una violenza verso di me, prendo atto di come poter uscire da quella situazione, ma comunque dovrei cercare di non arrabbiarmi e provare compassione.
Posso trovare la soluzione giusta senza coinvolgimento emozionale con quella cosa, che non vuol dire scollegare le nostre azioni dalle nostre emozioni.
Per cambiare devo incominciare dalle piccole cose, in quelle grandi è difficile cambiare e quando poi creo l’abitudine nella cose piccole poi posso riuscirci anche per le cose grandi.
L’importante è avere chiarezza sul beneficio che ho da quello, per me e per gli altri.
Ci sono quattro passi per cambiare:
1) sentire = conoscere
2) comprendere = sperimentare
3) meditare = creare l’abitudine
4) realizzare
Se sento e sperimento che reagire in un modo va bene per me allora ci metto lo sforzo per creare l’abitudine, questo significa meditare.
Certamente non posso meditare su qualcosa su cui ho i dubbi, ma se io osservo, imparo e credo davvero in questa cosa, allora posso creare l’abitudine fino a che un giorno verrà in modo del tutto naturale.
Possiamo cambiare il mondo intorno a noi cambiando le nostre attitudini interiori.
RIFLESSIONI DI LAMA MICHEL
«Non è obbligatorio avere una guida spirituale, ognuno deve contare sulle proprie forze per imparare a indirizzare la mente verso un'attitudine positiva. Bisogna impegnarsi al massimo per smettere di provare rabbia, attaccamento, odio, ignoranza, paura e gelosia. Esistono migliaia di metodi per non provare più, ad esempio, la rabbia, ma se non abbiamo voglia di smettere sul serio d’arrabbiarci, nessuno di essi funzionerà.
Chi percorre un sentiero spirituale così come chi prende droghe, i ladri come i politici, gli scienziati come gli uomini d’affari, tutti gli esseri umani desiderano uscire dalla sofferenza ed essere felici. Tutti abbiamo la possibilità di vivere in pace con noi stessi e con gli altri, quello che ci manca per riuscirci sono il metodo e la saggezza.
Se nella mente sorge un forte desiderio di abbandonare la rabbia, la gelosia, l'attaccamento, quel desiderio rappresenta da se stesso il metodo. Se realizziamo che la felicità dipende soltanto da noi stessi e che le nostre azioni sortiscono sempre un effetto, troveremo la forza per fare sempre del nostro meglio ».
Insegnamenti tratti da Peace Times©
martedì 15 aprile 2008
FORZA EDUCATRICE
FORZA EDUCATRICE o FORZA DOMATRICE DEL GRANDE - Il Cielo C'ién dentro alla Montagna Chên
Spiegazione:
La composizione dell'esagramma esprime graficamente l'idea di freno (Chên) posto alla libertà creativa (C'ién), mentre la struttura, cioè il senso profondo del messaggio, vede un modellamento (Tc'iong) della energia vitale fin dal suo primo insorgere (Tcén).
E' il compito dell'educazione, quel lavoro che doma gli istinti e porta dalla violenza bruta alla forza cosciente.
Tà significa "grande, forte, eminente", Tc'iú (o Sciü perchè sono sinonimi almeno nelle linee generali del significato quanto, naturalmente, possono esserlo due ideogrammi in un lingua poverissima di significati precisi) significa "accumulare, nutrire, allevare, addomesticare, animale domestico, animale domato", così che il senso complessivo dell'ideogramma può essere dato dalla nostra espressione "forza educatrice" o "energia dominatrice", certo meno espressiva e molto imprecisa perchè astratta, mentre il vocabolo cinese vive della sua splendida concretezza. Le linee mutanti evidenzieranno la necessità di essere prudenti anche se si tratta di "animali domestici", cioè di situazioni in parte sconosciute, di persone estranee, vicine, forse, asservite come gli "animali domestici", ma pur sempre "altro da noi".
Chiosa di Wàng Wên al cua
Tempo di educare: vantaggiosa la forza morale, fortunato non dipendere dalla famiglia, utile attraversare un grande corso d'acqua.
La formula sapienziale è irta di allusioni perchè quello di Tà Tc'iú non è discorso facile, però è molto importante, e suggerisce un pensiero ripreso poi variamente dalle immagini e dalle linee mutanti. esagramma dell'attività energica e razionale (addomesticare animali, animali domestici, ecc.), Tc'iú invita, quando se ne presenti l'occasione, a guardare oltre il proprio limite quotidiano (non dipendere dalla famiglia), mentre il tempo è favorevole per allargare la visione delle cose, prendere decisioni (attraversare la grande acqua), perseverare fiduciosamente in ciò che è stato avviato. questo intenso lavoro è anche una ricerca di valori per la formazione del carattere.
Frangia di Confucio alla chiosa di Wên
Tà Tc'iú, fermezza energica, attività, perfetta aderenza alla realtà, splendore luminoso; ogni giorno si rinnova la forza interiore; la fermezza occupa una posizione suoperiore e tiene in considerazione la saggezza che può guidare l'attività con grande rettitudine. Felice il presagio di non mangiare in famiglia perchè si conserva la saggezza, vantaggioso attraversare un largo corso d'acqua perchè si risponde al Cielo.
A margine della chiosa il maestro annota poi
Cielo in mezzo alle montagne: forza dell'educare. Soltanto l'illuminato sa avvalersi della conoscenza del linguaggio delle azioni e del linguaggio del passato (perchè) in questo modo approfondisce il sapere.
Le montagne aspre e inamovibili sono illuminate da una chiarità azzurra che le ingentilisce e ne evidenzia la vegetazione, il profilo, la rude maestà: un'immagine poeticissima, ma con un bel preciso suggerimento per chi voglia andare al di là delle parole. per afferrare il senso profondo di questo suggerimento si devono ripercorrere le pagine dei filosofi e dei poeti cinesi che ripetutamente insistono sulla necessità di conoscere il passato per imparare a vivere il presente in modo civile, giusto e sereno. sono questi i particolari che fanno dell'I Ching un documento storico, oltre che un testo oracolare, perchè testimonia, non solo la saggezza di una civiltà plurimillenaria, ma anche la sensibilità, il costume, la fede di un popolo antico e grande come forse nessun altro al mondo.
Guardare al passato per vivere adeguatamente il presente è anche sapienza del futuro.
(da I:Ching, Elena Judica Cordiglia, Ed. Mediterranee)
Solo riconoscendo e addomesticando i nostri istinti, la nostra forza bruta, potremo trasformare le nostre "basse" pulsioni in grande potenza e forza cosciente al servizio del nostro più alto Sè, per la "realizzazione della nostra Anima", ovvero per realizzare la nostra Felicità.
I TRANSITI DI PLUTONE E L'OMBRA
di Chiara Inesia SampaolesiPlutone nella mitologia latina, (Ade per i greci) era padrone del regno dei morti, era il Dio degli Inferi.
Era lo sposo di Prosperina e aiutò i sue due fratelli Zeus e Nettuno a togliere l’autorità a loro padre, Saturno.
Quando si divisero il mondo, Zeus scelse come suo regno il cielo, Nettuno diventò Dio del mare e Plutone ebbe il mondo sotterraneo.
Plutone governava sulle ombre dei morti, era temibile per la sua natura fiera e inflessibile ma era anche ritenuto dispensatore dei beni nascosti nella terra.
Secondo la mitologia il regno degli Inferi era distinto in due luoghi separati: l'Elisio, luogo della ricompensa ultraterrena dei buoni e il Tartaro, dove venivano puniti i malvagi.
Solo più tardi nella concezione cristiana l’inferno viene visto come il luogo dove sono rilegati i peccatori e i ribelli a Dio, per subire i castighi dovuti alle loro colpe, visione che contribuisce tuttora, dal mio punto di vista, ad alimentare molta confusione e sofferenza sul concetto di bene e di male.
Da queste poche righe possiamo già comprendere tutto il profondissimo e meraviglioso senso di Plutone e di ciò che ci chiama a fare quando tocca i nostri pianeti, in particolare i nostri luminari, il Sole e la Luna.
Plutone governa le ombre, le ombre dei morti, i morti sono coloro che sono inconsapevoli e che non conoscono appunto le loro ombre, che non sono nient’altro che i propri lati più negativi, più bassi, definiti tali semplicemente perché in ombra, cioè non illuminati, non visti, non conosciuti, inconsapevoli e non “addomesticati”.
Il genere umano ha un storia ricca di guerre, di odi, di soprusi, di violenze che noi portiamo nella nostra memoria cellulare e ancor più energetica, cioè dell’anima, e non possiamo certo pensare che ciò che è stato il passato dei nostri avi, non sia ancora presente in noi.
Ma anche senza richiamare il passato prima di noi, ci basta pensare che infondo tutti noi, chi più chi meno ha delle tendenze aggressive, ha odio e rabbia represse, conseguenze di suprusi ed abusi subiti, perchè non siamo stati in grado di fare riconoscere il nostro valore, la nostra personalità, di affermarci nel mondo come avremmo voluto.
Plutone quando tocca la nostra Luna ci fa vedere tutte queste emozioni, ci fa toccare con mano ciò che mai avremmo creduto di noi, o per lo meno che la maggior parte di noi avrebbe mai creduto, perché abituati ad “essere buoni e bravi” avevamo pensato di cancellare e dimenticarci di certe emozioni così “basse”.
Non esiste l’alto senza il basso, non esiste il giorno senza la notte, così non esiste il bene senza il male.
Ma noi, essere coscienti e consapevoli, quando veniamo a conoscenza del male possiamo scegliere.
Non esiste l’alto senza il basso, non esiste il giorno senza la notte, così non esiste il bene senza il male.
Ma noi, essere coscienti e consapevoli, quando veniamo a conoscenza del male possiamo scegliere.
Il peccato originale ci ha dato la possibilità di conoscere il bene e il male, di questo dovremmo essere grati ad Adamo e ad Eva, ma Eva ha "peccato" perchè sapeva che il frutto era proibito e che non doveva mangiarlo, ma non ha resistito alla tentazione del serpente, rappresentate delle nostre pulsioni più basse e ha ceduto al "male", cioè l'istinto non consapevole.
La parola peccato infondo deriva dal latino peccus che vuol dire difettoso nel piede, il difetto nel piede conduce all’errore nel movimento deambulatorio, cioè ad un errore nel viaggio della vita, cioè ad una scelta verso una direzione errata.
Plutone ci chiede di riconoscere i nostri istinti, i nostri impulsi non domati, non addomesticati, per vederli, valutarli, accettarli e guidati poi dal buon senso e dalla ragione poterli trascendere e superare.
C’è una storia dei nativi americani molto saggia chiamata Due Lupi che dice:
Il nonno sta raccontando al nipote:
“Mi sento come se avessi due lupi che stanno lottando dentro di me. Il primo è pieno di rabbia, invidia e rancore, si sente cattivo e quando può, fa del male agli altri; il secondo invece è in armonia, felice e riesce ad amare e a fare del bene.“
Il nipote chiede: “Nonno, quale dei due vincerà?”
Il nonno gli risponde: “Quello che alimento.”
Ma solo quando avremo riconosciuto che in noi c’è anche “il lupo cattivo” potremo decidere e scegliere di alimentare quello buono.
Se nella vita non facciamo questo, soprattutto in occasione dei transiti di Plutone, in cui c’è questa accentuata attenzione a questi aspetti, rischiamo di vederli agiti dagli altri a noi vicini e magari possiamo attirarci violenze o cattiverie, proprio perché ciò che ci ostiniamo a non riconoscere in noi stessi ci deve venire agito dall’altro affinché noi possiamo vederlo e magari renderci conto che forse qualche aspetto negativo c’è anche in noi.
Ciò a cui ci spinge Plutone con la caduta nel mondo degli Inferi è solo a "conoscersi a fondo" per acquisire i doni e gli strumenti per sapere come gestire e convogliare al meglio le proprie energie riscoperte.
Ciò che identifichiamo troppo spesso come cattiveria, debolezza, ecc. non è nient’altro che un’energia rozza non ancora addomesticata, è solo una nostra potenza enorme che solo chiede di essere trasformata e usata in maniera saggia e utile per sè e per gli altri.
Un coltello ha mille funzioni utili e importantissime. Può essere un bisturi che apre il corpo di una persona ferita per estrarre la pallottola che sta mettendo in serio pericolo la sua vita, ma certo può anche essere uno strumento usato per fare del male agli altri e anche a se stessi.
Plutone ci fa andare negli Inferi ma ci fa uscire da questo luogo profondo di noi con dei tesori in mano, con delle grandissime risorse che prima non conoscevamo e che scappavano alla gestione del nostro buon senso …non a caso i Buddisti sostengono che la principale causa di sofferenza è l’ignoranza.
La parola peccato infondo deriva dal latino peccus che vuol dire difettoso nel piede, il difetto nel piede conduce all’errore nel movimento deambulatorio, cioè ad un errore nel viaggio della vita, cioè ad una scelta verso una direzione errata.
Plutone ci chiede di riconoscere i nostri istinti, i nostri impulsi non domati, non addomesticati, per vederli, valutarli, accettarli e guidati poi dal buon senso e dalla ragione poterli trascendere e superare.
C’è una storia dei nativi americani molto saggia chiamata Due Lupi che dice:
Il nonno sta raccontando al nipote:
“Mi sento come se avessi due lupi che stanno lottando dentro di me. Il primo è pieno di rabbia, invidia e rancore, si sente cattivo e quando può, fa del male agli altri; il secondo invece è in armonia, felice e riesce ad amare e a fare del bene.“
Il nipote chiede: “Nonno, quale dei due vincerà?”
Il nonno gli risponde: “Quello che alimento.”
Ma solo quando avremo riconosciuto che in noi c’è anche “il lupo cattivo” potremo decidere e scegliere di alimentare quello buono.
Se nella vita non facciamo questo, soprattutto in occasione dei transiti di Plutone, in cui c’è questa accentuata attenzione a questi aspetti, rischiamo di vederli agiti dagli altri a noi vicini e magari possiamo attirarci violenze o cattiverie, proprio perché ciò che ci ostiniamo a non riconoscere in noi stessi ci deve venire agito dall’altro affinché noi possiamo vederlo e magari renderci conto che forse qualche aspetto negativo c’è anche in noi.
Ciò a cui ci spinge Plutone con la caduta nel mondo degli Inferi è solo a "conoscersi a fondo" per acquisire i doni e gli strumenti per sapere come gestire e convogliare al meglio le proprie energie riscoperte.
Ciò che identifichiamo troppo spesso come cattiveria, debolezza, ecc. non è nient’altro che un’energia rozza non ancora addomesticata, è solo una nostra potenza enorme che solo chiede di essere trasformata e usata in maniera saggia e utile per sè e per gli altri.
Un coltello ha mille funzioni utili e importantissime. Può essere un bisturi che apre il corpo di una persona ferita per estrarre la pallottola che sta mettendo in serio pericolo la sua vita, ma certo può anche essere uno strumento usato per fare del male agli altri e anche a se stessi.
Plutone ci fa andare negli Inferi ma ci fa uscire da questo luogo profondo di noi con dei tesori in mano, con delle grandissime risorse che prima non conoscevamo e che scappavano alla gestione del nostro buon senso …non a caso i Buddisti sostengono che la principale causa di sofferenza è l’ignoranza.
Tutto ciò che non si conosce fa paura, tutto ciò che viene illuminato può essere trasformato ed utilizzato al meglio, chi non fa questo sicuramente soffrirà molto.
Se Saturno ci fa lavorare sulle dinamiche di dipendenza emotiva e ci spinge all’autonomia togliendo ciò che non ha più ragione di essere, Plutone ci fa scavare a fondo in noi stessi per andare a trovare i nostri tesori, i nostri tesori più nascosti e preziosi.
Il mito di Plutone e del segno astrologico a cui è collegato, che è lo scorpione, è ben rappresentato dal mito sumero di Ereshkigal "Dea degli Inferi" e della sorella Inanna "Dea dei Cieli", che vi riporto come eccellentemente spiegato da Lidia Fassio, astrologa psicoterapeuta (da http://www.eridanoschool.it/):
- “Inanna decide di scendere negli Inferi a trovare la sorella Ereshkigal nel giorno in cui questa sta seppellendo il marito, quindi è piena di rabbia, di dolore, di rancore e di odio per la perdita subita. Inanna è assolutamente inconsapevole di cosa l’attenderà laggiù, anzi lei si aspetta gratitudine ed onore per il suo gesto. Ereshkigal invece la fa spogliare completamente, la umilia e quindi la appende letteralmente ad un gancio piantato nella parete e la lascia lì, affinché muoia lentamente per dissanguamento.
In questa lunga agonia Inanna è obbligata a vedere tutto ciò che accade nel mondo degli Inferi, a prendere coscienza ed a capire la desolazione e la morte che regnano laggiù.
Inanna viene poi salvata dalla sua governante, che non vedendola ritornare dopo tre giorni chiede aiuto ad una Dea del mare, la quale invia nel regno degli Inferi delle creature orrende e luttuose che sono disposte a scendere e ad affrontare Ereshkigal. Questi esseri si prestano ad intraprendere il viaggio carichi di doni da consegnare alla regina degli Inferi che, venendo accettata ed onorata, decide di ricompensarli concedendo la grazia ad Inanna.
Questo mito termina con due momenti salienti:
1) quando le due sorelle si salutano, Ereshkigal si accorge di essere incinta, a conferma del fatto che ogni lutto racchiude in sé i semi di una nuova vita;
2)infine Ereshkigal dice ad Inanna di fermarsi durante il ritorno a raccogliere ciò che lei ha messo vicino alle 7 porte che delimitano il suo regno, poiché questo sarà il suo personale regalo da portare nel regno dei Cieli.
Ad ogni porta Inanna trova una pietra, ma quando sarà risalita alla luce del Sole si accorgerà che si tratta invece di 7 gioielli purissimi.
In questo mito c’è tutto il simbolismo dello Scorpione diviso in sei fasi:
1) La discesa agli Inferi, un percorso obbligato per uno Scorpione affinché possa comprendere quali sono le dinamiche inconsce che determinano i suoi comportamenti e le sue reazioni.
2) Vedere cosa c’è laggiù simboleggia il percorso di dolore e di morte necessario per poter cauterizzare le ferite rimaste aperte, ancora purulenti e sanguinanti.
3) Il simbolo della nudità, che psicologicamente rappresenta la necessità di rinunciare a tutte le difese quando si intraprende il viaggio della conoscenza di sé.
4) Il perdono e la grazia che Ereshkigal concede dopo essere stata onorata, che simboleggia come per guarire dalle qualità negative occorra prima riconoscerle, onorarle e perdonarle in quanto ci appartengono anch’esse.
5) La gravidanza, che simboleggia i semi che si piantano durante questo percorso e che daranno i loro frutti.
6) I gioielli regalati ad Inanna stanno ad indicare che i tesori di ognuno di noi sono seppelliti sotto montagne di scorie, di dolori e di rancori, che occorre prima vedere e ripulire.
Questo è uno dei miti più belli in assoluto ed è legato al segno che più mostra contraddizioni, poiché possiede le qualità più infime ma anche le più nobili.” (Lidia Fassio) -
Se Saturno ci fa lavorare sulle dinamiche di dipendenza emotiva e ci spinge all’autonomia togliendo ciò che non ha più ragione di essere, Plutone ci fa scavare a fondo in noi stessi per andare a trovare i nostri tesori, i nostri tesori più nascosti e preziosi.
Il mito di Plutone e del segno astrologico a cui è collegato, che è lo scorpione, è ben rappresentato dal mito sumero di Ereshkigal "Dea degli Inferi" e della sorella Inanna "Dea dei Cieli", che vi riporto come eccellentemente spiegato da Lidia Fassio, astrologa psicoterapeuta (da http://www.eridanoschool.it/):
- “Inanna decide di scendere negli Inferi a trovare la sorella Ereshkigal nel giorno in cui questa sta seppellendo il marito, quindi è piena di rabbia, di dolore, di rancore e di odio per la perdita subita. Inanna è assolutamente inconsapevole di cosa l’attenderà laggiù, anzi lei si aspetta gratitudine ed onore per il suo gesto. Ereshkigal invece la fa spogliare completamente, la umilia e quindi la appende letteralmente ad un gancio piantato nella parete e la lascia lì, affinché muoia lentamente per dissanguamento.
In questa lunga agonia Inanna è obbligata a vedere tutto ciò che accade nel mondo degli Inferi, a prendere coscienza ed a capire la desolazione e la morte che regnano laggiù.
Inanna viene poi salvata dalla sua governante, che non vedendola ritornare dopo tre giorni chiede aiuto ad una Dea del mare, la quale invia nel regno degli Inferi delle creature orrende e luttuose che sono disposte a scendere e ad affrontare Ereshkigal. Questi esseri si prestano ad intraprendere il viaggio carichi di doni da consegnare alla regina degli Inferi che, venendo accettata ed onorata, decide di ricompensarli concedendo la grazia ad Inanna.
Questo mito termina con due momenti salienti:
1) quando le due sorelle si salutano, Ereshkigal si accorge di essere incinta, a conferma del fatto che ogni lutto racchiude in sé i semi di una nuova vita;
2)infine Ereshkigal dice ad Inanna di fermarsi durante il ritorno a raccogliere ciò che lei ha messo vicino alle 7 porte che delimitano il suo regno, poiché questo sarà il suo personale regalo da portare nel regno dei Cieli.
Ad ogni porta Inanna trova una pietra, ma quando sarà risalita alla luce del Sole si accorgerà che si tratta invece di 7 gioielli purissimi.
In questo mito c’è tutto il simbolismo dello Scorpione diviso in sei fasi:
1) La discesa agli Inferi, un percorso obbligato per uno Scorpione affinché possa comprendere quali sono le dinamiche inconsce che determinano i suoi comportamenti e le sue reazioni.
2) Vedere cosa c’è laggiù simboleggia il percorso di dolore e di morte necessario per poter cauterizzare le ferite rimaste aperte, ancora purulenti e sanguinanti.
3) Il simbolo della nudità, che psicologicamente rappresenta la necessità di rinunciare a tutte le difese quando si intraprende il viaggio della conoscenza di sé.
4) Il perdono e la grazia che Ereshkigal concede dopo essere stata onorata, che simboleggia come per guarire dalle qualità negative occorra prima riconoscerle, onorarle e perdonarle in quanto ci appartengono anch’esse.
5) La gravidanza, che simboleggia i semi che si piantano durante questo percorso e che daranno i loro frutti.
6) I gioielli regalati ad Inanna stanno ad indicare che i tesori di ognuno di noi sono seppelliti sotto montagne di scorie, di dolori e di rancori, che occorre prima vedere e ripulire.
Questo è uno dei miti più belli in assoluto ed è legato al segno che più mostra contraddizioni, poiché possiede le qualità più infime ma anche le più nobili.” (Lidia Fassio) -
I sei punti sono esattamente tutto ciò a cui Plutone, transitando in aspetto ai nostri pianeti, ci chiede di fare. Ovviamente ciò sarà molto più necessario ed evidente per coloro che hanno Sole o Luna nel segno dello scorpione oppure che hanno Plutone dominante nel tema natale, ovvero che fa molti aspetti con gli altri pianeti.
Per concludere, un'altra cosa molto importante da ricordare è che Plutone ci dà anche la possibilità di superare l’attaccamento, il possesso; infatti Plutone ci dà la possibilità di lasciare andare, di non volere trattenere tutto per noi e inoltre quando transita in aspetto con il sole, testa il nostro potere, come noi lo abbiamo usato. Indubbiamente se abbiamo abusato del nostro potere sugli altri ci farà vedere i nostri lati neri, se invece non siamo mai riusciti ad esercitare il nostro potere allora può essere una forza grandiosa per potere usare in giusta misura e con saggezza il nostro potere, senza più delegarlo agli altri.
Etichette:
ARTICOLI ASTROLOGIA PSICOLOGICA,
MIEI ARTICOLI
Iscriviti a:
Post (Atom)

