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Chiara Inesia


martedì 15 aprile 2008

ADRIANA. ANALISI “DEL” E ANALISI “NEL” QUI E ORA IN SEDUTA

di Romano Biancoli

BREVE PREMESSA TEORICA

Intendo per qui e ora in seduta (Biancoli, 2006) un’esperienza di situazione in atto che include intelletto, affetto, emozioni. Il suo fondamento è il seguente: in questo momento, ogni altrove lo posso sperimentare solo qui, e ogni passato e ogni futuro esistono solo come pensiero, fantasia e sentimento presente. In senso ontologico, ogni altro tempo e ogni altro luogo possono essere pensati, rappresentati e sentiti solo ora, qui. Ne viene una definizione del là e allora per esclusione rispetto alla definizione del qui e ora. Il senso del là e allora è quello di tutte le esperienze, persone, situazioni, accadimenti, sogni, fantasie del passato, in altre realtà che non sono quella dell’ analista e dell’analizzando in seduta. E’ un non qui e non ora che, in questa veduta, esiste solo su un piano alienato, arresto reificante di processi in atto.
Questa prospettiva è diversa da quella proposta da Daniel Stern (2004), a fondamento fenomenologico. Si può farla partire dalle proposizioni di Karl Marx (1867, I, p. 253) sul rapporto tra “lavoro vivo” e “lavoro morto” e vederla fiorire in Erich Fromm (1976) che elabora la “modalità dell’essere” e la “modalità dell’avere”, con rispondenze nelle categorie “pensiero pensante” e “pensiero pensato” di Giovanni Gentile (1916).
L’analisi “del” qui-e-ora è l’analisi di questa situazione in cui ora ci troviamo. Riguarda la seduta e la relazione analitica che vi si manifesta. Il caso specifico della coppia analitica che lavora su se stessa rientra nell'analisi "del" qui e ora.
E’ invece un'operazione di altra natura l’analisi “nel”, cioè il riportare qualunque contenuto, anche onirico, al qui e ora. Secondo me, molta della competenza dell'analista sta nel restituire al qui e ora i là e allora che si affollano nella mente di entrambi. Credo che questa attitudine a pensarsi, sentirsi, sperimentarsi “nel” qui e ora mentre si analizza un là e allora appartenga allo specifico del lavoro dell'analista. Il là esiste solo come rappresentazione nel qui e anche l'allora è solo una rappresentazione nell’ ora. Nel qui e ora si raccoglie il tutto funzionante dell'analizzando, dell'analista e del loro rapporto.




ADRIANA SI PRESENTA

Quando viene da me Adriana ha 27 anni. Avvenente, elegante, un filo di provocazione nel suo sguardo. Vuole piacermi e la seduzione arriva a movimenti di gonna sulla poltrona che scoprono vistosamente le gambe. E' laureata in Lettere moderne e insegna saltuariamente come supplente. Convive da un anno con Gianni, di 38 anni, ingegnere. Cerca aiuto perché si sente ambivalente: senza di lui ritiene di non poter vivere, ma a volte lo odia visceralmente tanto da improvvisargli scenate violente, per futili motivi. Inoltre, mentre prima della convivenza era molto innamorata di lui e lo desiderava, oggi lo rifiuta fisicamente. Ciò le riattiva un’angoscia di cui ha sempre sofferto. Sembra che scinda l’oggetto desessualizzandolo, come scrive Christopher Bollas (2000). Sente che vivere con Gianni sia tanto doloroso quanto ineluttabile. Da quando convivono lo ha già tradito tre volte, con ragazzi più giovani di lei.
Si esprime con parole appropriate e ricercate però enfatiche, evocatrici di scenari fantasiosi, drammatizzanti. Ci accordiamo per due sedute alla settimana.
Soffre di vari disturbi fisici, dolori per lo più vaganti, talora persistenti, specialmente all’intestino, per colon spastico. “Il corpo dell’isterica … (è) … un corpo doloroso … (che) deve soffrire per esistere” (Green, 1997). Usa il termine “complesso edipico”, pensando di essere innamorata di suo padre. Ne parla in termini idealizzati, lo presenta come un raffinato e squisito uomo di lettere, di sterminata cultura. Ama il suo volto amaro, sofferente. Nobilita i suoi tratti egocentrici e scusa le sue irresponsabilità.
La madre viene da una famiglia benestante, insegna materie artistiche e sa amministrare il patrimonio ereditato. E’ bella ed estroversa, con tratti amabili, se non fosse per quel piglio di comando che Adriana non sopporta. In casa decide tutto la mamma, appoggiata da Amelia, figlia preferita, di sei anni minore. Il papà si chiude a riccio e da quando è in pensione passa le giornate sdraiato sul letto a leggere. L’unico suo possesso è una biblioteca di 10.000 volumi, molti dei quali con valore antiquario.
La madre non la guarda quasi mai e spesso le parla con voce dura. Adriana ne è ferita, da sempre. La odia intensamente. La sera prima di addormentarsi si abbandona ad un sentire malevolo, traendone un piacere pastoso. Pensa con rancore alle persone che non sono state buone con lei. Solo quando ha paura, paura del buio, paura di fare brutti sogni, Adriana non si concede a sentimenti ostili. Il rancore compiaciuto e insistito le richiede un certo senso di sicurezza, in un suo nido narcisistico riposto.
Ronald Fairbairn (1954, p. 52) dice che “l’isterico coltiva un senso tremendo di risentimento”. Anche Masud Khan (1974) dedica un lavoro a questo argomento.
In un sogno ricorrente durante l’adolescenza vede “tanti uccelli. I pazzi possono comandare quegli uccelli. Anch’io posso comandare quegli uccelli. Li posso indirizzare contro delle persone. Posso farmi largo con gli uccelli che aggrediscono le persone che mi ostacolano”. André Green (1997) nota che nei casi limite vi è “il desiderio di possedere un organo aggressivo”.
Nella terza seduta Adriana mi appare molto teatrale. Penso a James Hillman (1972, pp. 262-268), che tocca il rapporto tra isterica e strega entro cui abita il pregiudizio antico di riservare alle donne l’attitudine isterica, per cui un uomo che diagnostica una donna come isterica pone il tema della sua propria misoginia. Mi sto occupando del mio controtransfert e mi chiedo se sono misogino o piuttosto se, attraverso il ricordo del passo di Hillman, sto razionalizzando per sottrarmi alla formulazione di una diagnosi.



IL QUI E ORA DELLA SEDUTA E IL LA’ E ALLORA DELLA VITA DI ADRIANA

Via via che le sedute si susseguono, sento che Adriana cerca di sedurmi (Lionells, 1995) lungo vie sdoppiate. Scopre improvvisamente parti delle gambe e dei seni, in moti fulminei, e si ricopre, con uno sguardo allusivo a non si sa cosa. Sembra dire: vedi questo?, ebbene, non immagini quanto ci sia d’altro. Eldoradi o inferni, ma non del corpo, stati della mente. Come se io, seguendo le linee del suo seno in un rapido chinarsi di Adriana ridente, dovessi cogliere un alcunché di incorporeo, misterioso. Appartiene all’analisi “del” qui e ora chiarire questo gioco seduttivo che mi fa sentire il sottile fascino di una promessa di profondità psichica formulata col linguaggio del corpo.
L’arcano in parte si svela un giorno in cui giunge arrabbiata con Gianni. Ha litigato con lui pretestuosamente, al fine di arrivare da me alterata. Vuol farmi sentire non quanto lo odia ma come lo odia. Dice poche parole, pretende che io indovini e che resti contagiato. Sembra che voglia iniziarmi a uno stile di odio, l’odio come piacere, l’odio erotizzato e voluttuoso, una sorta di fornicazione affettiva da coltivare in segreto, per ore e ore. Dovrei avvezzarmi alla sua droga interna, stare nel clima e seguire il viaggio del suo sguardo torvo. Il suo viso spesso muta repentinamente espressione, dal sorriso solare al broncio che rimanda alla sua oralità disperata (Marmor, 1956), alla rabbia. Me la porta qui la sua arte di odiare, ma qui, nel confronto con me, essa perde fascino, e lei lo sente, nemmeno occorre che parli di masochismo, ha capito, china il capo e lo scuote piano piano e poi lo alza di scatto, s’impenna e mi dice che mai e poi mai ci rinuncerebbe. Ecco cosa diventa il là e allora dell’odio “nel” qui e ora della seduta, in un vissuto a due: una povera cosa, una masturbazione affettiva coatta.
Harry Guntrip (1968, p. 17) dice che “l’odio è amore inacidito”. Fin dalla prima infanzia, in Adriana si è imposta un’esperienza di rivolgimento dell’odio in una sorta di piacere, come un addolcire l’amore inacidito in agrodolce gradevole, base di ogni futuro masochismo nella sequenza: cercare di farsi ferire, odiare, goderne. Ma poi, man mano che gli anni passano, l’angoscia tiene sempre più il campo. L’odio, spesso, funziona come un ansiolitico.



I LA’ E ALLORA DI UN SOGNO PORTATI “NEL” QUI E ORA

Solo alla 41^ seduta mi racconta il suo primo sogno da quando è iniziata l’analisi:

“L’urlo di una donna di mezza età, sembra una zingara, col fazzoletto legato dietro la nuca. E’ affacciata ad un alto dirupo. Sul suo volto il raccapriccio e il terrore per un evento maledetto o sacrilego, ma non inconsueto nel sogno, come fosse già accaduto: ha buttato giù la sua bambina che sta rotolando lungo la parete scoscesa della roccia. Urtandone le asperità taglienti il corpo va a pezzi. Dovrebbe però ricomporsi magicamente prima di toccare il fondo del burrone”.

Secondo Jorge Silva-Garcia (1982), il primo sogno che un paziente porta in analisi è il suo biglietto da visita inconscio, il suo “ritratto parlato”, da esaminare in profondità e da tenere come punto fermo nel prosieguo del lavoro analitico.
Adriana è molto allarmata da questo sogno, che è un vero colpo di scena tra noi due. Sta rannicchiata sulla poltrona, spaurita. Ciò che la sgomenta è il senso di verità che le viene dal sogno e soprattutto il perturbante senso di dimestichezza che lo percorre, come se in lei vi fosse una regione sommersa dove avvengono abitualmente cose simili, cose che stanno accadendo anche in questo momento con la mia partecipazione. L’arcaico e il magico giungono qui e respirano con noi due, presenti ed emotivamente palpabili ed inquietanti nel loro darsi ora.
Il racconto di un sogno è sempre relazionale (Biancoli, 2003), unico, tanto che Adriana potrebbe raccontarlo a cento altre persone, ma ogni volta, inevitabilmente, lo racconterebbe in modo diverso, e se ne leggesse il testo manifesto sarebbe la sua voce a rendere irripetibile ogni lettura. Il racconto del suo sogno in seduta implica me, che col mio modo di ascoltare intimamente reattivo lo costruisco con lei non meno di quanto lei contribuisca, afferrando le mia attenzione, al lavorio di ascolto che si produce in me. Cerca i miei occhi mentre racconta, e io seguo la deriva del suo sguardo, e se c’è terapia in questa seduta forse viene fluidamente indotta dal guardarci mentre lei parla e anche dopo.
Lo spezzettamento del corpo della bambina è un simbolo forte di scissione. Una madre zingara e strega, urlando e come posseduta da un demone furioso, sfracella la sua bambina fidando nella magia che poi si ricomponga sana e salva. C’è un riferimento mitologico al tema. Secondo la lezione di Károly Kerényi (1951), Demetra, nel suo aspetto di donna vecchia che ha subito oltraggio, si presenta al re Celeo e alla regina Metanira che la accolgono nella loro casa e le affidano il loro bambino affinché lo accudisca e lo educhi. Tutte le notti Demetra pone il bambino nel fuoco e lo fa ardere come un tizzone, al fine di renderlo immortale. Dunque, nel sogno c’è anche un simbolo di salvezza, però introdotto dalla stessa figura di zingara sacrilega e strega che il mito offre ribaltata e divinizzata. Le parlo del mito per contribuire alla componente di fede che c’è nel sogno, fede, sia pure magica, nella ricomposizione e nella salvezza.
Il primo sogno può già suggerire qualcosa dell’incipiente transfert (Silva-Garcia,1988). Adriana di tanto in tanto afferma di vedermi come un padre saggio e che questo è il suo transfert, stando a quanto ha letto di psicoanalisi. Col suo sogno sembra dirmi ben altro: mi stai facendo a pezzi con la tua analisi, che almeno sia vero che prima della fine mi ricomponi.



DISSOCIAZIONI

Il sogno è terrifico e rivela la consuetudine di Adriana coll’affetto della paura, fin da bambina, anzi, soprattutto da bambina, paura degli spiriti, paura del buio, paura del diavolo, paura delle streghe e anche delle zingare, paure senza oggetto. Poi, via via, queste paure restringono la loro area manifesta, ma non la loro intensità, e forse in parte si versano nell’angoscia di separazione, spesso insopportabile senza benzodiazepine. Angoscia che culmina nell’esperienza di lasciare la casa dei genitori per andare a vivere con Gianni.
Le accade di dimenticarsi che soffre di paure, e quando ne viene assalita un “ah!, già, è vero …” le rammenta il lato nero che accompagna la sua esistenza, il terrore dissociato.
Adriana racconta poi che il nonno materno muore improvvisamente un mese prima che lei nasca. La mamma, legatissima al proprio padre, si dispera al punto che è necessario ricoverarla. La gravidanza stessa è in pericolo. Quando Adriana nasce, la mamma è in pieno sconforto e inabile ad accudire la sua bambina, tanto da ricorrere all’aiuto quotidiano della nonna, in lutto pure lei. Si può ipotizzare il caso D) della Strange Situation, il modello disorganizzato, basato su “una paura senza sbocco”: la bambina dovrebbe avvicinarsi alla madre per ricevere conforto e tenerezza, ma se lo fa viene spaventata (Parkes, Stevenson-Hinde, Marris, 1991; Fonagy, 2001; Liotti, 2005). Gli autori che si sono occupati di queste ricerche indicano come conseguenza della modalità D) la dissociazione psichica.
Gli atteggiamenti bruschi della mamma, le sgridate, il farle male mentre la pettina diffondono un’aura di rancore nell’animo della bambina, come una cortina fumogena che nasconde il regno del terrore. Pur se sgarbato, l’accudimento materno è preferibile al rifiuto e rassicura quanto basta perché Adriana si ritiri nel suo sentire astioso, si prenda il lusso di odiare, dissociando i terrori notturni, eco forse del volto materno durante i primi mesi di vita. La madre stessa favorisce la dissociazione, nascondendo, dietro la sua figura di impaziente accuditrice dalla voce aspra, quella tragica di madre rifiutante suo malgrado, che affida la sua bambina a una buona sorte magicamente auspicata. Così i vissuti di Adriana si dividono, quando odia non sente paura, e quando ha paura l’ultima cosa cui può pensare è l’odio. Inoltre, fortunatamente, la mamma è anche amabile e parla alla sua bambina con voce soave; c’è il papà che è buono e gioca e racconta fiabe e recita poesie. Adriana gioisce, gioca, corre e si dimentica del resto. E’ diviso l’oggetto esterno, è diviso l’oggetto interno ed è diviso il Sé di Adriana. E’ fissata al padre come difesa dal rifiuto disorientante della madre.
Via via esce dell’altro. La bambina, quando è triste o si sente in ansia, si mette a correre e il moto le facilita fantasie gradevoli ed euforizzanti. Fantastica spesso, forse tutti i giorni. Diventa un modo di essere, anche senza correre, favorito dalla musica, ma anche senza musica, con la testa altrove, e non solo la testa ma pure le emozioni e talora addirittura la partecipazione somatica, con alterazione del respiro e del ritmo cardiaco, con sudorazione, specialmente se nelle fantasie vi sono moti aggressivi. Questo accade anche oggi. Di più: a partire dall’adolescenza, quando attraversa una fase in cui non si piace, fantastica di essere un’altra persona e si immagina una vita parallela, e poi di essere un’altra ancora con altre vicissitudini, crea e coltiva così vari personaggi in contemporanea, delle fiction mentali a puntate, degli avatar, che non hanno rapporti gli uni con gli altri. Adriana spende molto del suo tempo a fantasticare, ora animando un personaggio ora un altro.



CONSIDERAZIONI DIAGNOSTICHE

Queste fantasie si possono vedere come recite interiori, a conferma di una impostazione isterica della personalità. Ma esse sono dissociate, nettamente divise tra loro, i vari personaggi non si incontrano mai. Talora presentano temi di aggressività sadica e distruttiva molto esplicita, anche fisica, senza arrivare a fantasie omicide. Una aggressività che Adriana agisce anche nella vita reale, distruggendo i rapporti con le amiche e con i colleghi insegnanti. Con Gianni è un inferno, lo attacca e lo blandisce, si aggrappa a lui perché è l’unica presenza che le sventa un crollo psichico temutissimo (Winnicott, 1971). Non ha alternative, data un’angoscia di separazione così intensa da non consentirle di vivere da sola. Benché a me non sembri tanto compromessa la “funzione riflessiva” (Fonagy & Target, 2001), viene emergendo il quadro di un caso limite, infiltrato da tratti isterici caratterizzanti. Green (1997) propone un “chiasma”, in cui isteria e caso limite si offrano reciprocamente come punto di vista da cui considerarsi l’un l’altro.



CENNI SUL LAVORO ANALITICO

Per quanto possibile, tutte le fantasie di vita dissociate vengono portate “nel” qui e ora e confrontate le une con le altre. La grande giornalista, la grande scrittrice, la cortigiana che seduce il signore, la volontaria in Africa che sviluppa una grande organizzazione, ecc., non sono figure così diverse tra loro: hanno in comune l’autoaffermazione narcisistica e il correlato plauso dei personaggi minori circostanti, e anche il loro affetto. Su queste fantasie il lavoro di cucitura procede bene, anche se si deve continuamente ripetere. Esse non tengono invece il confronto con quelle aggressive, che in seduta si gonfiano perché si valgono dell’attitudine all’odio di Adriana e perché veicolano elementi di transfert. In questi casi, dopo aver riferito una fantasia di litigio con la tale o la talaltra, con male parole, percosse, sputi e graffi al volto, attacca me e mi accusa di rovinarle la vita, tanto a me non importa nulla di lei, cosa ci rimetto io in questo rapporto?, è lei che paga, come sempre, come con tutti. La seduta può finire così, con tali espressioni, oppure con un plumbeo silenzio, oppure interrompersi perché lei se ne va prima, indispettita e arrabbiata, con me arrabbiato o scoraggiato e in angoscia. Qualche volta nel pieno di una scenata scoppia a piangere e mi supplica di non mandarla via, di continuare a tenerla come paziente. Come fa con Gianni. Quando teme che io la rifiuti, emerge la sua angoscia di abbandono, la cui intensità può impedire il lavoro analitico. Se invece lo consente, si cerca di individuare i nessi tra odio, aggressività e angoscia, non i nessi teorici, ma quelli esperienziali emersi “nel” qui e ora. Navigando tra rifiuto, rabbia, angoscia si sfiorano correnti ancor più cupe, quelle terrifiche. Ricorre l’esclamazione sbigottita “ah!, già”, siamo sul fondale nero di magia e stregoneria. Poche parole, sgomento e brivido, da parte di entrambi. Eppure il rammendo deve afferrare i lembi orridi e unirli a quelli ostili e a quelli angosciati e a quelli lieti che anche ci sono. Deve inoltre unire i contrari, portando il conflitto dove c’è la dissociazione (Bromberg, 1996).



NOTIZIA CONCLUSIVA

Va avanti così per oltre otto anni, finché decidiamo di congedarci. Molte cose sono accadute. Lei e Gianni si sono lasciati, il Prozac aiutando. La madre l’ha sostenuta economicamente e anche le ha trovato un buon lavoro, che Adriana sembra riuscire a svolgere senza eccessive tensioni coi colleghi. Vive da sola, è iscritta ad un circolo culturale femminile, tenta di costruire amicizie. E’ ancora facile al rancore, ma sta molto attenta a non indugiarvi. Le resta irrisolto ma depotenziato il tema magico, attualmente motivo di più rari turbamenti e spaventi. Ha cominciato ad affrontarlo in termini culturali, leggendo sull’argomento e anche partecipando a convegni. Dopo alcune altre vicende amorose con uomini più giovani di lei, da due anni ha una relazione con un coetaneo separato. Ancora scenate, ma meno plateali e violente, con periodi protratti di armonia.



BIBLIOGRAFIA


Biancoli, R. (2003) The Dream between “Here-and-Now” and “There-and-then”. International Forum of Psychoanalysis, 12:234-43.

Biancoli, R. (2006) Questions of Technique Following the Psychoanalytic Perspective of Erich Fromm. The Journal of the American Academy of Psychoanalysis, 34:489-504.

Bollas, C. (2000) Isteria. Milano: Cortina, 2001.

Bromberg, P.M. (1996) Standing in the Spaces. In: Bromberg, P.M., Clinica del trauma e della dissociazione, Milano: Cortina, 2007.

Fairbairn, W.R.D. (1954) Osservazioni sulla struttura degli stati isterici. In: Il piacere e l’oggetto. Roma: Astrolabio, 1992.

Fromm, E. (1976) Avere o essere? Milano: Mondadori, 1977.

Fonagy, P. (2001) Psicoanalisi e teoria dell’attaccamento. Milano: Cortina, 2002.

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Gentile, G. (1916) Teoria generale dello spirito come atto puro, In: Gentile G. Opere filosofiche, E. Garin (a cura di). Milano: Garzanti, 1991.

Green, A. (1999) L’isteria: origini e attualità. In: F. Scalzone, G. Zontini (a cura di), Perché l’isteria? Napoli: Liguori.

Green, A. (1997) Il chiasma: i casi limite visti dalla prospettiva dell’isteria, l’isteria vista retrospettivamente a partire dai casi limite. In: F. Scalzone, G. Zontini (a cura di), Perché l’isteria? Napoli: Liguori, 1999.

Guntrip, H. (1968) Teoria psicoanalitica della relazione d’oggetto. Milano: Etas, 1975.

Hillman, J. (1972) Il mito dell’analisi. Milano: Adelphi, 1979.

Kerényi, K. (1951) Gli dei della Grecia. Milano: Il Saggiatore, 1994.

Khan, M.R. (1974) Il rancore dell’isterica. In: F. Scalzone, G. Zontini (a cura di), Perché l’isteria? Napoli: Liguori, 1999.

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Liotti, G. (2005) La dimensione interpersonale della coscienza. Roma: Carocci.

Longhi, R. (1914) Breve ma veridica storia della pittura italiana. Firenze: Sansoni, 1988.

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Marx, K. (1867) Il Capitale, Libro I. Roma: Edizioni Rinascita, 1956.

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Silva-Garcia J. Fromm y la comprensión de los sueños, Santander (Spain): Universidad Internacional Menéndez Pelayo, 1983.

Silva-Garcia J. Unpublished Seminar held in Bologna, Istituto Erich Fromm di Psicoanalisi Neofreudiana, May 1988.

Stern, D. (2004) Il momento presente. Milano: Cortina 2005.

Winnicott, D.W. (1974) Fear of Breakdown. In: G. Kohon (Ed.) The Brithish school of psychoanalysis. London: Free Association Books, 1986.

lunedì 14 aprile 2008

Il tulipano nero

Chobin

Hallo Spank!

Belle e Sebastienne

STORIA DELL'ASTROLOGIA

di Lidia Fassio

La filosofia Umanistica

Da dove origina il “pensiero umanistico”


Tutto ciò che oggi noi individuiamo come valori e convinzioni e ciò che noi siamo ovviamente non arriva dal nulla e non si è creato nel nulla, ma trova fondamento nei miti e nelle idee originarie che hanno modellato giorno dopo giorno il pensiero occidentale conducendoci per mano attraverso i secoli fino a sviluppare la moderna filosofia umanistica.

Uno dei cardini della filosofia umanistica sta nel concetto che l’universo è un TUTTO e, pertanto, non è diviso e separato come la scienza ci ha lasciato intendere per tanto tempo ma è una sorta di “grande pensiero” in cui tutto è in relazione per cui, le informazioni e gli scambi sono la base il “legame, il collante” che tiene insieme questo tutto.
Partendo da questo presupposto va da sé che ogni singolo problema anche se riguarda una singola parte ricade inevitabilmente sulla globalità del sistema e, proprio per questo, c’è bisogno che tutti indistintamente facciano la loro parte ed acquisiscano una reale coscienza in modo da poter trovare un equilibrio che origini da una consapevolezza di una unità interiore, unico presupposto per giungere alla costruzione di uno stato di unità anche all’esterno.
Le crisi, i conflitti, le logiche separatiste e materialistiche sono la causa della grande frammentazione a cui siamo giunti: l’uomo è attanagliato da un senso di malessere generale e sente che si allontana sempre più da sé stesso e, questa perdita di “centralità ” si ribalta e si spalma sull’intera umanità dove regnano le stesse divisioni che operano all’interno della psiche individuale.

La visione unitaria diventa pertanto l’unica strada possibile quella che da sempre tutte le religioni hanno predicato e da cui l’uomo moderno si è fortemente dissociato.
Oggi sappiamo bene che non vi è divisione tra spirito e materia, non vi è separazione tra il Cielo e la Terra così come non c’è dentro l’uomo e tra gli uomini; questa visione sembra essere l’unica vera chiave di interpretazione per portare avanti un reale processo evolutivo che possa coinvolgere l’intero pianeta e possa portare allo sviluppo di modalità di relazione vere basate su logiche di unione anziché di contrapposizione.

La filosofia umanistica si pone dunque come una via di “conoscenza” “unitaria”; qualcosa che può finalmente mettere insieme tradizioni antiche e moderne perché parte dall’accettazione di alcuni parametri comuni che, finalmente oggi sono stati accettati anche da una parte della scienza, quella della fisica quantistica.
La conoscenza unitaria trae fondamento dalle discipline spirituali che solo per un breve periodo, sono sembrate soppiantate dalla logica meccanicista basata sulla frammentazione , ma che oggi, come era logico, stanno riprendendo vigore proprio grazie alla ricerca che l’uomo sta facendo per uscire dal senso di spersonalizzazione che avverte per perduto contatto con il centro esterno, e, di conseguenza, con se stesso.

Dalla filosofia umanistica ha preso corpo e vita la psicologia umanistica; Abraham Maslow si era reso conto che tutta la branca sperimentale della psicologia non rendeva giustizia all’uomo che, a suo modo di vedere, è mosso da motivazioni profonde che tendono all’autorealizzazione del suo potenziale interno. Questa branca della psicologia parte dal presupposto che sia difficile inserire l’uomo e lo studio della personalità dentro a formule rigide poiché esso ha un’anima, una totalità ed è quindi un’unità conoscitiva soggetta a continue trasformazioni che vanno costantemente verso una interezza che, tuttavia, non è mai definitiva.
Per questo bisogna accostarsi allo studio e alla comprensione dell’uomo con estrema umiltà.

Dal pensiero umanistico all’astrologia umanistica

L’astrologia umanistica prendespunto, anzi affonda le sue radici in questo tipo di filosofia psicologica e pertanto volge il suo sguardo preferenzialmente a quelle persone che sono interessate all’aspetto di conoscenza personale che vedono in questo strumento una possibilità di crescita e di sviluppo, ponendosi in una situazione di protagonisti attivi della loro vita mossi soltanto dal bisogno di diventare “individui” comprendendo i modelli energetici sottostanti che ispirano e promuovono il “divenire costante” e che sono ben evidenziati nel tema natale personale.

Vista in questa luce l’astrologia umanistica si affianca alle varie discipline di autoconoscenza e perde completamente il contatto con la mantica di un tempo; non si interessa infatti del destino di una persona ma del progetto individuale che prende forma a partire dall’infanzia per dis-velarsi pian piano al soggetto che può così porsi come artefice della propria vita accedendo alla dimensione della scelta cosciente in grado di avvalersi di libero arbitrio.
L’astrologia umanistica perde così il ruolo che nell’immaginario collettivo la voleva legata alla divinazione ma la restituisce a pieno titolo al suo antico e sacro ruolo di “scienza iniziatica ed esoterica” che la voleva molto più semplicemente ma anche più nobilmente, strumento che si avvale del simbolismo e dell’analogia per comprendere il legame tra il macrocosmo e il
microcosmo.
La visione umanistica restituisce dignità a questa materia che negli ultimi duecento anni sembra essere stata svuotata dei suoi contenuti più elevati e lo fa riprendendo quel lato che ha un approccio con l’Assoluto perché si pone al di là delle categorie ordinatrici della nostra mente interpretando con la funzione analogico simbolica quei simboli che ci danno la possibilità di cogliere una realtà che trascende la dimensione ordinaria dell’esistenza.
L’astrologia umanistica ci parla di un “progetto racchiuso” che si organizzerà in maniera tale da potersi rivelare e dischiudere nell’ambito della vita di una persona.

Il tema natale diviene uno strumento straordinario nelle mani di una persona che sa interpretare bene i simboli poiché, anziché dirci “cosa” siamo, ci dice quali potenziali abbiamo per dirigere le nostre energie e come possono essere utilizzati al meglio per portare a termine il nostro progetto evolutivo in maniera cosciente.
L’astrologia offre ai suoi interpreti un quadro estremamente preciso ed esauriente di come si sono organizzate all’interno della persona le varie potenzialità e funzioni ; mette in risalto i blocchi e le difficoltà con cui il soggetto si confronterà per via dei conflitti e delle cristallizzazioni ma, indica anche con estrema forza le strade da intraprendere per giungere alla loro soluzione, proprio utilizzando le energie presenti. L’astrologia rivela altresì le caratteristiche di base, i modelli che hanno dato vita e forma a determinate caratteristiche e mette in evidenza facoltà e talenti da sviluppare per portare il soggetto all’autorealizzazione.

Solo avvicinandosi a questa materia si può comprendere perché sia la disciplina più antica dell’uomo; una forma di psicologia già esistente, conosciuta e studiata nell’antichità presso quelle civiltà che avevano un contatto molto più profondo con il Mistero e con l’Assoluto e si comprende perché, nonostante i tanti detrattori e nonostante l’imperante filosofia meccanicistica, continui a suscitare un enorme fascino sulle persone, fascino che nasce dalla sua enorme efficacia nell’indagare l’anima dell’uomo che in essa si riconosce e percepisce i suoi potenziali.

I Pionieri dell'Astrologia umanistica

Possiamo considerare grande fondatore dell’Astrologia umanistica Dane Rudhyar che fin dagli anni 30 ha scritto di astrologia collegandola con psicologia del profondo.
Dane Rudhyar è stato anche il primo a pensare alla “Astrologia centrata sulla persona” nel senso reale della filosofia umanistica ovvero come disciplina volta a promuovere lo sviluppo, l’ elevazione e la realizzazione delle potenzialità insite in ogni essere umano.
In pratica, per Rudhyar … “ l’Astrologia umanistica è quella che assiste gli individui nella soluzione dei loro problemi personali ed interpersonali e specialmente nella realizzazione più piena delle loro potenzialità natali”.
Il suo primo lavoro risale, infatti, agli anni 34-35 e resta una pietra miliare nel panorama dei testi che ogni astrologo deve aver letto e studiare approfonditamente; si intitola L’astrologia della personalità.

Sulla scia di Dane Rudhyar troviamo Stephen Arroyo altro astrologo eclettico che si è impegnato nel portare avanti la scuola “umanistica”. A lui dobbiamo scritti memorabili quali “Astrologia, karma e trasformazione” scritto negli anni settanta in cui egli afferma che “l’astrologia funziona con livelli di coscienza e dimensioni di esperienza che vanno ben oltre la capacità di comprensione della mente logica condizionata dalla terra” ; in questo testo egli sostiene che per comprendere l’astrologia bisogna sviluppare la mente intuitiva, quella che lui definisce “occhio dell’anima” .

Un altro allievo di Dane Rudhyar è Alexander Ruperti che, oltre a continuare la scuola umanistica, è stato anche il primo a collegare in maniera inequivocabile le nuove scoperte della fisica quantistica e di Einstein sull’universo in relazione e sulla dimensione “temporale”. I suoi studi sono basati sulla “ciclicità” legata ai ritmi planetari. Il suo libro più famoso “ I cicli del divenire”.

Tra i grandi che hanno contribuito a sviluppare e divulgare l’astrologia umanistica non possiamo non ricordare Donna Cunningham personaggio molto particolare nel panorama astrologico che ha portato avanti un particolare tipo di astrologia umanistica che possiamo chiamare “di guarigione”, nel senso difficoltà delle persone semplicemente usando come base per la comprensione e la guarigione il tema natale personale. Tra i suoi testi più importanti ricordiamo qui: “ Astrology and Spiritual Development” . In Italia pressoché sconosciuta in quanto nessun suo testo è mai stato tradotto.

L’Astrologia umanistica continua il suo percorso evolutivo e raggiunge vette altissime con la fondazione della F.A.S. - la Facoltà di Studi Astrologi di Londra nel 1948 da John M. Addey in anni in cui in Italia l’astrologia vedeva forse i suoi momenti più bui.
La FAS ha laureato più di 10.000 studenti di tutto il mondo: tra i nomi più prestigiosi elenchiamo:
Liz Greene astrologa e psicologa Junghiana, fondatrice della C.P.A. ovvero Centre for Psychological Astrology un vero e proprio percorso di studi astrologici con percorso psicologico personale. Ovviamente Liz Greene è conosciutissima anche da noi, oltre che nel mondo intero : recentemente conduce anche un Master Class di Astrologia nella celebre Università di Bath.
Da noi tutto ciò sembra fantascienza, eppure la questa materia così bistrattata da noi, è invece Facoltà Universitaria nella democraticissima Inghilterra. Tra i suoi fondamentali contributi ricordiamo i testi dei seminari tenuti con Howard Sasportas , tra cui “ The Luminars – The Inner Planets “, ricordiamo i suoi testi “Saturno”, “Astrologia e Destino”, “Astrologia e amore”, e molti altri.
Howard Sasportas è morto da alcuni anni. Ricordiamo di lui, i grandi seminari tenuti con Liz Greene e il celebre libro sui transiti – unico tradotto in Italia – intitolato “ Gli Dei del cambiamento”.
Melanie Reinhart , insegnante presso la C.P.A. anch’essa conosciuta da noi dopo la traduzione del suo libro intitolato “Saturno, Chirone e i Centauri”.
Robert Hand, anch’esso conosciutissimo per i suoi testi : “ I transiti” e “L’Astrologia della coppia”.

da www.eridanoschool.it

domenica 13 aprile 2008

MITO DELLA NASCITA DEL MONDO (Il regno di Urano e il regno di Crono)

Non esisteva la terra, il mare o qualunque altra cosa del creato. ERA SOLO IL CAOS, senza forma al di là del tempo e dello spazio.

All'improvviso dal Caos apparve Gea, la terra principio di vita e madre della stirpe divina, prima realtà materiale della creazione. Dopo di lei apparvero Eros, il Tartaro (luogo di punizione delle anime malvagie), l'Erebo (la notte) ed i Giganti simbolo della forza bruta e della violenza sconvolgitrice della natura.

GEA ED URANO

Gea generò da sola Ponto il mare ed Urano il cielo stellato che scelse come sposo e dalla cui unione nacquero i dodici Titani, sei maschi (Oceano, Ceo, Crio, Iperione, Giapeto, Crono) e sei femmine (Tea, Rea, Temi, Teti, Febe, Mnemosine). Nacquero inoltre i tre Ecatonchiri o Centimani, Briareo, Gia e Cotto mostri con cinquanta teste e cento braccia ed i tre Ciclopi Bronte, Sterope ed Arge tutti con un solo occhio in mezzo alla fronte e Crono.
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da www.elicriso.it


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