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Chiara Inesia


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giovedì 15 maggio 2008

LA GUERRA UTERINA

LE IPOTESI DELLA MICROPSICOANALISI TROVANO CONFERMA NELLA BIOLOGIA EVOLUZIONISTA.

di Quirino Zangrilli


Riassunto

Fin dal 1972, appoggiandosi alla letteratura biologica dell'epoca, l'italiano Nicola Peluffo aveva teorizzato l'esistenza di una complessa interazione conflittuale tra madre e feto. Nel 1981 Silvio Fanti denominerà queste dinamiche "guerra uterina". In ogni micropsicoanalisi vengono rilevate profonde angosce e conflitti che gli analizzati situano nel periodo protomentale uterino della loro esistenza. Gli studi di David Haig confermano l'esistenza di questo conflitto psicobiologico.


da http://www.psicoanalisi.it



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sabato 3 maggio 2008

DESISTI DALLA FRUSTRAZIONE!

di Bel Cesar

Quando ci diciamo: “Ho fatto quanto potevo e non è andato bene” più di tre volte sullo stesso soggetto è ora di desistere: andarsene, sconnettersi dalla fonte della frustrazione.

Desistiamo da qualcuno o da una situazione quando facciamo la decisione di non lasciarci più toccare da essa. Non basta non volerla più. É necessario andare avanti, cioè, non aver più bisogno né di sentire né di parlare su qualcosa o qualcuno che ci porti a sentire innumerevoli volte che le nostre attitudini sono inutili e perciò rifiutabili.

Desistere dalla frustrazione non è un’ attitudine di non curanza in cui sembriamo disprezzare l’ oggetto, ma dentro continuiamo ad accumulare ogni volta più risentimento. Abbandonare la frustrazione è una scelta che avviene dalla maturità di aver osservato e riflettuto su come ci coinvolgiamo continuamente nelle situazioni che non vogliamo più vivere.

Se ascoltiamo i nostri risentimenti, essi rivelano le nostre false speranze: siamo ancora in attesa della giustizia e del riconoscimento di colui che ancora ci danneggia.

È come se avessimo la speranza segreta di poter fare la pace con il nemico, di essere amati da lui. Intanto sappiamo che non si può accontentare tutti.
Dobbiamo affrontare la realtà umana che non verremo amati da tutti. In fin dei conti, amare è un riflesso del nostro interiore: chi ama incondizionatamente ha già superato da molto questa necessità (impellente) di essere amato “in qualsiasi modo”.

Sperare in rinforzi positivi come elogi e ringraziamenti da quelli che ci frustrano è una trappola che ci rende ogni volta più prigionieri della frustrazione.

Lascia andar via la frustrazione: dà a te stesso una nuova opportunità, una nuova vita. Finché carichiamo il pesante carico emozionale delle nostre frustrazioni, avremo una vita non soddisfacente.
Il segreto è mantenere il rapporto con il reale: stringi i tuoi rapporti con quelli che realizzano quello che dicono e metti da parte quelli che sperperano il tuo tempo.

È meglio che siamo più selettivi nei nostri rapporti: cercare di stare con quelli che incontrano sempre una maniera di tirarci su, perché gli fa piacere vederci su, poiché vedono nella competizione una perdita di tempo e credono che privilegiare l’altro sia il miglior risparmio per arricchire la nostra partecipazione in questo mondo.

Oggigiorno sono abbastanza comuni i rapporti competitivi. Molto spesso, abbiamo imparato da piccoli a cercare relazioni che ci sfidino: il piacere del gioco veniva dalla sfida, dalla capacità di disputare il miglior posto, o la miglior situazione. Come quando giocavamo a nascondino: vinceva quello che non veniva trovato perché riusciva a rimanere da solo, zitto, nel buio. Ossia, sapeva come sopportare tutto da solo.

Chiaro che è necessario imparare a difenderci, ma dobbiamo anche saper creare vincoli che siano basati nell’ essere compagni; situazione in cui ognuno dona la sua energia all’altro perché sa che vale la pena sommare forze. Ma nella nostra società capitalistica, vediamo il mondo come una costante minaccia, perciò tendiamo più a difenderci, che creare la complicità che dia benefici al nostro mondo.

Pertanto dobbiamo cambiare obiettivo: smettere di competere ed imparare a fare insieme.
Per cui dobbiamo accorgerci che abbiamo già sviluppato la nostra forza: non ci servono più situazioni o persone che ci sfidino per poterci ricordare quanto siamo capaci di sopportarne.

Lasceremo l’abitudine di crearci sfide per manifestare la nostra forza interiore soltanto quando saremo in grado di usarla con l’ intenzione chiara, cioè quando ci decideremo a non coltivare più rapporti basati sulla dipendenza o sulla paura.

In questo modo, dobbiamo capire la differenza fra le sfide che stimolano il nostro sviluppo e quelle che ci rendono soltanto più difensivi, carenti e deboli.

Desistiamo da una frustrazione quando finalmente concludiamo che il nostro impegno nella vita significa essere capaci di eliminare tutto ciò che genera la negatività. Così, se ci offrono un piatto di riso, ma ci dicono che c’è dentro un grano avvelenato, rifiutiamo tutto il piatto. Possiamo addirittura rispondergli: No, grazie, di negatività sono già sazio!

Traduzione di Isabela Bisconcini

da http://www.igpt.net/

Bel Cesar è psicologa e teraupeta in Brasile, ha studiato Musicoterapia all'Istituto Orff di Salisburgo, in Austria. Pratica la psicoterapia nell'ottica degli insegnamenti del Buddhismo tibetano. E' la mamma di Lama Michel.


martedì 15 aprile 2008

ADRIANA. ANALISI “DEL” E ANALISI “NEL” QUI E ORA IN SEDUTA

di Romano Biancoli

BREVE PREMESSA TEORICA

Intendo per qui e ora in seduta (Biancoli, 2006) un’esperienza di situazione in atto che include intelletto, affetto, emozioni. Il suo fondamento è il seguente: in questo momento, ogni altrove lo posso sperimentare solo qui, e ogni passato e ogni futuro esistono solo come pensiero, fantasia e sentimento presente. In senso ontologico, ogni altro tempo e ogni altro luogo possono essere pensati, rappresentati e sentiti solo ora, qui. Ne viene una definizione del là e allora per esclusione rispetto alla definizione del qui e ora. Il senso del là e allora è quello di tutte le esperienze, persone, situazioni, accadimenti, sogni, fantasie del passato, in altre realtà che non sono quella dell’ analista e dell’analizzando in seduta. E’ un non qui e non ora che, in questa veduta, esiste solo su un piano alienato, arresto reificante di processi in atto.
Questa prospettiva è diversa da quella proposta da Daniel Stern (2004), a fondamento fenomenologico. Si può farla partire dalle proposizioni di Karl Marx (1867, I, p. 253) sul rapporto tra “lavoro vivo” e “lavoro morto” e vederla fiorire in Erich Fromm (1976) che elabora la “modalità dell’essere” e la “modalità dell’avere”, con rispondenze nelle categorie “pensiero pensante” e “pensiero pensato” di Giovanni Gentile (1916).
L’analisi “del” qui-e-ora è l’analisi di questa situazione in cui ora ci troviamo. Riguarda la seduta e la relazione analitica che vi si manifesta. Il caso specifico della coppia analitica che lavora su se stessa rientra nell'analisi "del" qui e ora.
E’ invece un'operazione di altra natura l’analisi “nel”, cioè il riportare qualunque contenuto, anche onirico, al qui e ora. Secondo me, molta della competenza dell'analista sta nel restituire al qui e ora i là e allora che si affollano nella mente di entrambi. Credo che questa attitudine a pensarsi, sentirsi, sperimentarsi “nel” qui e ora mentre si analizza un là e allora appartenga allo specifico del lavoro dell'analista. Il là esiste solo come rappresentazione nel qui e anche l'allora è solo una rappresentazione nell’ ora. Nel qui e ora si raccoglie il tutto funzionante dell'analizzando, dell'analista e del loro rapporto.




ADRIANA SI PRESENTA

Quando viene da me Adriana ha 27 anni. Avvenente, elegante, un filo di provocazione nel suo sguardo. Vuole piacermi e la seduzione arriva a movimenti di gonna sulla poltrona che scoprono vistosamente le gambe. E' laureata in Lettere moderne e insegna saltuariamente come supplente. Convive da un anno con Gianni, di 38 anni, ingegnere. Cerca aiuto perché si sente ambivalente: senza di lui ritiene di non poter vivere, ma a volte lo odia visceralmente tanto da improvvisargli scenate violente, per futili motivi. Inoltre, mentre prima della convivenza era molto innamorata di lui e lo desiderava, oggi lo rifiuta fisicamente. Ciò le riattiva un’angoscia di cui ha sempre sofferto. Sembra che scinda l’oggetto desessualizzandolo, come scrive Christopher Bollas (2000). Sente che vivere con Gianni sia tanto doloroso quanto ineluttabile. Da quando convivono lo ha già tradito tre volte, con ragazzi più giovani di lei.
Si esprime con parole appropriate e ricercate però enfatiche, evocatrici di scenari fantasiosi, drammatizzanti. Ci accordiamo per due sedute alla settimana.
Soffre di vari disturbi fisici, dolori per lo più vaganti, talora persistenti, specialmente all’intestino, per colon spastico. “Il corpo dell’isterica … (è) … un corpo doloroso … (che) deve soffrire per esistere” (Green, 1997). Usa il termine “complesso edipico”, pensando di essere innamorata di suo padre. Ne parla in termini idealizzati, lo presenta come un raffinato e squisito uomo di lettere, di sterminata cultura. Ama il suo volto amaro, sofferente. Nobilita i suoi tratti egocentrici e scusa le sue irresponsabilità.
La madre viene da una famiglia benestante, insegna materie artistiche e sa amministrare il patrimonio ereditato. E’ bella ed estroversa, con tratti amabili, se non fosse per quel piglio di comando che Adriana non sopporta. In casa decide tutto la mamma, appoggiata da Amelia, figlia preferita, di sei anni minore. Il papà si chiude a riccio e da quando è in pensione passa le giornate sdraiato sul letto a leggere. L’unico suo possesso è una biblioteca di 10.000 volumi, molti dei quali con valore antiquario.
La madre non la guarda quasi mai e spesso le parla con voce dura. Adriana ne è ferita, da sempre. La odia intensamente. La sera prima di addormentarsi si abbandona ad un sentire malevolo, traendone un piacere pastoso. Pensa con rancore alle persone che non sono state buone con lei. Solo quando ha paura, paura del buio, paura di fare brutti sogni, Adriana non si concede a sentimenti ostili. Il rancore compiaciuto e insistito le richiede un certo senso di sicurezza, in un suo nido narcisistico riposto.
Ronald Fairbairn (1954, p. 52) dice che “l’isterico coltiva un senso tremendo di risentimento”. Anche Masud Khan (1974) dedica un lavoro a questo argomento.
In un sogno ricorrente durante l’adolescenza vede “tanti uccelli. I pazzi possono comandare quegli uccelli. Anch’io posso comandare quegli uccelli. Li posso indirizzare contro delle persone. Posso farmi largo con gli uccelli che aggrediscono le persone che mi ostacolano”. André Green (1997) nota che nei casi limite vi è “il desiderio di possedere un organo aggressivo”.
Nella terza seduta Adriana mi appare molto teatrale. Penso a James Hillman (1972, pp. 262-268), che tocca il rapporto tra isterica e strega entro cui abita il pregiudizio antico di riservare alle donne l’attitudine isterica, per cui un uomo che diagnostica una donna come isterica pone il tema della sua propria misoginia. Mi sto occupando del mio controtransfert e mi chiedo se sono misogino o piuttosto se, attraverso il ricordo del passo di Hillman, sto razionalizzando per sottrarmi alla formulazione di una diagnosi.



IL QUI E ORA DELLA SEDUTA E IL LA’ E ALLORA DELLA VITA DI ADRIANA

Via via che le sedute si susseguono, sento che Adriana cerca di sedurmi (Lionells, 1995) lungo vie sdoppiate. Scopre improvvisamente parti delle gambe e dei seni, in moti fulminei, e si ricopre, con uno sguardo allusivo a non si sa cosa. Sembra dire: vedi questo?, ebbene, non immagini quanto ci sia d’altro. Eldoradi o inferni, ma non del corpo, stati della mente. Come se io, seguendo le linee del suo seno in un rapido chinarsi di Adriana ridente, dovessi cogliere un alcunché di incorporeo, misterioso. Appartiene all’analisi “del” qui e ora chiarire questo gioco seduttivo che mi fa sentire il sottile fascino di una promessa di profondità psichica formulata col linguaggio del corpo.
L’arcano in parte si svela un giorno in cui giunge arrabbiata con Gianni. Ha litigato con lui pretestuosamente, al fine di arrivare da me alterata. Vuol farmi sentire non quanto lo odia ma come lo odia. Dice poche parole, pretende che io indovini e che resti contagiato. Sembra che voglia iniziarmi a uno stile di odio, l’odio come piacere, l’odio erotizzato e voluttuoso, una sorta di fornicazione affettiva da coltivare in segreto, per ore e ore. Dovrei avvezzarmi alla sua droga interna, stare nel clima e seguire il viaggio del suo sguardo torvo. Il suo viso spesso muta repentinamente espressione, dal sorriso solare al broncio che rimanda alla sua oralità disperata (Marmor, 1956), alla rabbia. Me la porta qui la sua arte di odiare, ma qui, nel confronto con me, essa perde fascino, e lei lo sente, nemmeno occorre che parli di masochismo, ha capito, china il capo e lo scuote piano piano e poi lo alza di scatto, s’impenna e mi dice che mai e poi mai ci rinuncerebbe. Ecco cosa diventa il là e allora dell’odio “nel” qui e ora della seduta, in un vissuto a due: una povera cosa, una masturbazione affettiva coatta.
Harry Guntrip (1968, p. 17) dice che “l’odio è amore inacidito”. Fin dalla prima infanzia, in Adriana si è imposta un’esperienza di rivolgimento dell’odio in una sorta di piacere, come un addolcire l’amore inacidito in agrodolce gradevole, base di ogni futuro masochismo nella sequenza: cercare di farsi ferire, odiare, goderne. Ma poi, man mano che gli anni passano, l’angoscia tiene sempre più il campo. L’odio, spesso, funziona come un ansiolitico.



I LA’ E ALLORA DI UN SOGNO PORTATI “NEL” QUI E ORA

Solo alla 41^ seduta mi racconta il suo primo sogno da quando è iniziata l’analisi:

“L’urlo di una donna di mezza età, sembra una zingara, col fazzoletto legato dietro la nuca. E’ affacciata ad un alto dirupo. Sul suo volto il raccapriccio e il terrore per un evento maledetto o sacrilego, ma non inconsueto nel sogno, come fosse già accaduto: ha buttato giù la sua bambina che sta rotolando lungo la parete scoscesa della roccia. Urtandone le asperità taglienti il corpo va a pezzi. Dovrebbe però ricomporsi magicamente prima di toccare il fondo del burrone”.

Secondo Jorge Silva-Garcia (1982), il primo sogno che un paziente porta in analisi è il suo biglietto da visita inconscio, il suo “ritratto parlato”, da esaminare in profondità e da tenere come punto fermo nel prosieguo del lavoro analitico.
Adriana è molto allarmata da questo sogno, che è un vero colpo di scena tra noi due. Sta rannicchiata sulla poltrona, spaurita. Ciò che la sgomenta è il senso di verità che le viene dal sogno e soprattutto il perturbante senso di dimestichezza che lo percorre, come se in lei vi fosse una regione sommersa dove avvengono abitualmente cose simili, cose che stanno accadendo anche in questo momento con la mia partecipazione. L’arcaico e il magico giungono qui e respirano con noi due, presenti ed emotivamente palpabili ed inquietanti nel loro darsi ora.
Il racconto di un sogno è sempre relazionale (Biancoli, 2003), unico, tanto che Adriana potrebbe raccontarlo a cento altre persone, ma ogni volta, inevitabilmente, lo racconterebbe in modo diverso, e se ne leggesse il testo manifesto sarebbe la sua voce a rendere irripetibile ogni lettura. Il racconto del suo sogno in seduta implica me, che col mio modo di ascoltare intimamente reattivo lo costruisco con lei non meno di quanto lei contribuisca, afferrando le mia attenzione, al lavorio di ascolto che si produce in me. Cerca i miei occhi mentre racconta, e io seguo la deriva del suo sguardo, e se c’è terapia in questa seduta forse viene fluidamente indotta dal guardarci mentre lei parla e anche dopo.
Lo spezzettamento del corpo della bambina è un simbolo forte di scissione. Una madre zingara e strega, urlando e come posseduta da un demone furioso, sfracella la sua bambina fidando nella magia che poi si ricomponga sana e salva. C’è un riferimento mitologico al tema. Secondo la lezione di Károly Kerényi (1951), Demetra, nel suo aspetto di donna vecchia che ha subito oltraggio, si presenta al re Celeo e alla regina Metanira che la accolgono nella loro casa e le affidano il loro bambino affinché lo accudisca e lo educhi. Tutte le notti Demetra pone il bambino nel fuoco e lo fa ardere come un tizzone, al fine di renderlo immortale. Dunque, nel sogno c’è anche un simbolo di salvezza, però introdotto dalla stessa figura di zingara sacrilega e strega che il mito offre ribaltata e divinizzata. Le parlo del mito per contribuire alla componente di fede che c’è nel sogno, fede, sia pure magica, nella ricomposizione e nella salvezza.
Il primo sogno può già suggerire qualcosa dell’incipiente transfert (Silva-Garcia,1988). Adriana di tanto in tanto afferma di vedermi come un padre saggio e che questo è il suo transfert, stando a quanto ha letto di psicoanalisi. Col suo sogno sembra dirmi ben altro: mi stai facendo a pezzi con la tua analisi, che almeno sia vero che prima della fine mi ricomponi.



DISSOCIAZIONI

Il sogno è terrifico e rivela la consuetudine di Adriana coll’affetto della paura, fin da bambina, anzi, soprattutto da bambina, paura degli spiriti, paura del buio, paura del diavolo, paura delle streghe e anche delle zingare, paure senza oggetto. Poi, via via, queste paure restringono la loro area manifesta, ma non la loro intensità, e forse in parte si versano nell’angoscia di separazione, spesso insopportabile senza benzodiazepine. Angoscia che culmina nell’esperienza di lasciare la casa dei genitori per andare a vivere con Gianni.
Le accade di dimenticarsi che soffre di paure, e quando ne viene assalita un “ah!, già, è vero …” le rammenta il lato nero che accompagna la sua esistenza, il terrore dissociato.
Adriana racconta poi che il nonno materno muore improvvisamente un mese prima che lei nasca. La mamma, legatissima al proprio padre, si dispera al punto che è necessario ricoverarla. La gravidanza stessa è in pericolo. Quando Adriana nasce, la mamma è in pieno sconforto e inabile ad accudire la sua bambina, tanto da ricorrere all’aiuto quotidiano della nonna, in lutto pure lei. Si può ipotizzare il caso D) della Strange Situation, il modello disorganizzato, basato su “una paura senza sbocco”: la bambina dovrebbe avvicinarsi alla madre per ricevere conforto e tenerezza, ma se lo fa viene spaventata (Parkes, Stevenson-Hinde, Marris, 1991; Fonagy, 2001; Liotti, 2005). Gli autori che si sono occupati di queste ricerche indicano come conseguenza della modalità D) la dissociazione psichica.
Gli atteggiamenti bruschi della mamma, le sgridate, il farle male mentre la pettina diffondono un’aura di rancore nell’animo della bambina, come una cortina fumogena che nasconde il regno del terrore. Pur se sgarbato, l’accudimento materno è preferibile al rifiuto e rassicura quanto basta perché Adriana si ritiri nel suo sentire astioso, si prenda il lusso di odiare, dissociando i terrori notturni, eco forse del volto materno durante i primi mesi di vita. La madre stessa favorisce la dissociazione, nascondendo, dietro la sua figura di impaziente accuditrice dalla voce aspra, quella tragica di madre rifiutante suo malgrado, che affida la sua bambina a una buona sorte magicamente auspicata. Così i vissuti di Adriana si dividono, quando odia non sente paura, e quando ha paura l’ultima cosa cui può pensare è l’odio. Inoltre, fortunatamente, la mamma è anche amabile e parla alla sua bambina con voce soave; c’è il papà che è buono e gioca e racconta fiabe e recita poesie. Adriana gioisce, gioca, corre e si dimentica del resto. E’ diviso l’oggetto esterno, è diviso l’oggetto interno ed è diviso il Sé di Adriana. E’ fissata al padre come difesa dal rifiuto disorientante della madre.
Via via esce dell’altro. La bambina, quando è triste o si sente in ansia, si mette a correre e il moto le facilita fantasie gradevoli ed euforizzanti. Fantastica spesso, forse tutti i giorni. Diventa un modo di essere, anche senza correre, favorito dalla musica, ma anche senza musica, con la testa altrove, e non solo la testa ma pure le emozioni e talora addirittura la partecipazione somatica, con alterazione del respiro e del ritmo cardiaco, con sudorazione, specialmente se nelle fantasie vi sono moti aggressivi. Questo accade anche oggi. Di più: a partire dall’adolescenza, quando attraversa una fase in cui non si piace, fantastica di essere un’altra persona e si immagina una vita parallela, e poi di essere un’altra ancora con altre vicissitudini, crea e coltiva così vari personaggi in contemporanea, delle fiction mentali a puntate, degli avatar, che non hanno rapporti gli uni con gli altri. Adriana spende molto del suo tempo a fantasticare, ora animando un personaggio ora un altro.



CONSIDERAZIONI DIAGNOSTICHE

Queste fantasie si possono vedere come recite interiori, a conferma di una impostazione isterica della personalità. Ma esse sono dissociate, nettamente divise tra loro, i vari personaggi non si incontrano mai. Talora presentano temi di aggressività sadica e distruttiva molto esplicita, anche fisica, senza arrivare a fantasie omicide. Una aggressività che Adriana agisce anche nella vita reale, distruggendo i rapporti con le amiche e con i colleghi insegnanti. Con Gianni è un inferno, lo attacca e lo blandisce, si aggrappa a lui perché è l’unica presenza che le sventa un crollo psichico temutissimo (Winnicott, 1971). Non ha alternative, data un’angoscia di separazione così intensa da non consentirle di vivere da sola. Benché a me non sembri tanto compromessa la “funzione riflessiva” (Fonagy & Target, 2001), viene emergendo il quadro di un caso limite, infiltrato da tratti isterici caratterizzanti. Green (1997) propone un “chiasma”, in cui isteria e caso limite si offrano reciprocamente come punto di vista da cui considerarsi l’un l’altro.



CENNI SUL LAVORO ANALITICO

Per quanto possibile, tutte le fantasie di vita dissociate vengono portate “nel” qui e ora e confrontate le une con le altre. La grande giornalista, la grande scrittrice, la cortigiana che seduce il signore, la volontaria in Africa che sviluppa una grande organizzazione, ecc., non sono figure così diverse tra loro: hanno in comune l’autoaffermazione narcisistica e il correlato plauso dei personaggi minori circostanti, e anche il loro affetto. Su queste fantasie il lavoro di cucitura procede bene, anche se si deve continuamente ripetere. Esse non tengono invece il confronto con quelle aggressive, che in seduta si gonfiano perché si valgono dell’attitudine all’odio di Adriana e perché veicolano elementi di transfert. In questi casi, dopo aver riferito una fantasia di litigio con la tale o la talaltra, con male parole, percosse, sputi e graffi al volto, attacca me e mi accusa di rovinarle la vita, tanto a me non importa nulla di lei, cosa ci rimetto io in questo rapporto?, è lei che paga, come sempre, come con tutti. La seduta può finire così, con tali espressioni, oppure con un plumbeo silenzio, oppure interrompersi perché lei se ne va prima, indispettita e arrabbiata, con me arrabbiato o scoraggiato e in angoscia. Qualche volta nel pieno di una scenata scoppia a piangere e mi supplica di non mandarla via, di continuare a tenerla come paziente. Come fa con Gianni. Quando teme che io la rifiuti, emerge la sua angoscia di abbandono, la cui intensità può impedire il lavoro analitico. Se invece lo consente, si cerca di individuare i nessi tra odio, aggressività e angoscia, non i nessi teorici, ma quelli esperienziali emersi “nel” qui e ora. Navigando tra rifiuto, rabbia, angoscia si sfiorano correnti ancor più cupe, quelle terrifiche. Ricorre l’esclamazione sbigottita “ah!, già”, siamo sul fondale nero di magia e stregoneria. Poche parole, sgomento e brivido, da parte di entrambi. Eppure il rammendo deve afferrare i lembi orridi e unirli a quelli ostili e a quelli angosciati e a quelli lieti che anche ci sono. Deve inoltre unire i contrari, portando il conflitto dove c’è la dissociazione (Bromberg, 1996).



NOTIZIA CONCLUSIVA

Va avanti così per oltre otto anni, finché decidiamo di congedarci. Molte cose sono accadute. Lei e Gianni si sono lasciati, il Prozac aiutando. La madre l’ha sostenuta economicamente e anche le ha trovato un buon lavoro, che Adriana sembra riuscire a svolgere senza eccessive tensioni coi colleghi. Vive da sola, è iscritta ad un circolo culturale femminile, tenta di costruire amicizie. E’ ancora facile al rancore, ma sta molto attenta a non indugiarvi. Le resta irrisolto ma depotenziato il tema magico, attualmente motivo di più rari turbamenti e spaventi. Ha cominciato ad affrontarlo in termini culturali, leggendo sull’argomento e anche partecipando a convegni. Dopo alcune altre vicende amorose con uomini più giovani di lei, da due anni ha una relazione con un coetaneo separato. Ancora scenate, ma meno plateali e violente, con periodi protratti di armonia.



BIBLIOGRAFIA


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Biancoli, R. (2006) Questions of Technique Following the Psychoanalytic Perspective of Erich Fromm. The Journal of the American Academy of Psychoanalysis, 34:489-504.

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Guntrip, H. (1968) Teoria psicoanalitica della relazione d’oggetto. Milano: Etas, 1975.

Hillman, J. (1972) Il mito dell’analisi. Milano: Adelphi, 1979.

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Khan, M.R. (1974) Il rancore dell’isterica. In: F. Scalzone, G. Zontini (a cura di), Perché l’isteria? Napoli: Liguori, 1999.

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Marx, K. (1867) Il Capitale, Libro I. Roma: Edizioni Rinascita, 1956.

Parkes, C.M., Stevenson-Hinde, J., Marris, P. (1991) L’attaccamento nel ciclo della vita. Roma: Il Pensiero Scientifico, 1995.

Silva-Garcia J. Fromm y la comprensión de los sueños, Santander (Spain): Universidad Internacional Menéndez Pelayo, 1983.

Silva-Garcia J. Unpublished Seminar held in Bologna, Istituto Erich Fromm di Psicoanalisi Neofreudiana, May 1988.

Stern, D. (2004) Il momento presente. Milano: Cortina 2005.

Winnicott, D.W. (1974) Fear of Breakdown. In: G. Kohon (Ed.) The Brithish school of psychoanalysis. London: Free Association Books, 1986.

lunedì 7 aprile 2008

CONSIDERAZIONI SULLA FISSAZIONE ALLA MADRE ALLA LUCE DEL MITO DI DEMETRA

di Romano Biancoli

1. Nel "Preambolo e Introduzione" al suo "Das Mutterrecht" (Il Matriarcato) (1861), Bachofen polemizza con gli storici che si interessano solo di fatti, personalità ed istituzioni, trascurando la mitologia.
Sostiene che bisogna invece considerare non solo la storia ma anche il mito, se si vuole comprendere l'antichità. Il mito è l'origine di ogni sviluppo. La base di tutte le civiltà è la religione.
Lavorando sui miti e sui simboli come documenti, Bachofen fa emergere una chiara e coerente visione del matriarcato come stadio universale della storia dell'umanità.
Questo stadio dimenticato precedette l'attuale patriarcato e a sua volta seguì un'anteriore situazione di promiscuità sessuale, l'eterismo, che aveva come simbolo la palude e come divinità Afrodite.
L'amazzonismo promosse il passaggio al matriarcato, che fondò la famiglia con il diritto matrilineare e avviò l'agricoltura. I valori erano dati dall'amore per la madre e per la sorella, la condanna senza appello per il matricidio, la libertà, l'uguaglianza, la pace.
La divinità era Demetra e tra i principali simboli c'erano la predilezione della notte, della luna, della terra, il culto dei morti, le sorelle preferite ai fratelli, l'ultimogenito preferito ai figli maggiori, la sinistra preferita alla destra.
In seguito a lotte terribili, il patriarcato soppiantò il potere femminile e impose i suoi valori, che Bachofen riteneva superiori: indipendenza individuale, amore per il padre, diritto patrilineare, procreazione spirituale, di cui l'adozione era una esplicitazione.
Cambiarono i simboli: prevalse il giorno sulla notte, il sole sulla luna, il cielo sulla terra, la destra sulla sinistra. La divinità era Apollo, dio della luce e delle belle arti.
Il mito dice che Demetra, Ceres per gli antichi romani, era figlia di Crono e di Rea e sorella di Zeus, che la rese madre di Kore o Persefone. Madre e figlia erano dee della fertilità e della vita del mondo vegetale, che a ogni primavera rinasce e a ogni autunno muore.
Creativa e protettiva, Demetra rappresentava il principio materno della natura che genera e nutre. Dea della produttività, essa portava ricchezza e abbondanza, cibi e frutti vari in grande quantità (Burkert, 1979). Come dea del frumento, Demetra insegnava l'agricoltura e la produzione dei beni materiali agli esseri umani e si prendeva cura del loro benessere fisico-sensuale e affettivo tutelando la stabilità della famiglia.
Nella ricostruzione di Bachofen, Demetra pone le norme del diritto agrario e le estende alla famiglia monogamica, diventando in tal modo la Dea della procreazione legittima matrilineare e dell'ordine femminile.
In quanto madre feconda e alimentatrice e origine di ogni bene fisico, la materia è sacra. Questa sacralità è parte della visione intuitiva (Kerény & Jung, 1940-41) e misterica (Kerény, 1951; Eliade, 1975) a cui potevano accedere i fedeli di Demetra durante le celebrazioni dei misteri della fertilità ad Eleusi.
Qui venne eretto un tempio in onore della dea e dedicato al culto della fecondità e fertilità, delle trasformazioni profonde della materia, dei suoi processi nascosti di vita perenne. Nel sentimento di una civiltà agricola il culto della generazione e della rinascita era un culto dell'immortalità dell'anima. Questo "stadio cereale-coniugale della vita agraria" verrà infranto dall'"imperium" statale maschile.


2. La creatività demetrica corrisponde a tratti della creatività femminile indagabile attraverso la psicoanalisi.
La donna è più dell'uomo a contatto con i suoi sentimenti e più capace di assumersi la responsabilità di un rapporto affettivo. L'esperienza del parto, dell'allattamento e del prendersi cura del bambino rende la donna capace di estendere il suo amore da se stessa e dai suoi figli agli altri esseri umani.
La tenerezza e la pietà materne promuovono pace e fratellanza.
La teoria della società matriarcale di Bachofen presenta un grande valore psicologico, a prescindere dalle questioni relative alla sua attendibilità sul piano storico. Il fatto che la madre ami i suoi figli incondizionatamente, cioè solo perché sono i suoi figli, e non per le loro qualità e i loro meriti, pone il principio di uguaglianza tra gli esseri umani. Tutti siamo figli della natura, della Madre Terra, e tutti godiamo di un diritto naturale al nutrimento, alla vita e al benessere. Qui sta il fondamento emotivo dell'umanesimo, del giusnaturalismo, dell'illuminismo, dei grandi ideali delle moderne democrazie (Fromm, 1955).

Secondo Fromm (1956), l'amore materno presenta due aspetti: quello di tutte le cure necessarie perché il bambino viva e cresca e quello di infondergli l'amore per la vita, il senso che la vita è bella, la gioia di vivere. I due aspetti corrispondono rispettivamente ai biblici "latte" e "miele".

Molte le madri che sono in grado di dare il "latte", poche quelle che oltre al "latte" sanno dare anche il "miele", perché solo una donna felice può dare anche il "miele", cioè contagiare il bambino colla sua felicità e colla sua biofilia.
Un fattore importante che sostiene l'amore materno è il bisogno umano di trascendenza, cioè di superamento della condizione passiva di creatura "gettata" nel mondo. L'essere umano può assumere un ruolo di creatore in vari modi, uno dei quali è l'amore per i propri figli.
La madre trascende se stessa nell'amore per il proprio bambino. Il compito materno più difficile sta nell'accettare e nel favorire che il figlio crescendo si separi e autonomamente viva la propria vita. La creatività materna fa di una persona due persone, la madre da una si fa due, non solo in senso fisico ma anche psicologico.

Una completa capacità di dare comporta che la madre ami il figlio o la figlia anche mentre egli o ella si separa da lei, poiché lei sopratutto desidera la felicità della sua creatura. Desiderare la crescita del figlio o della figlia è il tratto più specifico e creativo dell'amore materno in senso pieno e compiuto, che viene caratterizzato dall'assenza di possessività e dalla prevalenza del dare sul ricevere.

L'esperienza di essere amato dalla madre è un'esperienza di beatitudine e sicurezza dovuta al solo fatto di esistere. Non occorre fare nulla per meritare l'amore materno, che non è una conquista ma un dono, una grazia (Fromm, 1956).
Il più profondo bisogno dell'essere umano che viene alla luce è questo di essere amato nella gioia che dà la sua crescita giorno dopo giorno.
L'amore attiva interiormente sia chi ama sia chi è amato.
L'amore materno non possessivo e biofilo predispone i figli alla capacità di amare.
L'aspirazione a un amore materno incondizionato accompagna l'essere umano nel corso della sua vita e trova espressioni simboliche nella poesia e nell'arte, nella religione e negli ideali politici e sociali.
L'attesa di una figura materna protettiva può essere più o meno intensa; può presentarsi come stato di bisogno, richiesta passiva, attaccamento simbiotico. In questi casi non si sviluppa la capacità di amare ma permane invece la fissazione alla madre, che riguarda uomini e donne, è pregenitale, e la sua eventuale coloritura sessuale è una conseguenza successiva e non una causa (Fromm, 1964).

Avviene che non solo i bambini ma anche gli adulti, di fronte alla complessità e alla difficoltà di vivere, aspirino a una figura che come Demetra produce, nutre e protegge e ad un tempo governa e stabilisce le norme secondo cui vivere.

Gli individui in questa condizione desiderano essere accuditi e restare privi di responsabilità, rinunciando allo sviluppo pieno delle loro potenzialità di esseri umani. Essi non sentono in se stessi la fonte dell'energia necessaria alla loro vita e pongono al loro esterno l'origine di ogni bene. Questo aspetto della fissazione alla madre pone una dipendenza "ricettiva" (Fromm, 1947), orale, affettiva e fisica, da una figura materna che, come Demetra, come l'ambiente naturale, come la materia vivente, genera, produce, procura, offre beni per il sostentamento dei figli. Il latte materno, prodotto dal corpo della madre, è il prototipo di ogni bene prodotto dal corpo della terra.


3. A volte i sogni ci offrono un senso profondo ed anche inquietante della produttività fisica della donna. Un uomo di 34 anni riferisce questo sogno:

"La donna con cui vivo ha fatto il letto. Lo ha fatto anche nel senso che lei ha fatto le lenzuola, le coperte, i materassi, il cotone, la lana, il legno...".

Simbolo centrale del sogno è la produttività fisica della donna. Qui la donna non è solo accuditiva, non si limita a fare il letto, ma genera direttamente i materiali di cui è composto il letto, come se lei fosse la terra che produce alberi e cotone, fosse l'animale che dà la lana, fosse un laboratorio vivente che tesse lenzuola e coperte, e che lavora il legno. C'è una implicita ammirazione per la donna.

La domanda che si impone è: perché il sognatore le attribuisce tali sovrumane facoltà? Rispondono altri suoi sogni a contenuto erotico, nei quali lei ad un certo punto si trasforma improvvisamente, però come se fosse del tutto naturale, in sua madre.

Il paziente è un ingegnere che si è laureato con fatica e molto tardi perché temeva inconsciamente la fine degli studi, con le responsabilità professionali e gli impegni affettivi che ne conseguivano. Rimase orfano di padre a dodici anni. In casa con la madre viveva una zia nubile. La famiglia era benestante; il patrimonio veniva amministrato dalla madre, che era dotata di capacità organizzative e di spirito d'iniziativa. La morte del padre non cambiò il modo di vivere della famiglia, che era deciso dalla madre, mentre la zia, che le obbediva, si limitava a svolgere in casa lavori femminili e domestici. Il paziente è sempre stato coccolato e viziato dalle due donne, specialmente dalla zia che con lui era dolce e arrendevole. Anche la madre era affettuosa, lo accudiva con molta cura e gli risolveva i problemi pratici, però intrudeva nei suoi rapporti con i coetanei, rendendogli difficile coltivare amicizie.

Egli apprese in casa ad essere seduttivo con le donne e così gli fu facile collezionare brevi e superficiali vicende affettive con varie ragazze, che la madre permetteva purché restassero non impegnative. Una volta che lui si innamorò veramente, la madre intervenne con giudizi pesanti sulla ragazza, da cui poi fu lasciato.

All'Università incontrò la sua attuale donna, una persona molto decisa e molto battagliera, e quindi per certi aspetti simile alla madre. Forse per questo se ne innamorò, proiettando poi via via sulla ragazza i suoi vissuti verso sua madre, così da arrivare col tempo a provare lo stesso sentimento di fondo verso le due donne.
La ragazza non si lasciò dissuadere dagli interventi distruttivi della madre del paziente, sopportò le angoscie e i conflitti di lui, lo aiutò dopo la laurea a trovare un lavoro in un'altra città e andò a vivere con lui. Il paziente è molto intelligente e creativo sul lavoro, però è ansioso e sente il bisogno che qualcuno lo rassicuri e lo diriga; la sua fantasia, la sua affabilità e la sua eleganza piacciono alle donne e alla sua convivente, che lo vuole possedere approfittando della sua passività e della sua oralità disarmata.
Dall'inizio della convivenza lui non si sente più innamorato, ma non osa andarsene, perché è dipendente da lei, la teme e teme di andare a vivere da solo. L'unica opposizione che gli riesce è quella di rimandare il matrimonio, però nemmeno ciò è dovuto interamente alla sua energia perché si sente appoggiato dalla madre. Inoltre, la sua incapacità di amare gli fa nutrire riserve e dubbi sulla sua partner e lo porta a fantasticare su donne più belle e più giovani che in futuro potrebbe avere. Ora però non si azzarda a tradirla con altre, anche se ci pensa.

La fissazione incestuosa del paziente gli impedisce di raggiungere uno stato adulto sul piano degli affetti, così che egli sente il bisogno di essere amato ma non quello di amare.
Il bisogno di ricevere e la mancanza di fede nelle proprie risorse interne lo rendono succube della figura femminile, sentita quale dispensatrice di ogni bene e sicurezza.
Come già nei confronti di sua madre, egli prova infantile ammirazione e timore per la sua donna e vive una inferiorità fisica ed emotiva insieme, con rancori non espressi direttamente. Vorrebbe lasciarla, ma teme che sia lei a stancarsi di lui e ad andarsene. Così non riesce né a staccarsi da lei né ad amarla. Bloccato in uno stato di sentimenti infantili, non sa assumersi le sue responsabilità. Per lui, spezzare il legame simbiotico significa rinunciare all'avvolgimento caldo, all'abbraccio tenero che lo tengono prigioniero, mentre il suo processo di individuazione richiederebbe un passo di libertà e di autonomia, con il pagare sul piano dei vantaggi materiali l'affrancamento e con l'affrontare la paura della solitudine e dell'abbandono.


4. Dopo quattro mesi di analisi, una donna di 23 anni porta questo sogno:

"Mia madre sta facendo la pasta. La pasta le esce già fatta dalle mani, specialmente dalle dita".

Qui il corpo materno produce cibo direttamente, come già un tempo produsse latte, ed è la fonte del cibo, senza mediazioni. Da quel che la paziente associa, sembra anche che il corpo della madre non si esaurisca o non si diminuisca in seguito a questa sua operazione, come fosse una matrice di alimento, un imperituro organismo funzionante.
Perché la sognatrice vede sua madre trasformarsi in pasta? Si sente in rapporto a lei negli stessi termini in cui si sentiva quando era ancora lattante, cioè di totale dipendenza?
Per certi aspetti, pare di sì. La paziente ha interrotto gli studi all'età di 17 anni e successivamente ha svolto diversi lavori occasionali alternati a periodi di disoccupazione. E' fidanzata da quattro anni con un ragazzo più giovane di lei di due anni. Prima dell'attuale fidanzato aveva avuto alcune altre esperienze sempre con ragazzi più giovani e sempre interrotte da lei.
Mentre il fratello maggiore di sei anni si è laureato in architettura e vive in un'altra città, dove ha trovato un lavoro, la paziente vive in casa coi genitori. Il padre è funzionario di banca, la madre casalinga. Entrambi sono colti e leggono molto. Lui trascorre il poco tempo libero leggendo libri, è piuttosto freddo e distaccato anche quando si interessa dei figli, dei quali si è sempre preoccupato in termini intellettuali e secondo principi educativi da lui ritenuti aperti e progressisti, riassunti nella frequente domanda posta ad ogni età ai suoi figli: "cosa ne pensi?". La paziente commenterà: perché non mi chiedeva mai cosa sentivo?

Quel che la paziente sentiva era paura: paura del buio, paura di fare brutti sogni, paura degli insegnanti, altre paure indefinite, senza preciso oggetto, più o meno intense, talora improvvise e brevi, talaltra annunciate da un'aura di inquietudine e poi persistenti, vaghe e cangianti. Nell'adolescenza soffrì di ipocondrie e di dismorfofobie. Non si sentiva libera di fare o anche solo di pensare nulla senza riferirlo a sua madre, anche se questa era spesso brusca e spazientita con lei. La figlia pensava di avere un buon dialogo con la madre, ma il dialogo presuppone due persone distinte, mentre la figlia non era distinta dalla madre ma confluiva in lei. A 19 anni sognò che sua madre, per aiutarla, le toglieva la verginità, non ricorda se col pene.

Uno dei primi sogni portati in analisi fu di una donna non più giovane che volava e aveva occhi azzurri e magnetici; lei si sentiva attratta come se non ci fosse più la forza di gravità e tutto il suo corpo volesse sollevarsi da terra. Gli occhi della madre non sono azzurri, ma la paziente, dopo quasi tre anni di analisi, si sta rendendo conto che la incantano, anche se solo ora le appaiono spesso cattivi, con una luce maligna e ammaliante insieme.

Lei e il suo fidanzato si dovrebbero sposare e le loro due famiglie hanno già comprato una casa a tale scopo, ma lei vive nell'angoscia del matrimonio e tormenta in mille modi il fidanzato. Quando si pensa nella nuova casa viene colta da un senso di nostalgia struggente, si rifugia nella sua stanza, si sdraia sul letto e guarda una ad una tutte le cose che sono lì, mobili, soprammobili, quadri, libri, si aggrappa a loro con lo sguardo, disperatamente, piangendo. Sente che non può ancora vincere la forza che la lega alla sua famiglia, in particolare alla madre, della cui presenza fisica quotidiana ha bisogno. Dipende da sua madre tanto che certi giorni non riesce nemmeno a farsi il letto da sola. Più si lascia andare alla sua passività più resta ipnotizzata dalla voce di sua madre. La ode dalla sua stanza, anche con la porta chiusa.

Ora però, pur dentro al suo mondo assorto, è come più vigile e nel suo ascolto a volte si attiva uno spirito di osservazione che si muove all'interno delle percezioni: la madre cammina, sbatte le porte, percuote stoviglie, trema la casa al suo passo; la paura è corale, gli oggetti sentono quello che sente lei. Ancora scruta il volto materno e ne è catturata per la mimica e per il gioco espressivo delle sottili rughe che accompagna il parlare, però un filo di consapevolezza percorre i suoi stati di fascinazione e li scopre vissuti dentro l'atmosfera magica che sa creare sua madre, seduttiva un po' con tutti.
Quel modo di manifestarsi e di presentare le cose fatte da lei o i suoi pensieri sanno tenere l'attenzione delle persone e hanno il potere di soggiogare la figlia, che però ormai si può permettere di sognare apertamente, anche se nel terrore notturno, la madre come strega, o la madre che ricorre a streghe per fare o per togliere malocchi. Viene chiarendosi il significato della fuoriuscita di pasta dal corpo della madre: si tratta di una produzione magica resa possibile sia da taluni tratti istrionici della madre sia soprattutto dalla passività e dalla dipendenza simbiotica della figlia.


5. Entrambi i pazienti sono molto fissati in senso preedipico alla figura materna. La loro è una "incestuous symbiosis", che nella seconda paziente raggiunge un livello più grave che nel primo. "What is meant by 'symbiosis'? There are various degrees of symbiosis, but they all have in common one element: the symbiotically attachet person is part and parcel of the 'host' person to whom he is attached. He cannot live without that person, and if the relationship is threatened he feels extremely anxious and frightened" (Fromm, 1964, p. 231).

L'attaccamento preedipico è molto più intenso di quello edipico che Freud basava sul desiderio sessuale dei figli per il genitore di sesso opposto.
La fissazione incestuosa simbiotica comporta il desiderio estremo di essere amato come un bambino piccolo, addirittura ancora lattante, o perfino, nei casi più gravi, di rientrare nel ventre della madre, portando il rifiuto di ogni indipendenza da lei fino all'indistinzione. In un tale legame la paura della madre, poiché ci si trova completamente in sua mercè, raggiunge livelli di terrore paralizzante la cui esperienza può essere resa solo dai sogni, dai miti, dalle opere d'arte e dai simboli che incontriamo nella storia delle religioni.
Fromm (1964) nota che Freud aveva considerato anche la fase preedipica, pur pensando che questa era molto più importante per la donna che per l'uomo, e ne cita il seguente passo: "Our insight into this pre-Oedipus phase in the little girl's development comes to us as a surprise, comparable in another field with the effect of the discovery of the Minoan-Mycenaean civilization behind that of Greece" (Freud, 1931, p. 226).

Queste righe sono così commentate da Fromm (1964, p. 225):
"In this last sentence Freud recognized, more implicitly than explicitly, that the attachment to mother (...) can be compared with the matriarchal features of pre-Hellenic culture. But he did not follow up this thought".

Dunque anche Freud sembra scorgere una sorta di parallelo simbolico tra fase preedipica e matriarcato. In entrambe le situazioni il ruolo della madre e la dipendenza dei figli sono massimi, ma, mentre l'attaccamento del bambino piccolo alla madre appartiene ad un processo naturale di sviluppo, il potere matriarcale sui figli adulti è un fatto di civiltà, che va considerato nei suoi aspetti positivi e nei suoi aspetti negativi.
Anche nel mito di Demetra noi troviamo simbolizzati questi aspetti. La Dea genera e produce, pervade la natura tutta nei suoi processi di permanente rinascita, pone un ordine creativo nei gruppi civili per il bene di tutti gli esseri umani, di tutti i figli.
Il lato positivo del mito matriarcale di Demetra sta in un umanesimo elementare, di base, che non solo abbraccia, scalda e nutre ogni essere umano, ma anche pone norme di vita sociale fondate più sul rispetto che sul dominio. Ma quando Demetra, come canta Omero nel suo "Inno a Demetra", si addolora e si adira per il rapimento della figlia Persefone, prigioniera nell'Ade, e diventa "Demeter Erinys" (Kerény, 1951), su tutte le creature cala lo sgomento e lo sconforto. Demetra diventa furiosa e incurante dei buoni rapporti tra gli esseri umani, e si rifiuta di suscitare nella natura i suoi processi generativi, di infondere il verde nell'erba, nelle gemme e nelle foglie, di aprirsi nella fragranza dei fiori e di porgersi nei sapori dei frutti maturi. Allora uomini e dei si disorientano, non sanno più cosa fare, si disperano e supplicano la Dea Madre di tornare sia alle sue funzioni di vivificare, vitalizzare e approvvigionare, sia a quelle di provvedere all'ordine e all'armonia degli assetti umani.
Se Demetra si ritira dal mondo, gli esseri umani a cui lei si dedica non sono in grado di fare da soli, non sono diventati adulti e autonomi, tali da prendere in mano la loro situazione e produrre con le proprie forze quel che la loro Grande Madre elargiva.

Se l'amore materno è un dono e una grazia, il potere femminile può portare alla dipendenza. Il limite del matriarcato è la fissazione incestuosa dei figli, con la conseguenza di uno sviluppo incompleto e di una mancanza di individuazione.


6. Il naturalismo del mito di Demetra ha in sé una visione biofila delle trasformazioni di vita e morte. Kerény crede che madre e figlia siano una sola e medesima figura, la quale presenta un lato "nero" nella relazione con l'oltretomba. Il tempo dell'anno durante il quale Persefone è tenuta nell'Ade è la stagione della natura improduttiva, dei semi che restano sottoterra e del dolore materno di Demetra che non dà frutti.

Ma i processi vitali continuano sotto la terra. I misteri eleusini iniziavano i fedeli all'"abisso del seme" che deve morire per rinascere ed entrare nell'infinito della vita sovraindividuale (Kerény & Jung, 1940-41).

Tutti i processi di passaggio vicendevole e di scambio tra materia organica e materia inorganica parlano alla fantasia umana e suscitano diverse passioni. La nascita e lo sviluppo della complessità nella complessità, il palpito vitale, la pulsazione di energie che spingono all'espansione e alla moltiplicazione delle forme e delle manifestazioni destano stupore e meraviglia e ispirano visioni biofile; oppure, al contrario, possono incantare e ipnotizzare le innumeri vie che conducono alla morte: soffocamenti, putrefazioni, decomposizioni, lacerazioni, amputazioni, spezzettamenti, disintegrazioni. Biofilia e necrofilia si contrastano all'interno dell'individuo e contribuiscono a rafforzare rispettivamente i tratti produttivi e quelli non produttivi della sua struttura di carattere. La persona completamente biofila e quella completamente necrofila costituiscono ipotesi estreme (Fromm, 1964, 1973).

Biofilia e necrofilia svolgono un ruolo importante nel determinare il tipo di fissazione incestuosa. Se prevalgono i sentimenti teneri e festosi dell'amore per la vita, la passione incestuosa è calda ed affezionata e l'individuo può essere svegliato dalla forza della ragione propria al principio paterno. Il patriarcato infatti presenta gli aspetti positivi della razionalità, del senso della disciplina e dell'individualismo, insieme agli aspetti negativi del dominio, della gerarchia e dell'ineguaglianza (Bachofen, 1861, Fromm, 1935, 1955). D'altra parte, se prevalgono in modo deciso le passioni necrofile, si può giungere al caso estremo di un sentimento incestuoso freddo (Fromm, 1973), di una relazione maligna con la morte, che porta a patologie serie.
Secondo Fromm, il ventre materno è come la terra che sostiene e nutre ogni cosa, piante, animali, esseri umani, e a cui ogni cosa ritorna nella morte. La Madre Terra si apre, partorisce e dà la vita, mentre allo stesso tempo si chiude nell'abbraccio finale della tomba.

L'aspetto di morte della madre può sostenere una certa fascinazione ed attrazione "as iron is drawn to a magnet" (Fromm, 1973, p. 329), cioè in termini freddi e necrofili. Il sogno della seconda paziente in cui lei si sente attratta, e sul punto di sollevarsi da terra, dagli occhi di una donna che sta volando sopra di lei (quale che sia la lettura del volo: volano sia le streghe che i pensieri e sentimenti liberi e creativi) propone un contenuto non molto lontano da questa ipotesi estrema di Fromm. Fortunatamente la freddezza dei genitori della paziente non è propriamente metallica e la necrofilia materna è contrastata da una certa vivacità intellettuale e da una certa produttività.
Queste qualità della madre però la figlia non riesce a svilupparle, a causa della sua paura di vivere che la riempie di odio, le fa volgere le spalle al futuro e le fa sentire il fascino del passato e il richiamo sia del seno che del grembo materni.


7. Riportare dei casi clinici al mito di Demetra, come ad altri miti, può non essere solo un esercizio intellettuale. Molto dipende da come lasciamo che il mito ci parli nel linguaggio universale dei simboli e ci susciti una comprensione più figurata e più sfaccettata, con più immagini, della situazione di dipendenza e aspettativa in cui si trova l'analizzando.
Trovare consonanze tra sogni e mito è già un uso clinico del mito, che aiuta l'analista ad ascoltare la totalità umana del paziente, l'essere umano universale che in lui è rimosso per effetto dei "filtri" sociali (Fromm, 1960) che selezionano i contenuti psichici ammessi alla coscienza.
La rimozione è un meccanismo di difesa che può provocare reazioni creative dei contenuti resi inconsci, come quella di cercare la via dei simboli per parlare enigmaticamente alla coscienza.
Il mito apre una finestra sull'inconscio, a patto che noi lo lasciamo parlare nella sua lingua specifica, senza volerlo catturare in una interpretazione.
Il nostro ascolto dovrebbe essere come un "prendere e bere la pura acqua della sorgente" (Kerény & Jung, 1940-41). Kerényi prosegue affermando che "c'è ancora molto che separa la bocca dall'orlo del calice". L'avvicinarsi dell'orlo del calice alla bocca è un fatto di ascolto, poiché "il paragone più appropriato è quello della musica".
Ora, anche l'analisi di un paziente è un fatto di ascolto, e come c'è un "aspetto immaginifico-significativo- musicale" nella mitologia esso c'è anche nel rapporto psicoanalitico. Anche i sogni aprono finestre sull'inconscio. La veduta dalla finestra del sogno può rimandare alla veduta dalla finestra del mito, con arricchimento reciproco, senza mai esaurire il dipinto vivente della totalità umana.


B I B L I O G R A F I A

Bachofen, J.J. Das Mutterrecht (1861). In: Meuli K. ed. Gesammelte Werke, I,II. Basel, 1948.
Burkert W. Structure and History in Greek Mythology and Ritual. The Regents of the University of California, 1979.
Eliade M. Histoire des croyances et des idées religieuses, I. Paris: Payot, 1975.
Freud S. Female Sexuality (1931). London: Hogarth Press, 1981; SE 21.
Fromm E. Die sozialpsychologische Bedeutung der Mutterrechtstheorie (1935). In: Funk R. ed. Gesamtausgabe, I. Stuttgart: Deutsche Verlag-Anstalt, 1980.
Fromm E. Man for Himself. An inquiry into the psychology of ethics (1947). In: Funk R. ed. Gesamtausgabe, II. Stuttgart: Deutsche Verlags-Anstalt, 1980.
Fromm E. The Sane Society (1955). In: Funk R. ed. Gesamtausgabe, IV. Stuttgart: Deutsche Verlag--Anstalt, 1980.
Fromm E. The Art of Loving (1956). In: Funk R. ed. Gesamtausgabe, IX. Stuttgart: Deutsche Verlags-Anstalt, 1981
Fromm E. Psychoanalysis and Zen Buddhism (1960). In: Funk R. ed. Gesamtausgabe, VI. Stuttgart: Deutsche Verlag-Anstalt, 1980.
Fromm E. The Heart of Man (1964). In: Funk R. ed. Gesamtausgabe, II. Stuttgart: Deutsche Verlags-Anstalt, 1980.
Fromm E. The Anatomy of Human Destructiveness (1973). In: Funk R. ed. Gesamtausgabe, VII. Stuttgart: Deutsche Verlags- Anstalt, 1980.
Kerényi K. Die Mythologie der Griechen. Zürich, Rhein-Verlag, 1951.
Kerényi K, Jung CG. Einführung in das Wesen der Mitologie (1940-41). Zürich, 1951.

venerdì 4 aprile 2008

Da "I FUOCHI BLU" di James Hillman

Dunque il problema del male, come quello del brutto, rimanda in primo luogo al cuore anestetizzato, al cuore che non reagisce a quello che ha davanti e che trasforma con ciò stesso il variegato volto sensuoso del mondo in monotonia, in uniformità, in unità. Il deserto della modernità.

Eppure, sorprendentemente, quel deserto non è senza cuore, perché il deserto è dove vive il leone. Deserto e leone sono tradizionalmente associati nella medesima immagine, sicché, se vogliamo ritrovare il cuore reattivo, dobbiamo andare là dove più sembrerebbe assente.

Secondo il Physiologus (tradizionale compendio di psicologia animale), alla nascita i cuccioli del leone sono inanimati e vanno destati alla vita con un ruggito; ecco perché il ruggito del leone è così possente: per risvegliare i leoncini dal loro sonno, dal sonno in cui sono immersi dentro il nostro cuore.
Dunque, il pensiero del cuore non è semplicemente dato, non è una innata risposta spontanea, sempre pronta, sempre presente. No, il cuore va pro-vocato, fatto uscire, che è appunto l’etimologia che Marsilio Ficino dà della bellezza: kallos, dice, viene da kaleo, "pro-vocare". "Il bello genera il bene".

La bellezza deve essere provocata alla vita con il furore, l’oltraggio, perché i cuccioli del leone nascono inanimati, come la nostra pigra acquiescenza politica, il nostro carnivoro stordimento davanti al televisore: la paralisi per la quale il pharmakon di Paracelso era l’oro, il metallo del leone.
Ciò che nel cuore è passivo, immobile, addormentato crea un deserto, e il deserto può essere curato soltanto dal suo stesso principio parentale, che esprime con un ruggito le sue cure che ridestano alla vita. "Ruggisce il leone al deserto infuriante" ha scritto Wallace Stevens. "Cuore, istinto, principio": Pascal...

Più grande è il nostro deserto, più grande deve essere il nostro furore, e quel furore è amore.

Le passioni dell’anima rendono abitabile il deserto. Non abitiamo una grotta di rupi, bensì il cuore che è dentro il leone. Il deserto non è in Africa; è dovunque, quando si è disertato il cuore. I santi non sono morti; essi vivono nelle passioni leonine dell’anima, nelle immagini che ci tentano, nelle fantasie sulfuree e nei miraggi: la via dell’amore.
Il nostro percorso attraverso il deserto della vita, o qualunque suo momento, è il risveglio alla vita come deserto, il risveglio della belva, sentinella del desiderio, la sua zampa famelica, infocata e insonne come il sole, esplosiva come lo zolfo, che incendia l’anima.
Il simile cura il simile: la belva del deserto è il nostro custode nel deserto della burocrazia moderna, della bruttezza urbana, delle banalità accademiche, dell’aridità professionale e ufficiale: nel deserto della nostra ignobile condizione...

Quel furore ci fa paura; non osiamo ruggire. Con Auschwitz alle spalle e l’atomica all’orizzonte, lasciamo dormire i piccoli leoni davanti al televisore, il cuore, imbottito del suo stesso zolfo coagulato, ormai diventato una belva nella tana che prepara il suo attacco, l’infarto.

In psicologia, addomestichiamo il nostro furore con eufemismi negativi: aggressività, ostilità, complesso del potere, terrorismo, ambizione, il problema della violenza. La psicologia psicoanalizza il leone. Forse sbagliava Konrad Lorenz, e sbagliano gli psicologi, a cercare un modo di aggirare l’aggressività. È "aggressività" o non è invece il leone che ruggisce al deserto infuriante? Non avrà, la psicologia, perduto lo zolfo nativo, trascurato Marte che cavalca il leone, Marte, l’amato di Venere-Afrodite?

venerdì 28 marzo 2008

IL GRANDE SOGNO D'AMORE

di Gianfranco Casalis

Gli esseri umani credono nel grande sogno d’amore, come a quella possibilità di unione che può cambiare la vita in una relazione che implica il rispetto reciproco, fedeltà, condivisione, complicità.
Sembrerebbe che nel profondo del nostro essere ci sia una sorta d’energia sconosciuta che ci spinge alla ricerca di un altro essere che non rappresenti soltanto una possibilità riproduttiva semplicemente biologica, per la quale siamo naturalmente dotati, ma una tensione a realizzare quell’unione che ha una matrice diversa da quella fisica, difficilmente definibile, che sentiamo continuamente sfuggente e la cui ricerca spesso ci pone di fronte ad un vuoto incolmabile e ad una sensazione di grande mancanza.

La tensione a ricercare tale realizzazione ci conduce lungo territori sconosciuti per i quali all’inizio siamo come guidati da impulsi istintuali che, però, non risultano sufficienti a realizzare il grande sogno d’amore. Per comprendere meglio dovremmo scavare sotto la superficie e cominciare a ricercare ciò che non è immediatamente visibile.

Prima di diventare esseri umani completi e in seguito adulti, abbiamo vissuto per nove mesi custoditi, contenuti, protetti, in una dimensione paradisiaca, in una calda avvolgente dimensione, nell’utero materno, nel mare primordiale, in cui potevamo percepire un profondo senso di completezza biologica e psicologia.
In quelle tiepide, rincuoranti e oscure acque del mare primordiale, l’essere umano, probabilmente, non conosceva ancora che cosa è il bisogno e i meccanismi di adattamento e viveva cullato dalla risacca rassicurante dei ritmi e del respiro materno in una sorta di perfezione assoluta, non ragionata ma intensamente vissuta, in una percezione arcaica e lontana di cui l’essere umano, quando adulto, potrà percepire antiche, vaghe e indefinite tracce di memoria.

Ma anche se non conserviamo nulla di quelle tracce a livello di consapevolezza la loro presenza è ancorata nel nostro profondo e primitivo sistema biologico e psichico.
Questo periodo di profonda beatitudine è un’esperienza ancestrale presente e comune a tutta l’umanità.
Il momento della nascita è in relazione alla prima esperienza di distacco, separazione da quella originale condizione paradisiaca di totale e inconsapevole benessere.
La perdita di quella beata condizione si carica di angoscia poiché madre e figlio non sono più fusi in quella unità psico-corporea e il neonato comincia la sua vita da essere umano protetto e accudito in modo diverso dalla situazione primordiale precedente che insieme al nuovo modo di percepirsi attraverso le cure e l’amore materno si ricompone in una specie di nuova condizione paradisiaca.

Questa nuova condizione sostituisce quella precedente anche se profondamente diversa e il neonato, comincia a vivere l’origine di quella mancanza che da quel momento in avanti continuerà a cercare di colmare per il resto della sua esistenza.
Il bisogno dell’essere adulto di sognare e desiderare il grande amore, l’anima gemella, sembrerebbe avere origine da questi presupposti relazionali originari in cui la relazione di coppia sembra essere perfetta.

Dietro il profondo e umano desiderio d’amore vi è dunque il bisogno di ripristinare questo senso di completezza totale, di infinita beatitudine e assoluta interezza.
Ma dietro questo desiderio d’amore, spesso, nella relazione di coppia, si nasconde l’inganno dell’individuo che ancora rifiuta in modo oppositivo e inconscio la propria “nascita psicologica” e pretende, sempre inconsapevolmente, che il rapporto d’amore si adegui al suo bisogno paradisiaco in cui l’imperfezione legittima, umana del partner rappresenta una colpa, un difetto che non gli consente di ripristinare ciò che ha perduto e che ancora non ha emotivamente compreso del suo stesso remoto passato.

Questa mancanza di accettazione più profonda dell’altro che scaturisce dall’incapacità di diventare individui più consapevoli dei propri e dei limiti altrui e impossibilitati di sostituirci a quella relazione primaria, sprofonda l’essere umano in una sensazione di vuoto incolmabile e lo spinge, alla ricerca di un bisogno di risarcimento dalla vita che pensa, inconsciamente, il partner dovrebbe consentirgli di ottenere.

È come se quella parte infantile, non evoluta e inconscia pretendesse ancora di recuperare quell’amore incondizionato, in quella situazione beata, ormai lontana nel tempo ma continuamente presente e attiva, come una traccia di memoria antica e primitiva, nelle profondità del nostro essere che reclama d’essere rivissuta.
In questo modo l’individuo adulto ha difficoltà ad entrare in un contatto più autentico con l’“altro” da sé.
È una sorta di pretesa inconscia di onnipotenza che ostacola, nell’essere umano, la possibilità di entrare veramente in contatto con l’altro.

L’essere umano adulto dovrebbe comprendere e affrancarsi da quella condizione d’amore primario, legata alla relazione materna e profondamente radicata nella nostra dimensione più intima. In tal modo la consapevolezza che quella condizione non è ripetibile e che il nostro partner non può risarcirci di ciò di cui sentiamo la mancanza profonda ci consente di poter amare in modo più concreto, libero, autentico e profondo, dove il bisogno antico di dipendenza infantile si trasforma in interdipendenza consapevole e scambio reciproco nella consapevolezza e nel rispetto dell’autonomia di chi amiamo e dal quale siamo riamati.

L’essere umano non ancora affrancato da quella relazione primordiale d’amore beato e fusionale nel rapporto materno si spinge continuamente e inconsciamente alla ricerca di un amore di coppia totalizzante, ma del tutto estraneo alla realtà dell’altro con cui è in relazione.
Questo bisogno di amore assoluto entra in conflitto con i bisogni di indipendenza del partner che si sente spesso soffocato e ingabbiato da una richiesta non espressa e prevaricante.

In questa situazione di relazione infantile di dipendenza reciproca in una relazione amorosa non ancora emancipata da quella legata alla situazione primordiale materna, i due amanti si ritrovano a scambiarsi accuse e ripicche reciproche in un gioco di potere involutivo, mortificante e deprimente.
Inoltre, spesso, saranno spinti alla separazione dall’altro finché non riusciranno a comprendere emotivamente attraverso uno sguardo introspettivo meno superficiale, ciò che ripetono costantemente nelle loro relazioni in modo ignaro e che li riporta continuamente al punto di partenza, carichi di risentimento e insoddisfazione esistenziale dove le ombre del mondo inconscio vengono proiettate sull’altro considerato colpevole d’essere cambiato, diverso, non come lo avevamo conosciuto e quant’altro ancora.

In questo modo si carica l’altro di colpe che spesso appartengono allo stesso individuo che non ha il coraggio di mettersi in gioco con se stesso e trova nell’altro il capro espiatorio della propria sofferenza e insoddisfazione nevrotica.
Elaborare questo antico lutto relazionale del rapporto materno che ha inizio nella dimensione intrauterina, significa accettare emotivamente, profondamente e non soltanto con la razionalità che i partners non sono inseparabili.

Nella meravigliosa esperienza dell’innamoramento gli individui tornano in quella situazione di rapimento estatico e incantato che riporta in quella dimensione fusionale di condivisione assoluta. In questa dimensione amorosa, gli innamorati idealizzano l’amante e non lo vedono per quello che è veramente, ma per ciò che vorrebbero che fosse, annullando ogni tratto che preferiscono non conoscere.

Il bisogno fusionale legato alla dimensione intrauterina viene come reso nuovamente attuale in una sorta di risarcimento e di attesa infine soddisfatta.
Vivere l’illusione di questo sogno d’amore, come avviene nel momento dell’innamoramento, significa rimanere ancorati ad un irraggiungibile ideale di perfezione.
L’amore profondo e più autentico non si sviluppa nella dipendenza e nel bisogno perentorio d’essere amati senza esclusioni e incertezze, in cui la possessività la fa da padrona, esigendo che l’altro ci appartenga in modo oggettuale ed esclusivo.

L’altro non può essere un oggetto fagocitato dal nostro bisogno di possesso, ma un soggetto con i suoi propri desideri, i suoi modi d’essere e di pensare.
Se il bisogno fusionale atavico che l’innamoramento risveglia dal profondo del nostro animo non viene compreso ed elaborato non potrà evolversi in una dimensione d’amore più vera e porterà gli innamorati a vivere quella condizione di ricerca fusionale come una situazione mortifera tanto della coppia quanto del singolo individuo.

L’amore si sviluppa se si nutre di libertà in cui gli individui sono capaci di donarsi reciprocamente nell’accettazione delle loro umane e legittime differenze in grado di mantenere profondamente vivo il fuoco del desiderio. L’amore autentico non è sinonimo di perfezione e nasce dall’abbandono dell’onnipotenza illusoria di fusione totale, dall’umiltà e dalla consapevolezza di seguire ciascun componente della coppia il proprio “processo di individuazione” in un mutuo e costante donarsi reciproco.

L'UOMO ALLA RICERCA DELLA "SUA ANIMA"

di Lida Fassio

L’amore oltre ad essere una grande avventura in quanto mette in moto un’energia potente e trasformante è anche fondamentale perché ci permette, ogni volta che ci innamoriamo, di entrare molto in profondità nel mondo dei nostri sentimenti: in pratica, quando ci innamoriamo affrontiamo un vero viaggio nell’ignoto... solo che l’ignoto siamo noi stessi.

Non a caso l’amore è la più potente e straordinaria fonte di conoscenza di cui disponiamo per cui, mentre coscientemente noi viviamo tutte quelle suggestioni meravigliose che ci fanno sussultare, gioire, amare e vivere: l’innamoramento è un grandissimo sconvolgimento che rimette in circolo tutta la nostra energia e che nutre tutte le nostre cellule; tuttavia, quando siamo innamorati anche la nostra anima si mette al lavoro per un fine molto più sottile, meno percepibile ma non per questo meno interessante: lo scopo è quello di conoscerci mentre conosciamo il partner.

Abbiamo sostenuto tante volte che la “relazione” è il gioco più appassionante in assoluto perché consente di poter proiettare un grandissimo numero di nostri contenuti psichici; più i sentimenti sono intensi e più i nostri contenuti tendono ad emergere facendoci scoprire chi siamo e regalandoci, via via, una sempre maggior completezza.
Ragion per cui è interessante vedere quali tipi di partner incontriamo per comprendere quali parti di noi stiamo scoprendo e su cosa sta lavorando la nostra anima.

E’ importante sapere che tutto ciò che è inconscio dentro di noi verrà proiettato su qualcosa o qualcuno all’esterno: i nostri contenuti sono “immagini interiori” che non si accontentano di restare al buio e così, prendono vita attraverso questo stratagemma: agiscono attraverso uno schermo.
La proiezione è come un boomerang: viene lanciato fuori ma dovrà ritornare a noi: agisce come una calamita che attrae determinati tipi di persone e non altre e lavora incessantemente affinché noi entriamo in contatto con persone che riflettono queste immagini interiori.

La proiezione agisce indistintamente sia negli uomini che nelle donne ma, perché sia veramente efficace, deve trovare degli agganci: deve trovare un qualcosa che “somigli” perché deve agire come un vestito che trova un attaccapanni perfetto che, nel caso, calza a pennello sull’immagine interiore che l’altro ha dentro.
Comprendere bene cosa accade quando ci innamoriamo e quando scegliamo una persona è una fonte di grande apprendimento.

Perché possa partire una proiezione occorre che ci siano delle parti di noi non vissute, non ancora scoperte e quindi in ombra che vengono attivate nel momento in cui si rispecchiano in un’altra persona.
Gli uomini, che sono identificati con il loro maschile, devono quindi lavorare per scoprire il loro magico mondo femminile interno e lo faranno proprio lasciandosi sedurre da quelle donne che più agganceranno la proiezione delle sue immagini interne e meglio le rifletteranno (ANIMA) mentre, le donne, faranno altrettanto per la loro parte maschile che fatica a svilupparsi e che ha bisogno di “essere vista” fuori per poter in seguito, essere accolta e vissuta dentro (ANIMUS).

Gli uomini proiettano dunque la loro ANIMA, un archetipo complesso che si è organizzato nel tempo e che porta con sé colorazioni e immagini collettive e contenuti personali acquisiti nella relazione con le donne che hanno colorato la loro vita come la madre, la nonna e figure femminili con cui è stato a contatto.
In questa sezione noi parleremo delle immagini interne dell’ANIMA dell’uomo, cercando di identificarne i tratti più interessanti con l’ausilio dell’astrologia.

Quando parliamo dell’ANIMA di un uomo intendiamo dunque il suo “immaginario femminile interno” che fungerà da catalizzatore per un certo tipo di donna che, sarà importante perché rifletterà i suoi tratti, sia quelli più luminosi dell’archetipo, sia quelli ombra.
E’ importante però che l’uomo comprenda che quei tratti , quelli che scoprirà quasi caricaturizzati nella parte ombra, appartengono a lui e sono ciò che lui ha di più profondo; sono il suo legame con l’inconscio e il mondo emotivo, quello che avrà la fortuna di conoscere attraverso le sue compagne.

La proiezione può però diventare una trappola perché, ad un certo punto della storia, richiede il ritiro e questo deve avvenire nel momento in cui quel particolare “contenuto – tratto” si svela e non è più inconscio e può così essere integrato nella propria personalità.
Se questo non accade, la psiche si arrabbierà e farà cadere la proiezione trasformandola in ombra pura, qualcosa che sembra l’opposto di ciò che tanto avevamo desiderato nell’altra persona; in pratica vedremo solo lati negativi ed avremo l’impressione di essere stati ingannati, perché il nostro riflesso non collimerà più con ciò che, secondo noi, dovrebbe ritornarci indietro.

Gli archetipi dell’anima di un uomo possono essere letti in un tema natale da tratti della Luna e di Venere, ma anche da particolarità negli elementi che indicano la costituzione energetica della psiche.
Per Jung le persone si possono riconoscere attraverso la funzione psicologica superiore, quella che è cosciente e che viene utilizzata per “fare esperienza” e che, per effetto del bipolarismo psichico, butta automaticamente nell’inconscio quella opposta e complementare, facendola diventare la funzione inferiore che, ovviamente è l’ANIMA dell’uomo, quella che potrà proiettare con più facilità e che sentirà “familiare” quando la incontrerà all’esterno. In effetti, quando la proiezione si aggancia perfettamente l’uomo si “sente a casa” con quella determinata persona.

Le funzioni sono quattro e si collegano astrologicamente agli elementi: Intuizione – Fuoco; Sensazione – Terra; Pensiero – Aria; Sentimento – Acqua.

INTUIZIONE – FUOCO

L’uomo intuitivo è un uomo che ha molto Fuoco nel suo tema e che, ovviamente ha come funzione inferiore la Terra. E’ un soggetto che si riconosce nell’azione, è potente, pieno di energia ed è fortemente mosso dalle sue visioni ed immagini interiori. Generoso, istintivo, poco organizzato è però un grande creativo che fatica a rendere concreti i suoi sogni e le sue visioni nonostante il suo fiuto. E’ pieno di iniziativa e di passione: è però incostante, impaziente, imprevedibile e sempre alla ricerca di qualcosa che lo ispiri, incapace però di valutazione e di realizzazione.
Questo uomo ha un’ANIMA, ovvero una funzione inferiore, di tipo Sensazione – Terra e sarà attratto da donne che incarnano l’archetipo dell’AMAZZONE che, nel loro lato luminoso, sono pratiche e sanno organizzare la vita dell’uomo; sono concrete e valutative, portano ordine nella casa; sono pazienti, costanti fortemente operative ed ancorate alla realtà. Si prendono un sacco di responsabilità e si fanno carico anche di ciò che non devono.
Il matrimonio interiore a questo punto è fatto. Se però l’uomo non imparerà a far sue le qualità della sua compagna “anima”, si troverà a vivere la parte ombra di questo archetipo che è particolarmente frustrante.
L’ombra infatti è carica di aridità, di eccesso di realismo che sembrerà uccidere tutti i sogni dell’uomo, è critica, distaccata e pedante e può diventare schiava dei doveri al punto da rinfacciare all’uomo il suo infantilismo; la praticità diventa blocco per lui che si sente cassato in ogni sua iniziativa, accusato di mancare di programmazione e di concretezza. Tutto ciò sembrerà quanto di più lontano da ciò che lui ha tanto desiderato e che contava di aver trovato nella realtà.

SENSAZIONE – TERRA

In questo caso, il nostro eroe è un uomo d’affari, pratico, concreto, non si lascia andare a sogni o a fantasie inutili, è capace di risultati che programma nella sua mente in modo accurato e quasi maniacale. E’ attento ai dettagli, ponderato, paziente e metodico. Vuole che le cose abbiano un ordine e crede nelle cose tangibili e visibili. E’ un capo nato e sa dirigere la sua vita e quella degli altri.
Proprio perché è lontanissimo dalla visione e dall’intuizione, non crede ai suoi sogni, e non ama fantasticare o affidarsi al suo mondo interiore sarà affascinato dall’archetipo della MEDIUM che annovera donne visionarie e profetiche , ispiratrici che portino il fuoco e l’azione nella sua vita.
Sarà colpito dai grandi slanci, dall’immediatezza e dalla generosità nonchè dalla capacità di prendere la vita come viene, senza programmare ogni cosa.
L’ombra di questa donna è però fortemente imprevedibile, poco organizzata e lui la sentirà inconcludente e senza struttura, persa nelle sue visioni che non hanno nulla di reale. La sentirà anche particolarmente incapace di gestire i suoi istinti e le sue emozioni e questo gli farà molta paura. La accuserà di non sapersi prendere le sue responsabilità e di cambiare sempre direzione.

PENSIERO – ARIA

L’uomo pensiero è estremamente razionale; è un intellettuale nato, vive concentrato sulla sua mente e sui progetti; distaccato, obiettivo e sperimentalista; capace di creare il mondo con le parole e di mediare perché non si coinvolge mai fino in fondo nelle situazioni. Freddo, carico di energia impersonale, sempre focalizzato sulle idee e scollegato dal mondo delle emozioni e dell’istinto. La sua mente sembra un laser che illumina esattamente ciò che vuole.
Il nostro uomo ha un’anima MADRE, accogliente e sensibile che proietterà su donne vulnerabili emotivamente, rapite costantemente dal loro romanticismo e dalla capacità di sognare e fantasticare. Sono donne ricettive che reagiscono ad ogni minima vibrazione e che difficilmente sanno spiegare il perché delle cose che sentono; sono capaci di avvicinarlo al lato mistico e spirituale della vita, insegnandogli a partecipare e a coinvolgersi. E’ la donna magica, che arriva al sentimento dell’uomo e lo nutre.
L’ombra però è estremamente sconfortante: diventa caotica, irrazionale ed umorale, incapace di stabilità e di continuità; incarna la confusione e la paura della perdita dell’equilibrio mentale e l’uomo l’avvertirà come disorganizzante, qualcosa da cui difendersi perché lo porterebbe nel regno della follia aprendo la sua mente ai fantasmi dell’inconscio.

SENTIMENTO – ACQUA

L’uomo in questo caso è sensibile, ha una natura molto femminile e vive nel suo mondo fatto di emozioni e di sentimenti. E’ un artista, indipendentemente da ciò che farà di professione, poroso e fluido, adattabile e mutevole, coinvolto in ogni minima situazione; poco obiettivo, non razionale e, per questo, estremamente soggettivo e toccato da energie sempre troppo personali. E’ capace di sentire gli altri, desideroso di contatto e di vicinanza, amorevole e premuroso, si lascia facilmente rapire dal sogno; ha scarsi confini e fa fatica a distinguere e a discriminare.
Proprio per questo ha un’anima ETERA, molto impersonale, distaccata e libera; fatica ad essere costante sulle cose perché cambia quotidianamente. Sarà attratto da donne molto intellettuali, capaci di grandi ideali e di pensiero eclettico; estraniate dalla vita pratica e dai sentimenti con il fascino della distanza e dell’inafferrabilità; ama donne che vivono nel mondo delle possibilità e che sono prive di direzione e aperte alla sincronicità; sempre diverse giorno dopo giorno, non vogliono limiti che considerano “prigioni”.
L’ombra di questo archetipo è distaccato e freddo, incapace di costanza e di impegno; penetrante e tagliente come un bisturi quando vuole ferire e lui la sentirà ingannevole nei rapporti perché si muove in continuazione ed è costantemente alla ricerca di novità e di eccitazione; sembra cambiare personalità e lui la sente sleale e instabile e si sente morire perché non riesce a creare un contatto profondo con lei.

Ovviamente, in questa rubrica abbiamo trattato la parte più semplice dell’Anima, quella più collettiva, legata appunto agli elementi.


giovedì 27 marzo 2008

IL TRIANGOLO AMOROSO

di Lidia Fassio

La possibilità di poter avere relazioni inizia nella nostra vita proprio attraverso un “triangolo”.
Con questo intendo dire che non può esserci “relazione” intesa come possibilità di scambio se prima non passiamo attraverso una situazione “ a tre”; questa fase, che inizia più o meno intorno ai tre anni di vita, ha a che fare con le prove tecniche di trasmissione del primo grande amore infantile che, ovviamente, si manifesta all’interno del nucleo familiare coinvolgendo tre persone: madre – padre e bambina.

Lei, lui e l’altra è la condizione attraverso cui la bambina sperimenterà le sue arti seduttive che la porteranno da un lato a cercare di conquistare il padre e, dall’altro a sperimentare per la prima volta un senso di profonda rivalità nella madre: così inizia l’esperienza che traghetterà la bambina dal mondo della diade, che è unità con la mamma, al mondo della relazione amorosa con una persona di sesso opposto.

E’ chiaro che in questa prima esperienza, l’amore viene vissuto come “impossibile”, anche se il senso di onnipotenza è grande al punto che la bambina dice “da grande sposerò il papà ”; qquesto stato tuttavia durerà solo per la prima parte della fase edipica, dopo di che ci dovrà essere una inevitabile frustrazione che culminerà con la percezione dell’impossibilità dovuta all’inadeguatezza e al veto che viene posto dal genitore della madre stessa.

Tutto ciò è necessario sia per spostare l’investimento libidico all’esterno della famiglia sia per il necessario processo di “identificazione” che porta la bimba a quel ... “diventare come la madre” che le permetterà – da adulta – di convogliare l’affettività e in seguito la sessualità su uomini esterni.

Durante tutta la fase edipica – che dura all’incirca tre, quattro anni - la bimba mette in atto tutta la sua forza seduttiva per riuscire a conquistare l’inconquistabile.
L’importanza di questo processo è fondamentale al punto che buona parte della psicanalisi si fonda sulla risoluzione o mancata risoluzione della stessa che consentirà di poter avere da adulti, relazioni sane e gratificanti.

Sappiamo tutti quanto intensi siano i sentimenti e gli istinti dell’infanzia e, proprio a questa fase si legano alcune tematiche molto evidenti nella rimessa in scena da adulti, di nuovi e particolari “triangoli amorosi”.
Infatti tutto ciò che non si è risolto ha lasciato comunque una traccia indelebile e, proprio per questo motivo, si riaffaccerà chiedendo una rievocazione proprio all’interno della relazione perché la prima “educazione sentimentale” non ha avuto un esisto corretto.

La nostra psiche non conosce altro modo per farci affrontare le fasi rimaste sospese se non conducendoci mano a mano a rientrarci dentro.
Le bambine sono innamorate del loro padre e cercano in ogni modo di mettersi in mostra e di accaparrarsene l’attenzione e l’amore.
Questo periodo necessita di unicità e di specialità e si vuole ottenere questo proprio da lui, senza alcuna interferenza.
Ovviamente, in questa fase la bambina sperimenta anche una profonda rivalità nei confronti della madre che, ai suoi occhi, contende l’esclusività del rapporto.

La rivalità è una esperienza pesante e fondamentale nello stesso tempo poiché, mentre da un lato desidera che la madre sparisca, ne ha comunque bisogno e questa ambivalenza dà vita a sentimenti di ostilità e di colpa che convivono gomito a gomito con quelli di ammirazione e di affetto.
Cosa succede pero’ se durante questa fase la bimba ha sperimentato solo rabbia e frustrazione perché non è riuscita nell’intento ed ha vissuto solo sensazioni di “perdita e di incapacità”?
E cosa invece se si è bloccata pensando di aver conquistato ”il genitore” sicura dunque di aver vinto sulla madre ma non riuscendo ad uscire dall’investimento emotivo e affettivo sul padre?

Questi contenuti se non risolti, riesploderanno prepotentemente nella vita di relazione adulta.
Gelosia, risentimento, voglia di conquista e di possesso, dolore, rinuncia, senso di colpa e di inadeguatezza, tutto ciò che ha affollato la mente durante quel periodo della storia personale infantile in cui i protagonisti della scena erano “tre” di cui uno da amare ed uno da eliminare per poter avere libero accesso, riaprirà i battenti per essere rielaborato e compreso.
Così, si entrerà all’interno di particolari dinamiche che avranno lo scopo di condurre alla conquista dell’oggetto d’amore che, come allora, dovrà essere “inconquistabile” e, quindi, non libero; in questo modo si rimette in piedi l’esatta situazione in cui si è sperimentata frustrazione, senso di impotenza e di perdita, cercando di dar vita ad una situazione con un finale diverso.

Nel secondo caso, invece, perdura una sorta di incesto affettivo che riporta anch’esso al bisogno di creare triangoli – sempre con persone inconquistabili – in modo da restare fedeli a livello psicologico all’insostituibile oggetto d’amore che c’è nella testa.

Come si può vedere, in entrambi i casi il “triangolo” è lo strumento attraverso cui la psiche ci riconduce come per magia al vecchio modello infantile in cui l’impossibilità di realizzazione del passato rivive attraverso la persona “non libera”; questo stato di cose che apparentemente sembrerebbe patologico, ad una lettura più attenta crea invece nuove chances per poter uscire da schemi nevrotici proprio “vedendoli in azione”.

Se siete intrappolati in una situazione in cui le uniche persone che attirate nella vita hanno la caratteristica di “essere già impegnate”, allora dovrete cercare di valutare attentamente se appartenete al primo o al secondo gruppo ricordando che nel primo caso ciò che è particolarmente affascinante è “la lotta con l’altra”, una sorta di rivendicazione nei confronti della madre che non ha permesso la seduzione e la conquista; nel secondo caso, invece l’uomo non libero permette di restare fedele al padre che, a livello psichico, resta a lungo “l’unico uomo della vita“ al cui confronto qualunque altro uomo appare come inferiore, non all’altezza e quindi, svalutato.

In entrambi i casi è ovvio che non può esistere relazione, ma solo “tentativi” di arrivare ad una relazione che vengono bloccati da qualcosa di irrisolto; inoltre, l’oggetto d’amore, sia nel primo che nel secondo caso è assolutamente trascurabile in quanto, se malauguratamente si lasciasse conquistare, perderebbe comunque ogni fascino.

Altri casi che possono dare la tendenza a triangolare sono quelli delle bambine che sono vissute sempre e solo con la mamma il che crea un arresto nello sviluppo affettivo ed emotivo, soprattutto quando la separazione ha generato grandi conflitti nella vita dei due genitori e, la figlia si è trovata in mezzo a difficoltà enormi dovute all’incapacità ad elaborare certi contenuti; un’altra causa può derivare dal troppo investimento che il genitore affidatario può aver fatto sulla figlia che viene vista come l’unico scopo della vita.

Un altro grande problema accade quando il padre è totalmente assente e costringe la bambina – che ha bisogno di crearsi una figura – a “mitizzarlo” facendolo diventare un eroe che, ovviamente, sfugge ad ogni confronto con la realtà.
In tutti questi casi la psiche infantile femminile può imprigionarsi in situazioni per cui il triangolo resta l’unica situazione possibile per riaffrontare il tema fondamentale della vita.

A livello astrologico possiamo rintracciare alcune di queste problematiche in particolari segnature del tema natale personale.
Ovviamente, non esistono segni che siano più predisposti di altri a questo genere di tematiche in quanto, le stesse, sono frutto di particolari blocchi interventi nell’infanzia e, pertanto, presenti in particolari aspetti tra alcuni pianeti.
La situazione che abbiamo indicato come apportatrice di lotte con “l’altra” è molto legata ad aspetti di Luna o Venere quadrate o opposte a Marte, oppure quadrate o opposte tra loro; in entrambi i casi vi è una psicologia “di conquista” che, se da un lato può favorire una certa tendenza all’affermazione di sé proprio nel campo amoroso, dall’altro è però indicatrice di una sottile lotta con l’elemento femminile che ha causato rivalità, gelosie, difficoltà di portare a termine il processo seduttivo nei confronti del padre causando un senso di frustrazione e di incapacità di ottenere ciò che si desidera unite a difficoltà nel percepirsi come “capaci di conquistare”.

Le quadrature Luna Venere danno anche una sensazione di svalutazione di sé e di bassa autostima che prende vita in invidie e scarsità di fiducia nei confronti delle donne in genere, che tendono ad essere percepite come “rivali”, soprattutto se vengono considerate “migliori, più belle, o più seduttive“ e quindi, in un certo senso da punire perché alimentano fantasmi di incapacità e di inadeguatezza.

Nel caso in cui i triangoli vengano agiti perché perdura invece uno stato di “innamoramento” nei confronti del padre abbiamo di solito una situazione in cui agli aspetti precedenti si aggiunge anche un Sole congiunto a Venere, aspetto che può farci pensare al fatto che il padre abbia in qualche modo risposto al desiderio della figlia creando un rapporto “psicologicamente invischiante” proponendosi in una veste un po’ troppo ambigua e scarsamente decifrabile per la figlia che da un lato lo percepiva come facilmente conquistabile e, dall’altro invece irraggiungibile.

Una volta diventata donna questa figlia rimane imprigionata in un ruolo in cui idealizza il padre e lo ritiene - a livello inconscio – l’unico uomo della sua vita che però non è stato totalmente conquistato; questo stato di cose la obbliga ad innamorarsi di uomini a cui però non può concedersi psicologicamente perché la parte affettiva è già impegnata.
Il triangolo apparirà dunque la situazione ideale poiché troverà fantastico il fatto che l’altro non possa impegnarsi, esattamente come non può farlo lei.

Gli schemi psicologici che sono un po’ patologici tendono a perpetuarsi nel tempo fino a diventare coercitivi obbligando a vivere e rivivere sempre la stessa scena ed in questo, la psiche si mostra una maestra straordinaria, perché ci costringe a rimettere mano ai nostri “insoluti”.

Un altro caso difficile è quello rappresentato dagli aspetti troppo armoniosi tra Sole e Nettuno e Sole Giove che tendono a dare una “idealizzazione” potente del padre quasi sempre abbinata al fatto che il padre era psicologicamente assente.
In effetti, Nettuno e Giove hanno il potere di ricostruire nella fantasia e nell’immaginario quello che nella realtà non c’è.
Anche in quest’ultimo caso la donna può imprigionarsi nel sogno dell’amore “impossibile” e, ancor più dell’inconquistabile, che porta ad innamorarsi di chi non c’è o di chi non può rispondere a questo desiderio, ma, in moltissimi casi anche all’amore ideale che è sempre una dimensione in cui si può fantasticare l’altro perché non esiste nella realtà.

Il triangolo può illudere a lungo la donna che il problema appartenga all’altro: infatti, nella fantasia femminile il problema è vissuto come una impossibilità dell’altro a rendersi disponibile e libero e spesso lei fatica a lungo prima di comprendere la parte che invece si gioca nell’andare a scegliere sempre quel particolare tipo di partner.

La sofferenza che questi aspetti propongono sul piano della realtà quotidiana ha il solo scopo di portare il soggetto alla fatidica domanda: “perché incontro sempre uomini sposati o non liberi”?; quello è il momento in cui si è pressoché pronti ad entrare dentro a qualcosa di personale cominciando a percepire la propria vita come qualcosa che in qualche modo “dipende da noi” e che, potrebbe anche cambiare.
Questo aspetto è fondamentale perché sposta completamene il baricentro della psiche: dalla proiezione di tutto ciò che non comprendiamo di noi su altre persone, all’idea invece che tutto in qualche modo sia legato a noi anche se, in quel preciso momento, magari non ne comprendiamo la ragione.
A tale proposito ricordo ciò che diceva Parsifal : “la domanda giusta comprende già la risposta o apre le porte ad essa”.

Per verificare se la vostra Luna fa un aspetto di quadratura dovete partire dal punto in cui è posizionata nel segno e nel grado e poi contare se trovate Marte o Venere a 90 max 96 gradi da essa, sia andando verso i segni che seguono sia tornando indietro verso i segni che precedono.(es. Luna in Cancro a 10 gradi)può fare una quadratura con un pianeta che si trovi tra i 4 e i 16 gradi di Bilancia oppure, tornando indietro, con un pianeta che si trovi tra i 4 e i 16 gradi di Ariete Per trovare invece una opposizione dovete cercare nel segno che sta di fronte alla vostra Luna con una approssimazione di max 9 gradi in più o in meno.(es. Luna in Cancro a 10 gradi) può fare una opposizione con un pianeta che si trovi tra 1 grado e 19 gradi di Capricorno.
Per ciò che concerne il nostro articolo sono interessati unicamente gli aspetti della Luna a Marte e/o Venere , oppure la congiunzione del Sole con Giove o con Nettuno (nel caso, il Sole deve trovarsi vicino a Giove o Nettuno - a max 9 gradi ).