BENVENUTI!

Benvenuti nel mio blog!
E' mio grande piacere, con questo spazio, mettere a disposizione di tutti ciò che più amo: POESIA, MUSICA, SPORT, MEDICINA, PSICOLOGIA, SAGGEZZA POPOLARE e tanto altro
.
Cari saluti!

Chiara Inesia


sabato 31 maggio 2008

LA LEZIONE DELLA FARFALLA

Un giorno, apparve un piccolo buco in un bozzolo; un uomo che passava per caso, si mise a guardare la farfalla che per varie ore, si sforzava per uscire da quel piccolo buco.
Dopo molto tempo, sembrava che essa si fosse arresa ed il buco fosse sempre della stessa dimensione.
Sembrava che la farfalla ormai avesse fatto tutto quello che poteva e che non avesse più la possibilità di fare niente altro.
Allora l’uomo decise di aiutare la farfalla: prese un temperino ed aprì il bozzolo. La farfalla uscì immediatamente.
Però il suo corpo era piccolo e rattrappito e le sue ali erano poco sviluppate e si muovevano a stento.
L’uomo continuò ad osservare perché sperava che, da un momento all’altro, le ali della farfalla si aprissero e fossero capaci di sostenere il corpo e che essa cominciasse a volare.
Non successe nulla! In quanto la farfalla passò il resto della sua esistenza trascinandosi per terra con un corpo rattrappito e con le ali poco sviluppate.
Non fu mai capace di volare.
Ciò che quell’uomo, con il suo gesto di gentilezza e con l’intenzione di aiutare non capiva, era che passare per lo stretto buco del bozzolo era lo sforzo necessario affinché la farfalla potesse trasmettere il fluido del suo corpo alle sue ali, così che essa potesse volare.
Era la forma con cui Dio la faceva crescere e sviluppare.

A volte, lo sforzo é esattamente ciò di cui abbiamo bisogno nella nostra vita.
Se Dio ci permettesse di vivere la nostra esistenza senza incontrare nessun ostacolo, saremmo limitati.
Non potremmo essere così forti come siamo. Non potremmo mai volare.
Chiesi la forza… e Dio mi ha dato le difficoltà per farmi forte.
Chiesi la sapienza… e Dio mi ha dato problemi da risolvere.
Chiesi la prosperità… e Dio mi ha dato cervello e muscoli per lavorare.
Chiesi di poter volare… e Dio mi ha dato ostacoli da superare.
Chiesi l’amore… e Dio mi ha dato persone con problemi da poter aiutare.
Chiesi favori… e Dio mi ha dato opportunità.
Non ho ricevuto niente di quello che chiesi…
Però ho ricevuto tutto quello di cui avevo bisogno.

Vivi la vita senza paura, affronta tutti gli ostacoli e dimostra che puoi superarli.

da http://www.piuchepuoi.it/storie/



Grazie a Nunzy Conti che ha trovato questa bellissima storia e foto http://nunzyconti.wordpress.com/

SHOW MUST GO ON - Queen

Empty spaces - what are we living for?
Abandoned places - I guess we know the score..
On and on!
Does anybody know what we are looking for?

Another hero - another mindless crime.
Behind the curtain, in the pantomime.
Hold the line!
Does anybody want to take it anymore?
The Show must go on!
The Show must go on!
Inside my heart is breaking,
My make-up may be flaking,
But my smile, still, stays on!

Whatever happens, I'll leave it all to chance.
Another heartache - another failed romance.
On and on!
Does anybody know what we are living for?
I guess i'm learning
I must be warmer now..
I'll soon be turning round the corner now.
Outside the dawn is breaking,
But inside in the dark I'm aching to be free!

The Show must go on!
The Show must go on! Yeah!
Ooh! Inside my heart is breaking!
My make-up may be flaking!
But my smile, still, stays on!
Yeah! oh oh oh

My soul is painted like the wings of butterflies,
Fairy tales of yesterday, will grow but never die,
I can fly, my friends!

The Show must go on! Yeah!
The Show must go on!
I'll face it with a grin!
I'm never giving in!
On with the show!

I'll top the bill!
I'll overkill!
I have to find the will to carry on!
On with the,
On with the show!

The Show must go on.


Lo spettacolo deve continuare

Spazi vuoti-cosa stiamo aspettando?
Luoghi abbandonati-
Credo che conosciamo il copione
Avanti e ancora avanti
Qualcuno sa cosa stiamo aspettando?

Un altro eroe un altro insensato crimine
Dietro il sipario sulla scena
Stanno in fila
C'è qualcuno che se ne vuole andare?
Lo spettacolo deve continuare!
Lo spettacolo deve continuare!
Dentro il mio cuore si spezza!
Il mio trucco potrebbe sciogliers!
Ma il mio sorriso continua a rimanere!

Qualunque cosa accada mi affiderò alla sorte
Un altro dolore un'altra storia fallita
Avanti e ancora avanti
Qualcuno sa per cosa viviamo?
Credo che sto imparando
Devo essere più coinvolto ora
Presto starò girando l'angolo
Fuori sta spuntando l'alba
Ma dentro nell'oscurità soffro ad essere libero!

Lo spettacolo deve continuare!
Lo spettacolo deve continuare!
Dentro il mio cuore si spezza!
Il mio trucco potrebbe sciogliersi!
Ma il mio sorriso continua a rimanere!

La mia anima è dipinta come le ali di farfalle
Le favole di ieri cresceranno ma non moriranno mai
Posso volare- amici miei!

Lo spettacolo deve continuare!
Lo spettacolo deve continuare!
Lo affronterò con un sorriso!
Non mi arrenderò mai!
Avanti con lo spettacolo!

Sarò la massima attrazione!
Sarò uno schianto!
Devo trovare la volontà per andare avanti
Avanti con lo
Avanti con lo spettacolo!

Lo spettacolo deve continuare



DON'T TRY SO HARD - Queen

If you’re searching out for something -
Don’t try so hard
If you’re feeling kinda nothing -
Don’t try so hard
When your problems seem like mountains
You feel the need to find some answers
You can leave them for another day
Don’t try so hard
But if you fall and take a tumble -
It won’t be far
If you fail you mustn’t grumble -
Thank your lucky stars
Just savour every mouthful
And treasure every moment
When the storms are raging round you
Stay right where you are
Don’t try so hard
Oooh don’t take it all to heart
It’s only fools they make these rules
Don’t try so hard
One day you’ll be a sergeant major
Oh you’ll be so proud
Screaming out your bloody orders
Hey but not too loud
Polish all your shiny buttons
Dressed as lamb instead of mutton
But you never had to try
To stand out from the crowd
Oh what a beautiful world
Is this the life for me
Oh what a beautiful world
It’s the simple life for me
Oh don’t try so hard
Oh don’t take it all to heart
It’s only fools - they make these rules
Don’t try so hard
Don’t try so hard


Non Provarci Così Duramente

Se sei alla ricerca di qualcosa
non provarci così duramente
se ti senti una nullità
non provarci così duramente
quando i problemi sembrano montagne
e senti il bisogno di trovare delle risposte
puoi rimandarle ad un altro giorno
non provarci così duramente

ma se cadi e fai un capitombolo
il momento non è lontano
se fallisci non devi lamentarti
ringrazia la tua buona stella
gusta ogni boccone
e fà tesoro di ogni istante
quando la tempesta infuria intorno a te
rimani dove sei
non provarci così duramente
non prenderti tutto a cuore in questo modo
sono solo gli stupidi a stabilire queste regole
non provarci così duramente

un giorno sarai un sergente maggiore
sarai così orgoglioso
urlando i tuoi maledetti ordini
ehi, ma non troppo forte
luciderai tutti i tuoi bottoni splendenti
vestito da agnello invece che da montone
ma non cercare mai di allontanarti dalla folla

che mondo meraviglioso
è questa la vita per me
che mondo meraviglioso
è questa la vita semplice che fa per me

non provarci così duramente
non prenderti tutto a cuore in questo modo
sono solo gli stupidi a stabilire queste regole
non provarci così duramente
non provarci così duramente
non provarci così duramente


OLTRE LA MONTAGNA - Anna Oxa

di A.Cogliati - F.Ciani - P.Cassano

Che mani grandi, che grandi occhi hai
ma questo oltre me chi lo sa e com'è dolce accarezzare te
ma questo oltre me chi lo fa chissà se sono la sola che hai
o pensi a qualcuno mentre lo fai.
Vorrei sapere di te vorrei sapere di più
se stai facendo con me le stesse cose che tu
magari hai fatto con chi sostituendosi a me
a tutto ha detto di sì come io adesso con te
e se poi fosse così che pugnalata per me
se ti sei dato fin qui vorrei sapere perchè
vorrei sapere però ho già paura che poi
potrei scoprire che c'è uno strapiombo per noi
oltre la montagna cosa ci sarà, chissà oltre la montagna.
E proprio come una montagna sei
che dietro non si vede cosa c'è
ma voglio ancora immaginarmi che
verdi pianure potrei trovare io
Sì, io che nascondo la mia gelosia
sotto il mio cuore con una bugia.
vorrei sapere di te vorrei sapere di più
ma c'è qualcosa che poi potresti chiedermi tu
e allora io non vorrei non vorrei dirti di più
tu sei la mia libertà tu sei la mia schiavitù.
Oltre la montagna forse un giorno io ci andrò
oltre la montagna ma per ora no.

mercoledì 28 maggio 2008

NEL SILENZIO...

"Nel silenzio e nella speranza risiederà la vostra forza"

Profeta Isaia (30,15)


IL SILENZIO (Jiddu Krishnamurti)

Il silenzio ha molte qualità.

C'è il silenzio fra due rumori, il silenzio fra due note e il silenzio che si allarga nell'intervallo fra due pensieri.
C'è il singolare, quieto, pervadente silenzio che si diffonde in campagna alla sera ; c’è il silenzio nel quale si ode il latrato di un cane in lontananza o il fischio di un treno che arranca per una ripida salita; il
silenzio che regna in una casa quando tutti sono andati a letto, e il suo particolare risalto quando ti svegli nel cuore della notte e ascolti un gufo gridare nella valle; e c’è il silenzio che precede le risposte della compagna del gufo. C’è il silenzio di una vecchia casa abbandonata, e il silenzio di una montagna; il silenzio fra due esseri umani quando hanno visto la stessa cosa, sentito la stessa cosa, e agito.
Quella notte, specialmente in quella valle remota con le antichissime colline e i loro macigni di forma singolare, il silenzio era reale come la parete che toccavi. E tu guardavi dalla finestra le stelle luccicanti. Non era un silenzio autoprodottosi; non era perché la terra fosse quieta e gli abitanti del villaggio fossero addormentati, ma veniva da ogni dove, dalle stelle remote, da quelle colline scure e dalla tua mente,dal tuo cuore.

Questo silenzio sembrava coprire tutto, dal più piccolo granello di sabbia del greto del fiume - che conosceva acqua corrente solo quando pioveva – all’alto, frondoso fico di Banian e una leggera brezza che cominciava a spirare.

C'è il silenzio della mente che non è mai toccata da alcun rumore, da alcun pensiero o da l'effimero vento dell’esperienza. Questo è il silenzio innocente, e pertanto infinito. Quando c'è questo silenzio della mente, da esso scaturisce l'azione e questa azione non è causa di confusione o infelicità.

La meditazione di una mente che sia totalmente in silenzio è la benedizione che l’uomo sempre cerca. In questo silenzio ogni qualità del silenzio è.

C’è quello strano silenzio che regna in un tempio o in una chiesa vuota sperduta nella campagna, senza il rumore di turisti e fedeli; e il pesante silenzio che regna nell’acqua è parte di quello che è fuori del silenzio della mente.

La mente meditativa contiene tutte queste varietà, tutti questi cambiamenti e movimenti del silenzio. Questo silenzio della mente è la vera mente religiosa, e il silenzio degli dèi è il silenzio della terra.
La mente meditativa scorre in questo silenzio, e l''amore è la via di questa mente. In questo silenzio c’è la beatitudine e il riso.

LA SOFFERENZA UMANA...

“La sofferenza umana, specie quella che nasce dal profondo dell’anima, contiene in sé il germe della verità: basta saperla ascoltare, ed essa rivelerà ad ogni uomo il senso della propria esistenza”.

Erich Fromm da L'arte di ascoltare, 1979

martedì 27 maggio 2008

COSI' E' (SE VI PARE) di Luigi Pirandello

Così è (se vi pare), commedia in tre atti derivata dalla novella “La signora Frola ed il signor Ponza, suo genero” infatti, dopo essere stata rappresentata per la prima volta nel giugno 1917 al Teatro “Olimpia” di Milano, fu modificata nel 1925, arricchendosi di nuovi effetti comici, proprio per fugare alcune delle preoccupazioni sceniche che erano emerse nella prima versione.
Il testo mostra e contiene, come lo scritto originario, tutti i temi del teatro di Pirandello già formulati ed eretti a poetica sia nel saggio su L’umorismo che, in definitiva espressione, in Uno nessuno centomila. Protagonista uno dei temi più forti della visione pirandelliana del mondo: l'inconoscibilità del reale, a cui ognuno può dare una propria interpretazione e una propria verità senza per questo preoccuparsi di farle coincidere con quelle degli altri.

Nella commedia il tema della relatività della vita è centrale e presente nelle parole chiave proferite da uno dei personaggi, Lamberto Laudesi, come introduzione: «Io sono realmente come mi vede lei. Ma ciò non toglie, cara signora mia, che io non sia anche realmente come mi vede suo marito, mia sorella, mia nipote e la signora qua… Vi vedo affannati a cercar di sapere chi sono gli altri e le cose come sono, quasi che gli altri e le cose per se stessi fossero così o così».
Il Signor Ponza, sua moglie e la suocera, la Signora Frola si sono trasferiti, dopo un terremoto che ha sterminato la popolazione del paesino del sud dove vivevano, in una cittadina provinciale pettegola e morbosamente curiosa.
Il comportamento dei tre forestieri è, a dir poco, strano: il Signor Ponza ha affittato un appartamentino all’ultimo piano di un caseggiato popolare per la moglie, che tiene chiusa a chiave, e un quartierino elegante per la suocera che egli va a trovare tutti i giorni.
Questa abitazione è contigua a quella del Consigliere della cittadina e la gente, a cominciare dalla moglie e dalla figlia del Consigliere e dai loro amici e conoscenti, si chiede con curiosità esasperata come e perché la madre non possa andare liberamente a trovare la figlia, ma solo vederla da lontano, e perché quest’ultima non esca mai di casa.

Dai vari dialoghi tra i curiosi, la signora Frola e il genero si delineano due possibilità: o lui è malato di mente, ossessionato dalla gelosia per la moglie, o la suocera è pazza e crede sua figlia la moglie del genero, mentre invece questa è solo la seconda moglie, essendo la prima morta.
I pettegoli, ruotando intorno alla prefettura, vorrebbero vedere le carte, i certificati di morte e di matrimonio, ma i documenti ufficiali sono andati perduti nel terremoto e la verità non salta fuori. Unico tra tutti che non si unisce al coro dei pettegoli impiccioni è il fratello della moglie del Consigliere, Lamberto Laudisi, il solo che è convinto della relatività della realtà legata alle persone, al loro modo soggettivo di pensare e di comportarsi; Lamberto si diverte a stuzzicare i suoi stessi parenti e i loro ospiti, esasperando la loro ridicola pretesa di diritto a conoscere i fatti altrui.
Chiamata a rendere conto di chi veramente sia, la Signora Ponza, vestita di nero e velata dirà: «Io sono sì la figlia della Signora Frola e la seconda moglie del Signor Ponza, sì; e per me nessuna! Nessuna! Io sono colei che mi si crede».

La tesi dell’inconoscibilità del reale è tutta calata in un pettegolo e angusto mondo di provincia: questa è la rappresentazione di un ambiente che non raffigura più un’oggettiva verosimiglianza con la realtà, ma Luigi Pirandello mira a svuotare dall’interno questi schemi e tende a mettere in crisi proprio le certezze oggettive.
L’impossibilità di conoscere la verità accompagna il lettore a provare un senso di pietà per gli uomini che si illudono di possedere la verità, ed è quella che i protagonisti della commedia provano reciprocamente, ciascuno nei riguardi dell’altro.

Finge la signora Frola perché il signor Ponza sia sicuro e contento della sua verità, e finge il signor Ponza perché la signora Frola sia anch’essa a sua volta sicura e contenta della sua verità. Questo, se da un lato riconferma la fondamentale impossibilità di approdare a una verità oggettiva, contemporaneamente indica la via per evitare la chiusura solitaria in se stessi: riconoscere, con un atto d’amore, l’esistenza e il dolore degli altri.

Dov’è dunque la follia, il dramma, la Verità? Nel tribunale o nel credo collettivo? Nel sentire o nel pensare?
Forse nell’aspetto multiforme e cangiante della Realtà, in quel suo essere costantemente disponibile ad ogni livello d’interpretazione e di esperienza? La risposta pirandelliana sembra essere nel dubbio delle certezze. Tanti ruoli, tanti sé.

>La signora Frola ha una visione della Verità più profonda di quella dell’opinione collettiva. Frola non si basa sulla presa di coscienza sensoriale, quanto su una percezione di tipo sentimentale: ella conosce una Verità figlia del suo tipo di visione, cui si sente profondamente unita, ma irraggiungibile, visibile solo di lontano. Può comunicare con essa solo di sfuggita: un ‘panierino’ dall’alto e qualche messaggio scritto. Frola ha una visione del mondo, più semplice e ingenua, che non vuole capire ma credere: ora è inadeguata, forse impazzita. Il signor Ponza nella sua vita ha subito un terremoto, ha perso tutto. La realtà delle cose percepita dal sentimento è ormai superata, è morta.

Arriva sempre un momento in cui la mente rimane confusa, disorientata, in cui si avvicina alla follia. La percezione della Verità è relativa. Il pensiero del signor Ponza crede, comunque, di poter sposare la Verità, di fare di Frola, una signora Ponza, una seconda moglie rispetto a quella dei tempi passati. La chiude, la protegge, la separa dal sentimento stesso, cerca di renderla inavvicinabile, imparziale, asettica come per un esperimento scientifico, cercando di eliminarne le variabili indipendenti.
La Verità non è comprensibile né dall’opinione collettiva né dal sentimento, ma anche il pensiero più razionale e controllato del signor Ponza, pur ritenendo di possederla, probabilmente non la conosce.
La signora Ponza, Verità occulta, è inarrivabile nella sua essenza. Essa ‘così è se vi pare’, si presenta in vario modo secondo l’apparenza dei mondi della percezione. Tuttavia il suo essere velata lascia avvertire la presenza di qualcosa oltre il velo, una ambiguità su cui non si può dire nulla.

I signori Sirelli, i loro amici, il signor Prefetto, il Consigliere Agazzi eccetera, rappresentano tutti insieme l’opinione comune, la conoscenza condizionata, schematica, superficiale, collettiva. L’apparenza è considerata Verità Assoluta.
Il signor Lamberto Laudisi cerca di smantellare le categorie delle certezze collettive, suggerendo la consapevolezza della relatività di ogni punto di vista, come anche la rispettabilità e ‘verità’ delle differenze individuali. Attraverso la presa di coscienza di ciò che Laudisi suggerisce, risvegliando un salvifico dubbio sulle certezze conclamate e ritenute assolute, passa l’inizio di ogni cammino interiore.

Pirandello ha sapientemente e giocosamente sviluppato la tesi che ogni Verità resta per l’uomo inconoscibile, inafferrabile e che ci si deve accontentare di verità soggettive che mutano al mutare del punto di vista.
L’uomo non ha una propria essenza a priori, ma egli stesso diventa una persona solo sotto lo sguardo degli altri, assumendo tanti ruoli e tante sé, quante sono le persone che lo vedono.
Le maschera nelle Verità soggettive. La pazzia è l’unica soluzione e alternativa alla vita che stritola e impone la maschera. I personaggi pirandelliani non hanno un’unica forma. Questo è il dramma di chi, perduto nell’informale, cerca una forma; di chi, illuso di averla trovata, muore sotto le rovine della parte delusa; di chi ne evade e di chi si costruisce con i pezzi vani della ragione la sua volontà di essere.

di Lucio De Angelis da Notizie radicali, 8 febbraio 2008

IO SONO...

"Io sono colei che mi si crede"

di Luigi Pirandello in Così è (se vi pare)

NOI, PICCOLI E GRANDI UOMINI...

"Noi, piccoli e grandi uomini, disturbati, preoccupati di grandi cose, in continua ricerca di risposte e soluzioni nuove, perdiamo l’orientamento ed è inutile dire che la nostra esistenza non diviene né ricca né nobile “accaparrandoci” tutto quanto possiamo attorno a noi, di ordine materiale ma anche spirituale."

da Gemme di saggezza Zen di Roberto Kengaku Pinciara e Maria Grazia Uggé, ed. Magnanelli

sabato 24 maggio 2008

NEL SOLE - Albano Carrisi

Perché, ma perché questa notte
Ha le ore più lunghe
Che non passano mai.
Ma perché ogni minuto
Dura un'eternità.

Quando il sole tornerà
E nel sole io verrò da te,
Un altro uomo troverai in me
E che non può
Più fare a meno di te.

Quando il sole tornerà
E nel sole io verrò da te,
Amore, amore, corri incontro a me
E la notte
Non verrà mai più.

Ma perché, ma perché i miei pensieri
Sono sempre gli stessi
E non cambiano mai.
Ma perché anche il silenzio
Sta parlandomi di te.

Quando il sole tornerà
E nel sole io verrò da te,
Amore, amore, corri incontro a me
E la notte
Non verrà mai più.



UN'EMOZIONE DA POCO - Anna Oxa (Testo Ivano Fossati)

C'è una ragione che cresce in me
e l'incoscenza svanisce e come un viaggio nella notte finisce
dimmi, dimmi, dimmi che senso ha
dare amore a un uomo senza pietà
uno che non si è mai sentito finito
che non ha mai perduto, mai per me, per me una canzone
mai una povera illusione un pensiero banale qualcosa che rimane
invece per me, più che normale
che un'emozione da poco mi faccia stare male
una parola detta piano basta già ed io non vedo più la realtà
non vedo più a che punto sta
la netta differenza fra il più cieco amore
e la più stupida pazienza no, io non vedo più la realtà
nè quanta tenerezza ti da la mia incoerenza
pensare che vivresti benissimo anche senza.
C'è una ragione che cresce in me e una paura che nasce
l'imponderabile confonde la mente
finchè non si sente e poi, per me più che normale
che un'emozione da poco mi faccia stare male
una parola detta piano basta già
ed io non vedo più la realtà non vedo più a che punto sta
la netta differenza fra il più cieco amore
e la più stupida pazienza no, io non vedo più la realtà
nè quanta tenerezza ti da la mia incoerenza
pensare che vivresti benissimo anche senza

COME MONNA LISA - Mango

Io così sai, non ti ho vista mai
splendida come tu adesso sei
cosa c'è?
Quale luce lì nel fondo palpita
saperlo io vorrei
Come mai la tua serenità
è indecifrabile come la verità
ma chi c'è?
Dietro quel sorriso enigmatico
capir di più vorrei…
Dimmelo

Monna Lisa sai
Monna Lisa non dirmelo mai
ho paura che ne soffrirei troppo
chiunque sia non è
chi può mettersi mai fra di noi
fa che sia per te un sogno di troppo
libera tu sei
libera se vuoi
ma se tu vorrai
potrai dimenticarlo

Sembra che tu sia al di là di noi
un'isola persa nel mare ormai
dove sei?
Lontana sembri quasi irraggiungibile
capir di più vorrei
Dimmelo

Monna Lisa sai
Monna Lisa non dirmelo mai
ho paura che ne soffrirei troppo
chiunque sia non è
chi può mettersi mai fra di noi
fa che sia per te un sogno di troppo
libera tu sei
libera se vuoi
ma se tu vorrai
potrai dimenticarlo


giovedì 22 maggio 2008

INTERNET DIPENDENZA

Cliccate sul titolo per andare ad un interessantissimo articolo su questo tema, altrimenti leggete quanto segue tratto da un'altra fonte.


La dipendenza da Internet o Internet dipendenza, meglio conosciuta nella letteratura psichiatrica con il nome originale inglese di Internet addiction disorder (IAD), è un disturbo ossessivo-compulsivo.

Il termine è stato coniato da Ivan Goldberg, M.D., nel 1997. È comparabile al Gioco d'azzardo patologico come diagnosticato dal DSM-IV. Il dott. Goldberg, assieme a Kimberly Young, Psy.D. stanno attualmente facendo opera di pressione perché la dipendenza da Internet venga inclusa nel DSM-V, la successiva edizione del DSM. Questo aprirebbe le porte al rimborso delle consulenze per questo tipo di disturbo da parte delle compagnie di assicurazione statunitensi. Molti critici affermano al contrario che la dipendenza da Internet non può essere considerata una vera e propria malattia e che non è classificata tra i disturbi mentali nel DSM-V.

Tipi di dipendenza
La dipendenza da Internet o Internet addiction è in realtà un termine piuttosto vasto che copre un'ampia varietà di comportamenti e problemi di controllo degli impulsi. Inoltre la dipendenza da internet e la dipendenza dal computer sono ormai inscindibilmente legate e a volte si usa il termine di dipendenza online per indicare il fenomeno nel suo complesso.

Secondo Kimberly Young, che ha fondato il Center for Online Addiction statunitense, sono stati infatti riconosciuti 5 tipi specifici di dipendenza online:

1. Dipendenza cibersessuale (o dal sesso virtuale): gli individui che ne soffrono sono di solito dediti allo scaricamento, all'utilizzo e al commercio di materiale pornografico online, o sono coinvolti in chat-room per soli adulti (vedi la più generale dipendenza sessuale).

2. Dipendenza ciber-relazionale (o dalle relazioni virtuali): gli individui che ne sono affetti diventano troppo coinvolti in relazioni online o possono intraprendere un adulterio virtuale. Gli amici online diventano rapidamente più importanti per l'individuo, spesso a scapito dei rapporti nella realtà con la famiglia e gli amici. In molti casi questo conduce all'instabilità coniugale o della famiglia.

3. Net Gaming: la dipendenza dai giochi in rete comprende una vasta categoria di comportamenti, compreso il gioco d'azzardo patologico, i videogame, lo shopping compulsivo e il commercio online compulsivo. In particolare, gli individui utilizzeranno i casinò virtuali, i giochi interattivi, i siti delle case d'asta o le scommesse su Internet, soltanto per perdere importi eccessivi di denaro, arrivando perfino ad interrompere altri doveri relativi all'impiego o rapporti significativi.

4. Sovraccarico cognitivo: la ricchezza dei dati disponibili sul World Wide Web ha creato un nuovo tipo di comportamento compulsivo per quanto riguarda la navigazione e l'utilizzo dei database sul Web. Gli individui trascorreranno sempre maggiori quantità di tempo nella ricerca e nell'organizzazione di dati dal Web. A questo comportamento sono tipicamente associate le tendenze compulsive-ossessive ed una riduzione del rendimento lavorativo.

5. Gioco al computer: negli anni '80 giochi quali il Solitario e il campo minato furono programmati nei calcolatori ed i ricercatori scoprirono che il gioco ossessivo sul computer era diventato un problema nelle strutture organizzate, dato che gli impiegati trascorrevano la maggior parte del giorno a giocare piuttosto che a lavorare. Questi giochi non sono interattivi né giocati in rete.

Come ha affermato la dott. Young in un'intervista: Le relazioni virtuali differiscono dalle relazioni della vita reale: l'anonimato, la rimozione delle barriere geografiche, il miscuglio culturale sono le differenze più importanti che sono state notate.

Possiamo individuare 4 categorie di elementi che contribuiscono all’insorgere di psicopatologie legate all’uso di Internet:

1. le psicopatologie preesistenti. In più del 50% dei casi la IAD può essere indotta da alcuni tipi di disturbi psichici preesistenti. I fattori di rischio includono una storia di dipendenza multipla, condizioni psicopatologiche come depressione, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbo bipolare, compulsione sessuale, gioco d'azzardo patologico, o fattori situazionali, come sindrome da burnout, contrasto coniugale o abuso infantile.
2. le condotte a rischio (“eccessivo consumo”, riduzione delle esperienze di vita e di relazione “reali”,ecc);
3. eventi di vita sfavorevoli (problemi lavorativi, familiari, ecc: “internet come valvola di sfogo”);
4. le potenzialità psicopatologiche proprie della rete (anonimato e sentimenti di onnipotenza che possono degenerare in: pedofilia, sesso virtuale, creazione di false identità, gioco d’azzardo, ecc).

Nel 2004 l'Esercito finlandese ha rivelato che permette ad alcuni coscritti di posporre per tre anni lo svolgimento del servizio militare a causa della loro dipendenza dai giochi per computer e da Internet.

Rischi correlati alle fasi di approccio a internet
Le ricerche effettuate (Lavenia G. & Marcucci M. 2006) hanno evidenziato due fasi di sviluppo comuni a tutti gli utenti telematici. Ogni fase dello sviluppo telematico (il percorso evolutivo che il neofita di internet segue per inserirsi in questa nuova realtà) comporta specifici rischi.

Fase di osservazione e ricerca
Nella prima fase il soggetto scopre e utilizza giornali, riviste e informazioni on line, casinò virtuali, trading online, negozi virtuali, siti pornografici.

Rischi:
Sovraccarico cognitivo
Gioco d'azzardo patologico online
Trading patologico online
Shopping compulsivo online
Porno dipendenza

I rischi maggiormente correlati a questa fase sono di tipo compulsivo. Il soggetto che inizia a navigare nella rete scopre le sue infinite offerte e inizia ad attivarsi nelle modalità che gli sono più congeniali. Alcune sono a maggior rischio di divenire vere e proprie compulsioni: lo shopping, il giocare in borsa, il gioco d’azzardo, la visione di materiale pornografico. Non sono attività che si trovano solo su internet, con i rischi connessi, ma in rete sono facilitate dall’anonimato e dalla semplicità con cui è possibile praticarle in qualunque momento senza dover uscire di casa ed esporsi al giudizio altrui. In questo caso Internet non pone alcun limite all'impulso, che può facilmente tramutarsi in compulsione quando sfugge al controllo del soggetto e diviene il centro della sua esistenza.

Fase relazionale-comunicativa
Nella seconda fase il soggetto scopre e utilizza chat, MUD e altri giochi di ruolo online

Rischi:
Incontri al buio pericolosi
isolamento sociale e dipendenza
dipendenza da sesso virtuale (CyberSex Addiction(s))
Perdita dei contatti reali
Sentimenti di onnipotenza.

In questa seconda fase si manifestano le cosiddette net-dipendenze, per le quali le persone maggiormente a rischio sono quelle con difficoltà comunicative-relazionali. In questi casi la dipendenza costituisce un comportamento di evitamento attraverso cui il soggetto si rifugia nella rete per sfuggire alle sue problematiche esistenziali.

Terapie
Le terapie ritenute più efficaci per curare la Internet dipendenza sono sostanzialmente le stesse impiegate per gli altri tipi di dipendenza: tra esse la terapia cognitivo comportamentale, il tradizionale gruppo di supporto "dei 12 passi" e la terapia coniugale o familiare, a seconda dei casi.

Negli Stati Uniti viene utilizzata anche la psicoterapia online, o per meglio dire il Counseling online. Tale pratica tuttavia è attualmente vietata in Italia agli psicologi, per disposizione dell'Ordine Professionale degli Psicologi, in attesa di una regolamentazione normativa.

Bibliografia
G. Lavenia, "Introduzione alle nuove dipendenze on line" in M.Marcucci e M. Boscaro, Manuale di Psicologia delle Dipendenze Patologiche, L'Asterisco, Urbino 2004

da http://it.wikipedia.org/

martedì 20 maggio 2008

OMBRA DI ME

Ombra di Me cangiante
ingrata figlia del Caso
sospinta
da dogmi mutevoli
incerti
da Scienza incosciente
Esistere ora!
Esistere qui!
Avere una forma. Una sola.
La gioia
totale
di Essere

di Teti

ANIMAL TEACHINGS

ANIMAL SPIRIT

giovedì 15 maggio 2008

EPIGENETICA

di Brona McVittie, traduzione di Marzia Massimi

Come l'epigenetica dà forma alla vita


“…viene voglia di chiedersi se questo nastro attorcigliato di zuccheri e basi puriniche e pirimidiniche sia, effettivamente, Dio.”
James Watson

Sono passati più di 50 anni dalla scoperta della struttura a doppia elica del DNA da parte di James Watson e Francis Crick. Questa scoperta, insieme alla diffusione della teoria darwiniana dell’evoluzione, ha contribuito a rendere di dominio pubblico l’idea che il DNA codifica caratteristiche ereditarie. Basti pensare al risalto dato dai media alla morte, avvenuta nel 2004, di Francis Crick, per rendersi conto di come questi concetti siano accettati anche al di fuori della comunità scientifica. In un certo senso però, le teorie evoluzionistiche che spiegano tutto con l’esistenza dei geni, hanno mostrato di avere dei limiti. Il programma genetico, come un complesso spartito musicale, rimarrebbe privo di vita senza un’orchestra di cellule (i musicisti) e di fattori epigenetici (gli strumenti musicali) per poterlo interpretare.

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LA GUERRA UTERINA

LE IPOTESI DELLA MICROPSICOANALISI TROVANO CONFERMA NELLA BIOLOGIA EVOLUZIONISTA.

di Quirino Zangrilli


Riassunto

Fin dal 1972, appoggiandosi alla letteratura biologica dell'epoca, l'italiano Nicola Peluffo aveva teorizzato l'esistenza di una complessa interazione conflittuale tra madre e feto. Nel 1981 Silvio Fanti denominerà queste dinamiche "guerra uterina". In ogni micropsicoanalisi vengono rilevate profonde angosce e conflitti che gli analizzati situano nel periodo protomentale uterino della loro esistenza. Gli studi di David Haig confermano l'esistenza di questo conflitto psicobiologico.


da http://www.psicoanalisi.it



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lunedì 12 maggio 2008

SALLY - Fiorella Mannoia


Sally cammina per la strada senza nemmeno
guardare per terra
Sally è una donna che non ha più voglia
di fare la guerra
Sally ha patito troppo
Sally ha già visto che cosa
ti può crollare addosso
Sally è già stata punita
per ogni sua distrazione o debolezza
per ogni candida carezza
data per non sentire l'amarezza

senti che fuori piove
senti che bel rumore

Sally cammina per la strada sicura
senza pensare a niente
ormai guarda la gente
con aria indifferente
sono lontani quei momenti
quando uno sguardo provocava turbamenti
quando la vita era più facile
e si potevano mangiare anche le fragole
perché la vita è un brivido che vola via
è tutto un equilibrio sopra la follia
sopra la follia

senti che fuori piove
che bel rumore

ma forse Sally è proprio questo il senso,
il senso del tuo vagare
forse alla fine ci si deve sentire
davvero un pò male
forse alla fine di questa triste storia
qualcuno troverà il coraggio
per affrontare i sensi di colpa
e cancellarli da questo viaggio
per vivere davvero ogni momento
con ogni suo turbamento
e come se fosse l'ultimo

Sally cammina per la strada leggera
ormai è sera
si accendono le luci dei lampioni
tutta la gente corre a casa davanti alle televisioni
però un pensiero le passa per la testa
forse la vita non è stata tutta persa
forse qualcosa si è salvato
forse non è stato poi tutto sbagliato
forse era giusto così
forse ma forse ma sì

senti che fuori piove
che bel rumore






sabato 10 maggio 2008

SOCRATE

Socrate (in lingua greca Σωκράτης, Sōkrátēs; 469 a.C. – 399 a.C.) è stato un filosofo greco.

È stato uno dei più importanti esponenti della tradizione filosofica occidentale. Il contributo più importante che egli ha dato alla storia del pensiero filosofico consiste nel suo metodo d'indagine: il dialogo che utilizzava lo strumento critico dell'elenchos (confutazione) applicandolo prevalentemente all'esame in comune (extazein) di concetti morali fondamentali. Per questo Socrate è riconosciuto come padre fondatore dell'etica o filosofia morale e della filosofia in generale.


Le fonti sulla vita

È ben noto il fatto che Socrate non abbia lasciato alcuno scritto. Ricaviamo il suo pensiero dalle opere dei discepoli, tra cui spicca soprattutto Platone che fu per lungo tempo uno di essi e che condivise, negli scritti giovanili, il pensiero del maestro, a tal punto che risulta difficile distinguere il pensiero socratico da quello platonico, che acquisì poi una maggiore originalità solo nella maturità e nella vecchiaia. [1]

.....

Vita

Il periodo storico in cui visse Socrate è caratterizzato da due date fondamentali: il 469 a.C., l'anno in cui nacque, segna la definitiva vittoria dei Greci su i Persiani con la vittoria nella battaglia dell'Eurimedonte. La vita di Socrate si svolge dunque nel periodo della maggiore potenza ateniese ma anche del suo declino. All'età dell'oro di Pericle seguirà infatti nell'anno della morte di Socrate, il 399 a.C., la crisi dell'imperialismo ateniese: con la sconfitta di Atene nella guerra del Peloponneso inizia il dominio spartano sulla Grecia.

Il padre di Socrate fu Sofronisco, uno scultore e sua madre Fenarete, una levatrice. Probabilmente Socrate era di famiglia benestante, di origini aristocratiche: nei dialoghi platonici non risulta che egli esercitasse un qualsiasi lavoro e del resto sappiamo che egli combatté come oplita nella battaglia di Potidea, e in quelle di Delio e di Anfipoli. L'oplita era un fante dotato di un'armatura pesante il cui costo potevano permettersi solo i più facoltosi. È riportato nel dialogo del Simposio di Platone che Socrate fu decorato per il suo coraggio in guerra. In un caso, si racconta, rimase al fianco di Alcibiade ferito, salvandogli probabilmente la vita. Durante queste campagne di guerra dimostrò di essere straordinariamente resistente, marciando in inverno senza scarpe né mantello.

Sull'aspetto fisico di Socrate, Platone ce lo descrive come un uomo avanti negli anni e piuttosto brutto ma aggiunge anche che egli era come quelle teche apribili, installate di solito ai quadrivi, raffiguranti spesso un satiro che custodivano all'interno la statuetta di un dio. Questo pare quindi fosse l'aspetto di Socrate, fisicamente simile a un satiro, e tuttavia sorprendentemente buono nell'animo, per chi si soffermava a discutere con lui.

Socrate fu sposato con Santippe, che gli diede tre figli (ma secondo Aristotele e Plutarco due di questi li avrebbe avuti da una concubina di nome Mirto). Santippe ebbe fama di donna insopportabile e bisbetica. Socrate stesso attestò che avendo imparato a vivere con lei era divenuto ormai capace di adattarsi a qualsiasi altro essere umano, esattamente come un domatore che avesse imparato a domare cavalli selvaggi, si sarebbe trovato a suo agio con tutti. Egli d'altra parte era talmente preso dalle proprie ricerche filosofiche al punto da trascurare ogni altro aspetto pratico della vita, tra cui anche l'affetto della moglie, finendo per condurre un'esistenza quasi vagabonda. Socrate viene anche rappresentato come un assiduo partecipante a simposi, intento a bere e a discutere. Fu un bevitore leggendario, soprattutto per la capacità di tollerare bene l'alcool al punto che quando il resto della compagnia era ormai completamente ubriaca egli era l'unico a sembrare sobrio.



La dottrina socratica

Molti studiosi di storia della filosofia [4]concordano nell'attribuire a Socrate la nascita di quel peculiare modo di pensare che ha consentito l'origine e lo sviluppo della riflessione astratta e razionale, che sarà il fulcro portante di tutta la filosofia greca successiva. Il primo a sviluppare questa interpretazione della dottrina socratica fu Aristotele che attribuì a Socrate la scoperta del metodo della definizione e induzione, che egli considerava uno, ma non l'unico, degli assi portanti del metodo scientifico.

Sapere di non sapere

Paradossale fondamento del pensiero socratico è l'ignoranza, elevato a movente fondamentale del desiderio di conoscere. La figura del filosofo secondo Socrate è completamente opposta a quella del saccente, ovvero del sofista. Le fonti storiche che ci sono pervenute descrivono Socrate come un personaggio animato da una grande sete di verità e di sapere, che però sembravano continuamente sfuggirgli. Egli diceva di essersi convinto così di non sapere, e di essere completamente ignorante.

Nell'Apologia di Socrate ci viene descritto come egli abbia preso coscienza di ciò a partire da un singolare episodio. Un suo amico, Cherofonte, aveva chiesto alla Pizia, la sacerdotessa dell'oracolo di Apollo a Delfi, chi fosse l'uomo più sapiente e questa aveva risposto che era Socrate. Egli sapeva di non essere il più sapiente e quindi volle dimostrare come l'oracolo si fosse sbagliato andando a dialogare con quelli che avevano fama di essere molto sapienti, in particolare i politici.

Ma alla fine del confronto, racconta Socrate, questi, messi di fronte alle proprie contraddizioni (l' aporia socratica) e inadeguatezze, provarono stupore e smarrimento, apparendo per quello che erano: dei presuntuosi ignoranti che non sapevano di essere tali. Allora capii, dice Socrate, che veramente io ero il più sapiente perché ero l'unico a sapere di non sapere, a sapere di essere ignorante. In seguito quegli uomini, che erano coloro che governavano la città, messi di fronte alla loro pochezza presero ad odiare Socrate.

«Ecco perché ancora oggi io vo d'intorno investigando e ricercando...se ci sia alcuno...che io possa ritenere sapiente; e poiché sembrami che non ci sia nessuno, io vengo così in aiuto al dio dimostrando che sapiente non esiste nessuno» (da Platone, Apologia di Socrate a cura di M.Valgimigli, in Opere pag.45)

Egli quindi "investigando e ricercando", conferma l'oracolo del dio, mostrando così l'insufficienza della classe politica dirigente. Da qui le accuse dei suoi avversari: egli avrebbe suscitato la contestazione giovanile insegnando con l'uso critico della ragione a rifiutare tutto ciò che si vuole imporre per la forza della tradizione o per una valenza religiosa. Socrate in realtà (sempre secondo la testimonianza di Platone) non intendeva affatto contestare la religione tradizionale, né corrompere i giovani incitandoli alla sovversione.

Il Daimon (Δαίμων) socratico

Socrate non era ateo, ma anzi affermava di credere in una particolare divinità, figlia delle divinità tradizionali, che egli chiamava dàimon. Questo termine (Δαίμων), che noi impropriamente traduciamo con demone, in realtà va inteso in modo diverso. Il daimon per i greci era un essere divino inferiore agli dei ma superiore agli uomini (una sorta di spirito, un demone benevolo). Socrate si diceva tormentato da questa voce interiore che si faceva sentire non tanto per indicargli come pensare e agire, ma piuttosto per dissuaderlo dal compiere una certa azione. Socrate stesso dice di esser continuamente spinto da questa entità a discutere, confrontarsi, e ricercare la verità morale.(Kant paragonava questo principio all'imperativo categorico, alla coscienza morale dell'uomo.)

Conosci te stesso

Il motto "ΓΝΩΘΙ ΣΑΥΤΟN" (Gnòthi Sautòn, «Conosci te stesso»), risalente alla tradizione religiosa di Delfi, voleva significare, nella sua laconica brevità, la caratteristica dell'antica sapienza greca: quella dei sette sapienti. Il significato originario, dedotto da alcune formule a noi pervenute (Nulla di troppo, Ottima è la misura, Non desiderare l'impossibile), era quello di voler ammonire a conoscere i propri limiti, «conosci chi sei e non presumere di essere di più»; era dunque una esortazione a non cadere negli eccessi a non offendere la divinità pretendendo di essere come il dio (cfr.G.Calogero, op.cit. in bibliografia). Del resto tutta la tradizione antica mostra come l'ideale del saggio, colui che possiede la sophrosyne (la saggezza), sia quello della moderazione.

La maieutica

Il termine maieutica viene dal greco maieutiké (sottinteso: téchne). Letteralmente, sta per "l'arte della levatrice" (o "dell'ostetrica"), ma l'espressione designa il metodo socratico così come è esposto da Platone nel Teeteto. L'arte dialettica, cioè, viene paragonata da Socrate a quella della levatrice, il mestiere di sua madre: come quest'ultima, il filosofo di Atene intendeva "tirar fuori" all'allievo pensieri assolutamente personali, al contrario di quanti volevano imporre le proprie vedute agli altri con la retorica e l'arte della parola come facevano i sofisti. Parte integrante di questo metodo è il ricorso a battute brevi (brachilogia) in opposizione ai lunghi discorsi (macrologia) del metodo retorico dei sofisti.


Differenze con i sofisti

Socrate, a differenza dei sofisti, mirava a convincere l'interlocutore non ricorrendo ad argomenti retorici e suggestivi, ma sulla base di argomenti razionali. Socrate si presenta così come una persona anticonformista, che in opposizione alle convinzioni della folla rifugge il consenso e l'omologazione: garanzia di verità è per lui non la condivisione irriflessa, ma la ragione che porta alla reciproca persuasione.

Si è detto inoltre come egli non lasciò niente di scritto della sua filosofia perché pensava che la parola scritta fosse come il bronzo che percosso dà sempre lo stesso suono. Lo scritto non risponde alle domande e alle obiezioni dell'interlocutore ma interrogato dà sempre la stessa risposta Per questo i dialoghi socratici appaiono spesso "inconcludenti", nel senso non che girano a vuoto, ma piuttosto che non chiudono la discussione, perché la conclusione rimane sempre aperta, pronta ad essere rimessa nuovamente in discussione. [5]

Come è stato evidenziato tuttavia, la filosofia stessa di Socrate segna il passaggio da un tipo di cultura orale, basata sulla tradizione mimetico-poetica, ad un mentalità di tipo concettuale-dialettico, preludio di un'alfabetizzazione maggiormente diffusa. Socrate è ancora l'ultimo rappresentante della cultura orale, ma in lui già si avvertirebbe l'esigenza di un sapere astratto e definito, da esprimere in forma scritta, esigenza che sarà fatta propria da Platone che d'altra parte conserverà nello scritto filosofico la forma dialogica che svanirà nelle opere della vecchiaia dove il dialogo sarà semplicemente quello dell'anima con se stessa. Lo stesso Platone d'altronde affermava che la sua filosofia va ricercata altrove rispetto ai suoi scritti.

Il fatto che Socrate preferisse il discorso orale a quello scritto è il motivo per cui egli era stato confuso con i sofisti. Secondo Platone è questa una delle colpe di Socrate: lui che era vero sapiente si dichiarava ignorante e i sofisti, veri ignoranti, facevano professione di sapienza. In questo modo il maestro contribuiva a confondere il vero ruolo della filosofia ed egli stesso al processo, pur avendo rifiutato l'aiuto di un celebre "avvocato" sofista, per l'abitudine di dialogare con chiunque in strada e nei più diversi luoghi, era stato ritenuto dagli ateniesi un sofista.

Critica della paideia

È pur vero che Socrate come i sofisti metteva in discussione un certo modo di intendere l'ideale educativo della paideia, ma con intenti del tutto opposti: i sofisti con lo scopo di dissolverlo, Socrate invece con lo scopo di tutelarlo.

La paideia esaltava lo spirito di cittadinanza e di appartenenza costituendolo come elemento fondamentale alla base dell'ordinamento politico-giuridico delle città greche. L'identità dell'individuo era pressoché inglobata da quell'insieme di norme e valori che costituivano l'identità del popolo stesso: per questo più che un procedimento educativo o di socializzazione potrebbe essere definito come processo di uniformazione all'ethos politico.

La dottrina dei sofisti si poneva contro questa omologazione della paideia, da essi giudicata "conservatrice" e prevaricatrice; essi miravano perciò a contestarne la verità, tramite l'arte della retorica e a far apparire vero ciò che a loro conveniva, prevalendo con la parola sull'altro e ad annullare qualsiasi valore di verità e giustizia sostituendovi il proprio egoistico interesse. Socrate invece voleva piuttosto verificare e smascherare se sotto quell'ideale educativo non vi fosse quello di addormentare le coscienze critiche a scopi di potere personale.

Brachilogia ed ironia

D'altra parte è vero che anche lui esaltava la parola, ma, al contrario dei sofisti che usavano il monologo e che praticamente parlavano da soli, il suo discorrere era un dià logos, una parola che attraversava i due interlocutori . Mentre i sofisti infatti miravano ad abbindolare l'interlocutore usando il macròs logos , il grande e lungo discorso che non dava spazio alle obiezioni , Socrate invece dialogava con brevi domande e risposte - la cosiddetta brachilogia (letteralmente breve dialogare) socratica - proprio per dare la possibilità di intervenire e obiettare ad un interlocutore che egli rispettava per le sue opinioni.

Un'altra caratteristica del dialogo socratico, che lo distingueva dal discorso torrentizio dei sofisti, era il continuo domandare di Socrate su quello che stava affermando l'interlocutore; sembrava quasi che egli andasse alla ricerca di una precisa definizione dell'oggetto del dialogo. Ti estì. che cos'è quello di cui tu parli?

È questa l' ironia di Socrate che, per non demotivare l'interlocutore e per fare in modo che egli senza imposizioni si convinca, finge di non sapere quale sarà la conclusione del dialogo. Chi dialoga con Socrate tenterà varie volte di dare una risposta precisa ma alla fine si arrenderà e sarà costretto a confessare la sua ignoranza. Proprio questo sin da principio sapeva e voleva Socrate: la sua non era fastidiosa pedanteria[6] ma dimostrare come la presunta sapienza dell'interlocutore fosse ipocrita.



da www.wikipedia.org

SO DI NON SAPERE - Platone, dall'Apologia di Socrate -

Platone, Apologia, 20 e - 23 c


1 [20 e] [...] Della mia sapienza, se davvero è sapienza e di che natura, io chiamerò a testimone davanti a voi il dio di Delfi. Avete conosciuto certo Cherefonte. Egli fu mio [21 a] compagno fino dalla giovinezza, e amico al vostro partito popolare; e con voi fu esule nell’ultimo esilio, e ritornò con voi. E anche sapete che uomo era Cherefonte, e come risoluto a qualunque cosa egli si accingesse. Or ecco che un giorno costui andò a Delfi; e osò fare all’oracolo questa domanda: – ancora una volta vi prego, o cittadini, non rumoreggiate – domandò se c’era nessuno piú sapiente di me. E la Pizia rispose che piú sapiente di me non c’era nessuno. Di tutto questo vi farà testimonianza il fratello suo che è qui; perché Cherefonte è morto.

2 [b] Vedete ora per che ragione vi racconto questo: voglio farvi conoscere donde è nata la calunnia contro di me. Udita la risposta dell’oracolo, riflettei in questo modo: “Che cosa mai vuole dire il dio? che cosa nasconde sotto l’enigma? Perché io, per me, non ho proprio coscienza di esser sapiente, né poco né molto. Che cosa dunque vuol dire il dio quando dice ch’io sono il piú sapiente degli uomini? Certo non mente egli; ché non può mentire”. – E per lungo tempo rimasi in questa incertezza, che cosa mai il dio voleva dire. Finalmente, sebbene assai contro voglia, mi misi a farne ricerca, in questo modo. Andai da uno di [c] quelli che hanno fama di essere sapienti; pensando che solamente cosí avrei potuto smentire l’oracolo e rispondere al vaticinio: “Ecco, questo qui è piú sapiente di me, e tu dicevi che ero io”. – Mentre dunque io stavo esaminando costui, – il nome non c’è bisogno ve lo dica, o Ateniesi; vi basti che era uno dei nostri uomini politici questo tale con cui, esaminandolo e ragionandoci insieme, feci l’esperimento che sono per dirvi; – ebbene, questo brav’uomo mi parve, sí, che avesse l’aria, agli occhi di molti altri e particolarmente di se medesimo, di essere sapiente, ma in realtà non fosse; e allora mi provai a farglielo capire, che [d] credeva essere sapiente, ma non era. E cosí, da quel momento, non solo venni in odio a colui, ma a molti anche di coloro che erano quivi presenti. E, andandomene via, dovetti concludere meco stesso che veramente di cotest’uomo ero piú sapiente io: in questo senso, che l’uno e l’altro di noi due poteva pur darsi non sapesse niente né di buono né di bello; ma costui credeva sapere e non sapeva, io invece, come non sapevo, neanche credevo sapere; e mi parve insomma che almeno per una piccola cosa io fossi piú sapiente di lui, per questa che io, quel che non so, neanche credo saperlo. E quindi me ne andai da un altro, fra coloro che avevano fama di essere piú sapienti di quello; [e] e mi accadde precisamente lo stesso; e anche qui mi tirai addosso l’odio di costui e di molti altri.

3 Ciò nonostante io seguitai, ordinatamente, nella mia ricerca; pur accorgendomi, con dolore e anche con spavento, che venivo in odio a tutti: e, d’altra parte, non mi pareva possibile ch’io non facessi il piú grande conto della parola del dio. – “Se vuoi conoscere che cosa vuole dire l’oracolo, dicevo tra me, bisogna tu vada da tutti coloro che hanno fama di essere sapienti”. – Ebbene, o cittadini [22 a] ateniesi, – a voi devo pur dire la verità, – questo fu, ve lo giuro, il risultato del mio esame: coloro che avevano fama di maggior sapienza, proprio questi, seguitando io la mia ricerca secondo la parola del dio, mi apparvero, quasi tutti, in maggior difetto; e altri, che avevano nome di gente da poco, migliori di quelli e piú saggi. Ma voglio finire di raccontarvi le mie peregrinazioni e le fatiche che sostenni per persuadermi che era davvero inconfutabile la parola dell’oracolo.

4 Dopo gli uomini politici andai dai poeti, sí da quelli che scrivono tragedie e ditirambi come dagli [b] altri; persuaso che davanti a costoro avrei potuto cogliere sul fatto la ignoranza mia e la loro superiorità. Prendevo in mano le loro poesie, quelle che mi parevano le meglio fatte, e ai poeti stessi domandavo che cosa volevano dire; perché cosí avrei imparato anch’io da loro qualche cosa. O cittadini, io ho vergogna a dirvi la verità. E bisogna pure che ve la dica. Insomma, tutte quante, si può dire, le altre persone che erano presenti, ragionavano meglio esse che non i poeti su quegli argomenti che i poeti stessi avevano poetato. E cosí anche dei poeti in breve conobbi questo, [c] che non già per alcuna sapienza poetavano, ma per non so che naturale disposizione e ispirazione, come gl’indovini e i vaticinatori; i quali infatti dicono molte cose e belle, ma non sanno niente di ciò che dicono: presso a poco lo stesso, lo vidi chiarissimamente, è quello che accade anche dei poeti. E insieme capii anche questo, che i poeti, per ciò solo che facevano poesia, credevano essere i piú sapienti degli uomini anche nelle altre cose in cui non erano affatto. Allora io mi allontanai anche da loro, convinto che ero da piú di loro per la stessa ragione per cui ero da piú degli uomini politici.

5 Alla fine mi rivolsi agli artisti: tanto piú che dell’arte loro sapevo benissimo di non intendermi affatto, [d] e quelli sapevo che li avrei trovati esperti di molte e belle cose. E non m’ingannai: ché essi sapevano cose che io non sapevo, e in questo erano piú sapienti di me. Se non che, o cittadini di Atene, anche i bravi artefici notai che avevano lo stesso difetto dei poeti: per ciò solo che sapevano esercitar bene la loro arte, ognuno di essi presumeva di essere sapientissimo anche in altre cose assai piú importanti e difficili; e questo difetto di misura oscurava la loro stessa sapienza. Sicché io, in nome dell’oracolo, [e] domandai a me stesso se avrei accettato di restare cosí come ero, né sapiente della loro sapienza né ignorante della loro ignoranza, o di essere l’una cosa e l’altra, com’essi erano: e risposi a me e all’oracolo che mi tornava meglio restar cosí come io ero.

6 Or appunto da questa ricerca, o cittadini ateniesi, [23 a] molte inimicizie sorsero contro di me, fierissime e gravissime; e da queste inimicizie molte calunnie, e fra le calunnie il nome di sapiente: perché, ogni volta che disputavo, credevano le persone presenti che io fossi sapiente di quelle cose in cui mi avveniva di scoprire l’ignoranza altrui. Ma la verità è diversa, o cittadini: unicamente sapiente è il dio; e questo egli volle significare nel suo oracolo, che poco vale o nulla la sapienza dell’uomo; e, dicendo Socrate sapiente, non volle, io credo, riferirsi propriamente a me Socrate, ma solo usare del mio nome come di un [b] esempio; quasi avesse voluto dire cosí: “O uomini, quegli tra voi è sapientissimo il quale, come Socrate, abbia riconosciuto che in verità la sua sapienza non ha nessun valore”. – Ecco perché ancor oggi io vo dattorno ricercando e investigando secondo la parola del dio se ci sia alcuno fra i cittadini e fra gli stranieri che io possa ritenere sapiente; e poiché sembrami non ci sia nessuno, io vengo cosí in aiuto al dio dimostrando che sapiente non esiste nessuno. E tutto preso come sono da questa ansia di ricerca, non m’è rimasto piú tempo di far cosa veruna considerabile né per la città né per la mia casa; e vivo in estrema [c] miseria per questo mio servigio del dio. [...]



(Platone, Opere, vol. I, Laterza, 1967)

giovedì 8 maggio 2008

SEI TUTTA DI SPUME SOTTILI....

Sei tutta di spume sottili e leggere
e t'incrociano i baci e t'irrigano e giorni.
Il mio sembiante, la mia ansietà pendono dal tuo sguardo.
Vaso di risonanze e di stelle prigioniere.
Sono stanco: tutte le foglie cadono, muoiono.
Cadono, muoiono gli uccelli. Cadono, muoiono le vite.
Stanco, sono stanco. Vieni, anelami, vibrami.
Oh, mia povera illusione, mia ghirlanda accesa!
L'ansia cade, muore. Cade muore il desiderio.
Cadono, muoiono le fiamme nelle notte infinita.

Vampate di luci, colomba di crete bionde,
liberami da questa notte che incalza e annichilisce.

Sommergimi nel tuo nido di vertigine e carezza.
Anelami, trattienimi.
L'ebbrezza all'ombra fiorita dei tuoi occhi,
le cadute, i successi, gli sbalzi della febbre.
Amami, amami, amami.
In piedi ti grido! Amami.
Mi squarcio la voce gridandoti e faccio orari di fuoco
nella notte gravida di stelle e levrieri.
Mi squarcio la voce e grido. Donna, ammami, anelami.
La mia voce nei venti, la mia voce che cade e muore.

Stanco. Sono stanco. Fuggi. Allontanati. Estinguiti.
Non imprigionare la mia sterile testa tra le tue mani.
Che mi incrocino la fronte le sferzate del gelo.
Che la mia inquietudine si flagelli con i venti atlantici.
Fuggi. Allontanati. Estinguiti. La mia anima deve stare sola.
Deve crocefiggersi, scheggiarsi, girare,
versarsi, corrompersi da sola,
aperta alla marea dei pianti,
bruciando nel ciclone delle furie,
eretta tra i monti e gli uccelli,
annichilirsi, sterminarsi sola,
abbandonata e unica come un faro di spavento.


ERES TODA DE ESPUMAS DELGADAS...

Eres toda de espumas delgadas y ligeras
y te cruzan los besos y te riegan los días.
Mi gesto, mi ansiedad cuelgan de tu mirada.
Vaso de resonancias y de estrellas cautivas.
Estoy cansado, todas las hojas caen, mueren.
Caen, mueren los pájaros. Caen, mueren las vidas.

Cansado, estoy cansado. Ven, anhélame, víbrame.
Oh, mi pobre ilusión, mi guirnalda encendida!
El ansia cae, muere. Cae, muere el deseo.
Caen, mueren las llamas en la noche infinita.

Fogonazo de luces, paloma de gredas rubias,
líbrame de esta noche que acosa y aniquila.

Sumérgeme en tu nido de vértigo y caricia.
Anhélame, retiéneme.
La embriaguez a ]a sombra florida de tus ojos,
las caídas, los triunfos, los saltos de la fiebre.
Ámame, ámame, ámame.
De pie te grito! Quiéreme.
Rompo mi voz gritándote y hago horarios de fuego
en la noche preñada de estrellas y lebreles.
Rompo mi voz y grito. Mujer, ámame, anhélame.
Mi voz arde en los vientos, mi voz que cae y muere.

Cansado. Estoy cansado. Huye. Aléjate. Extínguete.
No aprisiones mi estéril cabeza entre tus manos.
Que me crucen la frente los látigos del hielo.
Que mi inquietud se azote Con los vientos atlánticos.
Huye, Aléjate. Extínguete. Mi alma debe estar sola.
Debe crucificarse, hacerse astillas, rodar,
verterse, contaminarse sola,
abierta a la marea de los llantos,
ardiendo en el ciclón de las furias,
erguida entre los cerros y los pájaros,
aniquilarse, exterminarse sola,
abandonada y única como un faro de espanto.


di Pablo Neruda

PENSARE

Penso che il pensare sia un fatto di parole
che il non pensare sia un fatto di acquietare
menti attorcigliate e ingarbugliate
alla ricerca delle verità adombrate
Ma quale verità poi da inseguire
se il mondo non è che è alba all’imbrunire?
Con dualità e contraddizioni
tutti sono giusti nelle loro evoluzioni
E si creano così mille colori e sfumature
a tracciare cammini di cavalcature
che forse non hanno che un’unica direzione
quella irresistibile dell’Amore!


di Chiara Inesia Sampaolesi

sabato 3 maggio 2008

DESISTI DALLA FRUSTRAZIONE!

di Bel Cesar

Quando ci diciamo: “Ho fatto quanto potevo e non è andato bene” più di tre volte sullo stesso soggetto è ora di desistere: andarsene, sconnettersi dalla fonte della frustrazione.

Desistiamo da qualcuno o da una situazione quando facciamo la decisione di non lasciarci più toccare da essa. Non basta non volerla più. É necessario andare avanti, cioè, non aver più bisogno né di sentire né di parlare su qualcosa o qualcuno che ci porti a sentire innumerevoli volte che le nostre attitudini sono inutili e perciò rifiutabili.

Desistere dalla frustrazione non è un’ attitudine di non curanza in cui sembriamo disprezzare l’ oggetto, ma dentro continuiamo ad accumulare ogni volta più risentimento. Abbandonare la frustrazione è una scelta che avviene dalla maturità di aver osservato e riflettuto su come ci coinvolgiamo continuamente nelle situazioni che non vogliamo più vivere.

Se ascoltiamo i nostri risentimenti, essi rivelano le nostre false speranze: siamo ancora in attesa della giustizia e del riconoscimento di colui che ancora ci danneggia.

È come se avessimo la speranza segreta di poter fare la pace con il nemico, di essere amati da lui. Intanto sappiamo che non si può accontentare tutti.
Dobbiamo affrontare la realtà umana che non verremo amati da tutti. In fin dei conti, amare è un riflesso del nostro interiore: chi ama incondizionatamente ha già superato da molto questa necessità (impellente) di essere amato “in qualsiasi modo”.

Sperare in rinforzi positivi come elogi e ringraziamenti da quelli che ci frustrano è una trappola che ci rende ogni volta più prigionieri della frustrazione.

Lascia andar via la frustrazione: dà a te stesso una nuova opportunità, una nuova vita. Finché carichiamo il pesante carico emozionale delle nostre frustrazioni, avremo una vita non soddisfacente.
Il segreto è mantenere il rapporto con il reale: stringi i tuoi rapporti con quelli che realizzano quello che dicono e metti da parte quelli che sperperano il tuo tempo.

È meglio che siamo più selettivi nei nostri rapporti: cercare di stare con quelli che incontrano sempre una maniera di tirarci su, perché gli fa piacere vederci su, poiché vedono nella competizione una perdita di tempo e credono che privilegiare l’altro sia il miglior risparmio per arricchire la nostra partecipazione in questo mondo.

Oggigiorno sono abbastanza comuni i rapporti competitivi. Molto spesso, abbiamo imparato da piccoli a cercare relazioni che ci sfidino: il piacere del gioco veniva dalla sfida, dalla capacità di disputare il miglior posto, o la miglior situazione. Come quando giocavamo a nascondino: vinceva quello che non veniva trovato perché riusciva a rimanere da solo, zitto, nel buio. Ossia, sapeva come sopportare tutto da solo.

Chiaro che è necessario imparare a difenderci, ma dobbiamo anche saper creare vincoli che siano basati nell’ essere compagni; situazione in cui ognuno dona la sua energia all’altro perché sa che vale la pena sommare forze. Ma nella nostra società capitalistica, vediamo il mondo come una costante minaccia, perciò tendiamo più a difenderci, che creare la complicità che dia benefici al nostro mondo.

Pertanto dobbiamo cambiare obiettivo: smettere di competere ed imparare a fare insieme.
Per cui dobbiamo accorgerci che abbiamo già sviluppato la nostra forza: non ci servono più situazioni o persone che ci sfidino per poterci ricordare quanto siamo capaci di sopportarne.

Lasceremo l’abitudine di crearci sfide per manifestare la nostra forza interiore soltanto quando saremo in grado di usarla con l’ intenzione chiara, cioè quando ci decideremo a non coltivare più rapporti basati sulla dipendenza o sulla paura.

In questo modo, dobbiamo capire la differenza fra le sfide che stimolano il nostro sviluppo e quelle che ci rendono soltanto più difensivi, carenti e deboli.

Desistiamo da una frustrazione quando finalmente concludiamo che il nostro impegno nella vita significa essere capaci di eliminare tutto ciò che genera la negatività. Così, se ci offrono un piatto di riso, ma ci dicono che c’è dentro un grano avvelenato, rifiutiamo tutto il piatto. Possiamo addirittura rispondergli: No, grazie, di negatività sono già sazio!

Traduzione di Isabela Bisconcini

da http://www.igpt.net/

Bel Cesar è psicologa e teraupeta in Brasile, ha studiato Musicoterapia all'Istituto Orff di Salisburgo, in Austria. Pratica la psicoterapia nell'ottica degli insegnamenti del Buddhismo tibetano. E' la mamma di Lama Michel.


venerdì 2 maggio 2008

FARSI CORAGGIO PER ANDARE AVANTI

di Bel Cesar, traduzione di Isabela Bisconcini


Ogni volta che diventiamo più trasparenti alla nostra propria luce,
restauriamo la luce del mondo.
Rachel Naomi Remen


Il maestro buddista Chogyam Trungpa diceva che lo scopo della vita consiste semplicemente nell’andare avanti e fare della vita una sorta di “risveglio” invece di rimanere “addormentati”. La capacità di continuare ci aiuta a percepire che nessun problema è senza uscita. Andare avanti significa non lasciarsi prendere dall’inerzia, dalla paura o dall’irritazione.

Il miglior modo di liberarsi dal passato è fare la pace con noi stessi al momento presente. Fare la pace con qualsiasi ricordo o sentimento che possa sorgere. In modo che, piano piano, non saremo più “catturati” da questi ricordi.

Facciamo in modo che le antiche immagini di noi stessi vadano via. Continuiamo, semplicemente, a muoverci in avanti. Niente più ci fa fermare. Sappiamo come continuare positivamente, visto che siamo connessi con la nostra fiducia di base, con la nostra bontà fondamentale.

Il coraggio è l’abilità di muovesi verso il futuro, senza guardare indietro: staccarsi dal passato. Mi ricordo di un fatto accaduto a Lama Segyu Rimpoche. Lui mi ha raccontato che dopo anni che era andato a vivere negli Stati Uniti, ha trovato a casa della mamma una scatola ancora chiusa, che era rimasta nel trasloco. Non ha avuto dubbi: ha bruciato la scatola senza aprirla. “Così, non avrebbe svegliato la mente dell’attaccamento”, mi ha detto lui. Dopo aver trascorso tanti anni senza avere il bisogno delle cose che c’erano dentro la scatola, non c’era la necessità di aprirla per sapere che il suo contenuto era un “carico extra”. Questo fatto tante volte mi frena a non rovistare nelle storie passate che hanno già esaurito il loro contenuto. Ci sono dei momenti in cui bisogna saper contenere la propria curiosità e bruciare le nostre “scatole”, prima che non siamo più in grado di controllare l’impulso di aprirle.

Ci sono, però, dei momenti in cui andare in soffitta a rovistare nelle “scatole” del passato può essere molto terapeutico. Da quando ho cominciato a scrivere questo libro, ho ripreso l’abitudine di rileggere i miei quaderni d’appunti. Ho sempre avuto l’abitudine di scrivere i miei sogni, sessioni di terapia e frasi principali che ho sentito dai Lama. Adesso, quando leggo delle cose scritte più di dieci fa, percepisco come sono ancora attaccata a certi modelli e come sono riuscita a liberarmi di altri. Qualche sogno era premonitore. Certi insegnamenti, oggi, hanno più impatto su di me, di allora, quando li ho scritti.

Come dice John Welwood: “Visto che l’auto-immagine ha come supporto delle vecchie storie - credenze che noi stessi ci raccontiamo su come è la realtà - fare luce su di esse è un passo essenziale per abbandonare la soggezione ad un’identità”.

Ci vediamo nelle terre pure

Da quando mio figlio, Lama Michel Rinpoche, a 12 anni è diventato monaco ed é andato a vivere al monastero di Sera Me, nel sud dell’India, ho dovuto imparare a dire addio, cioè, a non guardare indietro. Per qualche anno di seguito, ci ritrovavamo soltanto una volta all’anno per due settimane. Avevamo il seguente accordo: all’aeroporto, dopo l’ultimo abbraccio, ognuno doveva andare avanti, senza guardare indietro.

Una volta sono arrivata a programmarmi internamente per vivere queste due settimane di forma “molto consapevole”. Eravamo a Kathmandu, in Nepal. Nella prima settimana ero abbastanza sciolta, senza pensare alla partenza. Poi, nella seconda, mi sono allenata ogni giorno per imparare a separarmi fisicamente da coloro che amo, ispirata nella realtà di dover sapere dire addio alle persone care, quando anche io dovrò morire!

Allora, ogni giorno sceglievo di staccarmi da mio figlio per stare con me stessa in modo diverso: “mi sono portata a pranzo”, “mi sono portata a visitare un tempio” e così via. Lui non sapeva che, dentro di me, seguivo una programmazione interna, quando gli dicevo: “Oggi non pranzo con te, ci vediamo dopo”. Ho sentito da allora interiorizzata la motivazione di trattare le separazioni in modo consapevole. Spero che nell’ora della morte io abbia già la mente programmata per pensare: “Oggi non saremo assieme, ci vedremo dopo nelle Terre Pure.

Quando la separazione di una persona cara è inevitabile, c’è il rischio di abbandonarci e andarsene con lei”. Il risultato sarà che ci sentiremo vuoti e melanconici, perché non abbiamo noi stessi per tenerci compagnia. Dobbiamo imparare a tenere il fuoco della nostra casa interiore acceso, per trovare l’accoglienza del calore interno quando rientriamo a “casa nostra”, contando soltanto su di noi. Così come dovremo sapere “ tornare a casa” al momento della morte.

Secondo il buddismo, quando la mente viene purificata dalle impronte mentali negative, possiamo rinascere nelle Terre Pure dei Budda, dove avremo un corpo e mente puri, vivendo continuamente la pace interiore, e così potremo concludere la nostra evoluzione spirituale per ritornare alla sfera impura del Samsara in condizioni di essere d’aiuto a tutti gli esseri, e così portarli all’ Illuminazione.

Le Terre Pure non esistono di per sé, come un posto “nel cielo”. E’ il risultato dello stato mentale estremamente sottile e puro. Lama Gangchen Rinpoche, nel suo libro NgelSo Autoguarigione Tantrica III, descrive le Terre Pure, quando finalmente avremo raggiunto l’illuminazione, come il completo rilassamento e rigenerazione NgalSo della nostra energia di vita essenziale:

“Quando la mente di luna piena illuminata sorge,
capiamo che le Terre Pure sono state sempre nel nostro cuore,
però il velo dell’attaccamento a se stessi e l’ignoranza,
le visioni comuni e i pensieri comuni,
semplicemente ci impediscono di vederle,
oppure fanno si che le cerchiamo nel posto sbagliato!”

Ho imparato a superare il dolore della nostalgia di mio figlio, quando ho riconosciuto che l’amore che ci nutre emana della fiducia nel nostro legame tra madre e figlio, e così non dipende dal fatto di poterci incontrare o meno. Come ha detto Sogyal Rinpoche una volta nei suoi insegnamenti: “Quando sentiamo che abbiamo ricevuto tutto quello che ci piacerebbe ricevere da una persona, lasciamola andare”. Ossia, la soddisfazione è l’antidoto naturale dell’attaccamento.

Coraggio per andare avanti e realizzare la nostra vocazione

Quando si scopre la propria vocazione, sorge in noi, simultaneamente, un profondo sentimento di coraggio. Ci sentiamo molto vicini a noi stessi quando capiamo la verità interna che non può essere più negata. Di conseguenza, c’è l’impegno all’idea di abbandonare tutto quello che ci impediva d’andare in direzione al nostro destino.

“Andare incontro al proprio destino è realizzare pienamente il potenziale che è stato sempre dentro di noi. È come udire un appello e rispondergli, far sbocciare tutte le nostre potenzialità e seguire una vocazione. E stranamente il mondo ci contraccambia quando facciamo ciò. Un buon modo di sapere se uno è sulla giusta via e che stiamo facendo quello per cui siamo nati, è che il mondo ci apre le porte”.

Joseph Campbell ci dà un ottimo consiglio di come scoprire la nostra vocazione nel suo libro “Riflessioni sull’Arte di Vivere”: “Quando Jung decise di tentare di scoprire il mito secondo il quale viveva, si domandò, “Qual'era il gioco che mi piaceva di più da bambino”? La risposta fu: costruire piccole città e strade di pietra. Così comprò una proprietà e, per gioco, cominciò a costruire una casa. Era un lavoro duro, assolutamente non necessario, poiché Jung aveva già una casa, ma era un modo appropriato di costruirsi uno spazio sacro. Era un puro e semplice gioco. Che cosa, quando eravate bambini, creava una dimensione d'eternità, cancellava la nozione del tempo? Là si cela il mito secondo il quale devi vivere”.

Noi tutti abbiamo bisogno di conoscere la nostra vocazione: quello che abbiamo di particolare da offrire al mondo. Non seguire la nostra vocazione rappresenta un problema sia per noi che per gli altri, perché quando ci arrendiamo all’inerzia della vita, diventiamo anche di peso per coloro che sono intorno a noi.

Jean Yves Leloup nel suo libro “Strade per la Realizzazione”, fa l’analisi della storia di Giona e la Balena, raccontata nell’Antico Testamento della Bibbia: ci può insegnare sulle paure e le resistenze con cui affrontiamo la ricerca per la nostra vocazione.

Dio ordina a Giona d’andare nella violenta città di Ninive a predicare la Sua Parola. Giona, però, gli disobbedisce e prende una barca per Tarsia, città di balneazione. Si scatena una forte tempesta. I marinai buttano tutto il carico della barca in mare per evitare che vada a picco. Ma il mare continua incredibilmente agitato ed il pericolo del naufragio è imminente. Il capitano decide allora di cercare Giona, che era sceso nella stiva. Quando lo vede sdraiato, dormendo un sonno profondo, gli dice: “Come puoi dormire così profondamente? Come puoi dormire in mezzo a questa disperazione che ci fa soccombere? Alzati, svegliati, invoca il tuo Dio. Forse questo tuo Dio può ascoltarci, forse con questo tuo Dio, non periremo”. Nel frattempo, mentre giocavano a dadi, i marinai preoccupati hanno identificato Giona come il responsabile della perturbazione. Lui finalmente confessa di avere disubbidito a Dio, e chiede di essere buttato in mare. In quel momento la tempesta cessa. Quando viene buttato in mare, Giona viene inghiottito da una balena, dentro la quale rimane per tre giorni fino a quando si pente e chiede a Dio di dargli una seconda opportunità e allora viene rigettato dalla balena e finalmente prosegue per Ninive.

“Quindi, in un primo momento, Giona è l’archetipo dell’uomo sdraiato, addormentato, dell’uomo che non vuole alzarsi e compiere nessuna missione. É l’archetipo dell’uomo che fugge, che fugge dalla sua identità, che fugge dalla sua parola interiore, che fugge da questa presenza del Sé all’interno dell'io. Questa fuga dalla sua voce interiore andrà a provocare un certo numero di problemi all’esterno di lui”. Coloro che rifiutano di conoscersi interiormente e non seguono i loro desideri più profondi, portano dei problemi agli altri!

In un secondo momento, quando Giona - dentro alla balena – decide di ritornare al suo sentiero, non teme più niente. Come scrive Jean Yves Leloup: “ci sono dei momenti in cui non possiamo più raccontarci delle bugie, raccontarci delle storie. Noi siamo costretti ad essere autentici, non possiamo più scappare. L’archetipo di Giona è anche un invito a tuffarci nelle profondità del nostro inconscio, per passare attraverso le ombre, per tuffarci nella nostra esperienza della morte, ed accettare che il nostro essere è mortale, per scoprire, in noi, quello che non muore”.

Nyang-de: andare oltre al risentimento

Se decidiamo di diventare qualcuno che si dedica con tutto il cuore ad utilizzare la vita per la sua rinascita, il suo ‘risveglio’, dobbiamo superare le difficoltà e lo sconforto dei mutamenti.

Quando siamo coscienti che abbiamo delle resistenze per accettare un cambiamento imminente, è utile domandarci: “Cosa dovrà morire adesso dentro di me, per nascere in questa nuova fase con forza e fiducia?” La risposta è sicura: I nostri risentimenti.

Tenersi dei risentimenti ci fa sentire stanchi e senza voglia di iniziare nuovi progetti, i risentimenti rivelano quanto siamo paralizzati dalle limitazioni. Interne ed esterne. Rimanere legati ai risentimenti consuma la nostra energia vitale.

Il Dalai Lama ha spiegato che il termine tibetano per nirvana è nyang-de, che si traduce letteralmente “oltre il risentimento”. In questo contesto, risentimento fa riferimento alle afflizioni mentali; in modo che il nirvana realmente designa lo stato d’essere libero dalle emozioni e dai pensieri angoscianti. Il nirvana è l’immunità alla sofferenza e alle cause della sofferenza. Quando percepiamo il nirvana in questi termini, cominciamo a renderci conto del significato veritiero della felicità genuina. Possiamo allora visualizzare la possibilità di liberarci totalmente dalla sofferenza.

Ogni volta che saremo capaci di interiorizzare e ascoltare la nostra paura saremo in grado di maturare il nostro potenziale di coraggio. Quando riconosci la paura, ripeti a te stesso: “Io ti conosco, so dove mi porti, non ho più voglia di seguirti”. Concentrati, allora, nell’intenzione di esprimere la tua vocazione. E finalmente ricordati: non tutto quello con cui ci affliggiamo ci succede. Novanta per cento delle nostre paure sono soltanto delle abitudini, idee preconcette. Muoviti verso il futuro, fidati di lui!

Estratto dal libro “O livro das Emoções” Editora Gaia – SP; Brasile - Bel Cesar

Bel Cesar è psicologa e teraupeta in Brasile, ha studiato Musicoterapia all'Istituto Orff di Salisburgo, in Austria. Pratica la psicoterapia nell'ottica degli insegnamenti del Buddhismo tibetano. E' la mamma di Lama Michel.

da http://www.kunpen.it/